CulturaManfredonia
A cura di Andrea Trotta

Manfredonia, “La domenica di carnevale”

"Quest’anno non ci sarà nulla. Ne attese del sabato, ne paure e ne gioie, ne festa e ne coriandoli. Sarà come non festeggiare il Natale"

Di:

Manfredonia. Per noi, a casa, carnevale non è mai stato come una festa qualunque, per noi carnevale è sempre stato come il Natale, come Pasqua, una festa sacra, un rituale, che sai di dover assolvere e a cui partecipi con voglia, con gioia. Dovere impastato al piacere, responsabilità fusa con la gioia, un padre con suo figlio.

Mio padre ha cominciato a fare carri quando aveva diciotto anni. E’ entrato per la prima volta facendo un disegno su di un foglio, gli avevano chiesto un bozzetto. Finì per costruire un intero carro e da quel giorno non ha più smesso. Quasi mai, purtroppo, perché in questa strana terra la responsabilità di chi governa è sempre imbrigliata nell’incertezza delle loro mani, nell’incompetenza delle loro posizioni. La domenica di carnevale era un miscuglio di sensazioni. Paura e felicità, stanchezza ed entusiasmo, l’una che non può fare a meno dell’altra. I tuoi occhi erano carichi di occhiaie, figlie dell’ultima notte, di quel sabato che precede la sfilata. Gli ultimi ritocchi, l’attenzione per i dettagli, l’impianto audio, i sacchi di coriandoli. Poi, l’attesa. A letto tardi, la sveglia sempre troppo presto.

Si arrivava al capannone, le cui porte, enormi, finalmente si schiudevano, lasciando uscire quell’enorme ammasso di ferro e carta. Un brivido. Veder uscire il carro per la prima volta è sempre stata una grande emozione, come veder nascere un bambino. Lentamente, con gli occhi di tutti a fissarlo, si fa avanti, trainato da un rumoroso trattore blu, sempre lo stesso. Quella sensazione di smarrimento nel vederlo così piccolo, ora. Ma come, ti chiedi, li dentro pareva enorme, ed ora sembra scomparire in mezzo a questa campagna. Entri dentro al capannone, e quel vuoto sembra incolmabile, quello stesso spazio sembra non finire mai. Ciò che era immenso adesso ti sembra appena visibile, ciò che era stretto ora dilaga. E’ sempre stato così, un piccolo trauma ogni volta.

La salita, lo slalom in mezzo ai capannoni, e via lungo la strada che porta all’ex mattatoio. Lì montavi il gran testone del pupazzo principale. Per mio padre era sempre un incubo, non assisteva mai alla scena. Lui, sempre in prima linea, aspettava in macchina, distraendo lo sguardo. Apnea. Poi, quasi sempre, tutto filava liscio e lo vedevi rispuntare. Poi, ancora, una grande attesa. Alla fine, la partenza. Ti prendevi un attimo ancora, per guardarlo da lontano, per ammirarlo ancora un po’. Ti giravi verso gli altri. Gli occhi. I loro occhi. Il loro stupore, la nostra emozione. Ti ritrovi a fissare le facce della gente assiepata ai bordi. Uno con il dito indica qualcosa, un altro scatta una fotografia, una bambina con la bocca aperta e gli occhi severi guarda all’insù. All’insù, come le teste di tutti. Il lungo percorso, la fame, il sonno, le risate.

Mio padre, io e tutti gli altri sempre davanti, a precedere il carro, come si fa per i santi in processione. La nostra icona trainata dalle nostre spalle, con fatica e sudore, con i segni ancora in faccia. La giacca di mio padre, ricolma di coriandoli, e i suoi occhiali da sole. E il suo volto quasi preoccupato, serio. Quasi impassibile, come se stesse facendo la cosa più banale di questo mondo. Mi ha sempre affascinato. La sua inconsapevolezza nel mare della nostra immaginazione, del sogno in cui i nostri occhi da bambino, da adolescente, da adulto annegavano, annegano. Gli occhi di chi ti salva la vita e ti dice “di nulla”. Gli occhi dell’eroe, per cui tutto è naturale.

Camminavi, camminavi tanto. Ti sedevi al lato del trattore per riposarti un po’ e parlare con Dino, l’autista. Poi via, salivi su, in alto, a goderti la vista. Una fiume di colori si perde a vista d’occhio, che non riesci più a distinguere le persone dai coriandoli. Il sole ci bacia la fronte. Lanci una stella filante, lanci un pugno di coriandoli. La tua mano affonda in quel sacco enorme. Ti senti tirare, come se fossero sabbie mobili, sentendo quel formicolio, quasi solletico. I coriandoli ovunque, persino nelle mutande. Gli scherzi di Peppino, gli amici a bordo strada e i loro saluti commossi, i loro complimenti gratuiti. Una festa, una grande festa.

Poi, in piazza. La triste paranza di vigili e polizia a proteggerci da chissà che cosa. Lo stacchetto davanti alle “autorità”, ad una tribuna gremita eppure vacante. Qualche domanda senza senso del conduttore e poi via, veloci verso il lungomare. L’inchino davanti a casa degli amici di sempre. Loro sono sempre lì, ogni anno, nello stesso identico punto. Ormai è quasi finita, lo stomaco brontola, gli occhi sono semichiusi. Si sfilano i bulloni, si allontanano i trattori. Con mio padre ci avviamo verso casa di nonna.

I coriandoli. A terra, sulle chianche bianche e nere del corso, oramai deserto. I coriandoli. A terra, sul pavimento di casa, ad invadere l’atmosfera livida del pomeriggio. I “Malembande”, a tavola, sui quali dormire. A sera, senza dirci nulla, senza darci appuntamento, ci ritrovavamo li, al “Pertugio del monaco”, dove erano sistemati i carri. Si chiacchierava, si scherzava, si rideva. Si chiacchierava, si scherzava, si rideva. Quest’anno non ci sarà nulla. Né attese del sabato, né paure e né gioie, né festa e né coriandoli. Sarà come non festeggiare il Natale. . Guarderemo sfilare i carri, dal lato del pubblico, lì dove non siamo abituati a stare. Non ci ritroveremo la domenica sera davanti al carro. Non ci sarà né un prima e ne un dopo.

Eppure dicono che una colpa non c’è.

Ma questa assenza, batte forte sulle porte di chi sceglie. Ci batte con le nocche.

(A cura di Andrea Trotta, laureato in a Macerata in Scienze delle Comunicazioni Culturali, ora al Dams di Bologna per la specializzazione in Discipline del Teatro, figlio del del maestro di cartapesta Matteo Trotta)



Vota questo articolo:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati

Pin It on Pinterest

Condividi