Manfredonia

“In Italia sto bene ma a Targu jiu ci ritorno”


Di:

La rumena, residente a Mattinata, Alina Sanda (ST)

Mattinata – PARLARE di lavoro in Italia ha oggi un sapore amaro, ancora di più se si pensa agli immigrati. Da stime ufficiali, il 2% della popolazione di Mattinata è composto proprio da stranieri. Se si prende in considerazione la popolazione attiva, gli immigrati – comunitari e non – costituiscono il 4%. La parte più cospicua di tale fascia è formata da cittadini rumeni, (il 29% degli stranieri residenti e 2% della popolazione attiva), per la maggior parte formato da donne (circa il 60%).

LA STORIA – A quest’universo appartiene anche Alina Corina Sanda 27 anni, proveniente dal sud-est della Romania (Targu jiu), oggi regolarmente in Italia con la sua famiglia, il marito, Costantin Sanda – 32 anni – e i piccoli Bianca e Robert. Tutto comincia nel 2004 quando Alina e Costantin arrivano per la prima volta in Italia. Il loro futuro era costituito solo da un numero di telefono utile per trovare inizialmente un lavoro. Dall’occupazione in campagna con gli animali alla raccolta di ortaggi negli agri di Zapponeta. Per dormire: tanto il luogo di lavoro quanto le abitazioni senza acqua e luce. Con l’arrivo dei due bambini Alinea e Costantin decidono di vivere in Italia con tutta la famiglia.

“PER COSTANTIN ? SOLO LAVORI SALTUARI” – Lavorare, vivere e mettere da parte qualcosa per costruirsi una casa in Romania. E’ qui infatti che Alina e Costantin vorrebbero ritornare, sempre che i loro figli non decidano nel frattempo di restare in Italia. Da diversi anni Alina vive al fianco di anziani – “i miei vecchietti” – come li chiama lei – per dare loro assistenza e, come capita spesso, accompagnarli nelle loro ultime fasi di vita. Un lavoro non facile, ma molto richiesto e a cui Alina si dedica con grande dolcezza. Meno facile è trovare lavoro invece per Costantin. Da qualche mese lavora occasionalmente, solo qualche giorno saltuario al mese. E’ molto difficile amare un paese straniero quando il lavoro è una dimensione sporadica. Per Alina l’Italia ha significato e significa tuttora tranquillità, ma adesso che Costantin non lavora qualcosa è cambiato. Ciò che però non manca alla donna è la speranza e l’ottimismo, soprattutto per i suoi figli. Ormai Bianca e Robert vanno all’asilo, parlano italiano e fanno pochi capricci. Alina è molto fiduciosa che ce la faranno, anche se adesso è difficile.

QUANDO GLI EMIGRATI ERANO GLI ITALIANI – Ma è con grande dignità che Alina guarda avanti, con il sorriso e la timidezza di una ragazza di 27 anni probabilmente diventata donna prima del tempo. Escono poco, di amici non ne hanno tanti ma Alina e Costantin apprezzano e riconoscono quanti gli hanno offerto disponibilità all’interno della comunità mattinatese. Questa raccontata è una storia non molto diversa da quelle di circa 40 anni fa, abituati a sentire dai nostri padri o avi. Nel tempo, da paese di emigranti l’Italia si è trasformata in paese di immigrati, in base a delle ramificazioni temporali per le quali la dimensione del lavoro ha accompagnato le dinamiche della stessa emigrazione. Troppo facile cadere nell’obiezione che se non c’è lavoro per gli italiani, figuriamoci per gli stranieri. Ma non ci sono distinzioni di sorta, la memoria dovrebbe andare a quando gli emigranti erano gli stessi residenti dello Stivalei. E’ in gioco una partita, quella dell’ospitalità e di umanità. Ma da giocare con onestà e senza pregiudizio. Questo per accettare l’affermazione di una globalizzazione identitaria possibile anche al tempo della crisi del lavoro.


mariaritagentile@hotmail.it

“In Italia sto bene ma a Targu jiu ci ritorno” ultima modifica: 2011-05-01T01:32:54+00:00 da Redazione



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Commenti


  • vittoria gentile

    Grazie, bell’ articolo. Io ci lavoro e so quante difficoltà ci sono, su più livelli, per loro e per noi. Ma è una sfida quella per l’integrazione che dobbiamo e vogliamo raccogliere, anche perchè il senso del movimento del mondo va chiaramente in quella direzione. Poi, quanto si impara dalle culture diverse dalle nostre! Quanto ci serve sperimentare che “i nostri occhi” non sono il centro del mondo, nè gli unici possibili; pur mantenendoci stretti e fieri della nostra identità. Questo nostro primo maggio italiano sia un po’ anche per loro. Un impegno ed una possibilità consapevole per tutti.

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