Cultura

“In quei giorni si mangia tutti in famiglia”


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Primo Maggio a San Severo (Archivio, Gianni Rinaldi)

Primo maggio a San Severo, la testimonianza di Ciro Nicolella, nel 1978 segretario Camera del lavoro, raccolta dallo scrittore Giovanni Rinaldi

San Severo – “IL Primo maggio, durante il fascismo, il bracciante che spolverava il vestito nero, blu, dello sposalizio, col garofano all’occhiello – anche se tolto il fazzoletto rosso per ovvi motivi – rimase sempre. La cosa più grossa a mio avviso è questa: che questo grosso numero di lavoratori che non erano iscritti al partito comunista, ma che simpatizzavano, erano analfabeti come mio padre ed altri, avevano la capacità, nei giorni precedenti, di far la questua tra di loro o fra altra gente per far mangiare bene le famiglie dei compagni che si trovavano in galera in quei giorni, perché qui a San Severo abbiamo avuto sempre minimo quattro cinque compagni in galera, in quei periodi. […] Non parliamo del ’26 o del ’27 o del ’33, ma parliamo anche del ’39, quando il fascismo si accanì maggiormente, che sembrava che il movimento operaio era ormai quasi finito. E l’altro fatto […] che in quei giorni si mangia tutti in famiglia. Ma il Primo maggio a San Severo non era sentito soltanto dai compagni comunisti o dai compagni socialisti, ma anche da un forte gruppo di cattolici. Anche altre categorie del ceto medio non disdegnavano il Primo maggio; tant’è vero che noi abbiamo il 1944, primo anno della Liberazione, che il Primo maggio fu celebrato unitariamente non soltanto fra sindacati – allora il sindacato era unitario – e ci fu una messa, in piazza del Carmine, a conclusione del comizio, fatta da un padre, don Felice Canelli, che era un antifascista. Poi queste manifestazioni non si ripeterono, con la scissione sindacale del ’48, che fu una jattura per il movimento operaio oltre che per San Severo […]”

“[…] All’epoca si partecipava di più, specie nel periodo scelbiano, che veramente ci ha messo sotto, un periodo in cui furono proibite le manifestazioni, c’erano le persecuzioni; il periodo nero della Democrazia Cristiana […] Io ricordo nel 1950, il famoso 23 marzo di San Severo, la questura dopo proibì la manifestazione del Primo maggio. Io ricordo molto bene che – non voglio esagerare – almeno un paio di migliaia di sanseveresi andammo a Torremaggiore a festeggiare il Primo maggio in corteo. E si parla di andare a piedi […] La polizia tentò di prendere i nominativi, fece un atto di intimidazione come era solito lo scelbismo dell’epoca. Come vide che il comizio di Terracini si chiuse, prima che stava per finirsi, con le Campagnole – loro tenevano le Campagnole – si immisero subito sulla strada per San Severo e fermarono i primi che stavano per arrivare. Prendevano tutti i nomi e cognomi: contravvenzione “Ti manca il fanale, ti manca quello…”.

“Una scusa per annotare… un atto di intimidazione vera e propria anche se molto stupida, più stupida di Scelba. Ho detto: “Quant’è la contravvenzione? Facciamo corto, brigadie’. Quant’è? Cinque lire?”. Dice: “No, ma sa, ma lei datosi che…” – perché ci domandava da dove venivamo e noi dicevamo la verità, perché per noi era motivo di orgoglio. Anzi fu l’occasione buona per far sapere a Scelba che il Primo maggio l’avevamo fatto comunque. Allora mio padre disse: “Ma figlie mie chi t’o fa fa’? Ho avuto un figlio che è passato sopra a Mussolini a Piazzale Loreto. Se ci capiti tu là, che t’hann’a fa’? Lassa sta’, vattinne a’ case”. Poi ci fu una risata tra tutti quanti, anche lo stesso brigadiere, perché il suo imbarazzo veramente era abbastanza forte, si vede non era un poliziotto nato, evidentemente doveva essere uno di quei militari che non trovavano lavoro e si erano fatti poliziotto. Perché farsi poliziotto era un dispregio all’epoca. Ma anche nei tempi moderni, quando la reazione, quello spudorato di Scelba che ci ha fatto caricare sempre qui davanti – questa Camera del Lavoro, se stonachiamo l’intonaco, è piena della puzza di gas lacrimogeni – il popolo di San Severo ha sempre fatto il Primo maggio. Non lo ha potuto fare nel proprio paese: lo è andato a fare altrove”.

(A cura di Giovanni Rinaldi, storico e ricercatore italiano di Cerignola. Vive e lavora a Foggia e lavora anche nell’ambito della comunicazione visiva e la produzione grafica editoriale)

“In quei giorni si mangia tutti in famiglia” ultima modifica: 2011-05-01T01:17:20+00:00 da Redazione



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Commenti


  • Nazario Vasciarelli

    Bellissimo questo racconto di vita vissuta. Questo mi fa sperare che monologhi teatrali come “Terra, pane e libertà” di cui sono autore e protagonista possano ancora interessare qualcuno. L’epopea bracciantile è al centro di gran parte della nostra produzione artistica ( mia e di Matteo Marolla) e trovare qualcuno fuori da San Severo che se ne interessi è di grande speranza per noi che coltiviamo un teatro della memoria ma non della nostalgia. Dobbiamo entrare in contatto caro Rinaldi anche per confrontarci…


  • Angelo Forgione

    1° Maggio. Napoletane le prime vittime operaie

    Pietrarsa 1863: Bersaglieri e Carabinieri sparano sui lavoratori

    di Angelo Forgione

    1° Maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel Maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.

    Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato un triste episodio a Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.

    Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario tesio ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si lasciò sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».

    Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.

    Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.

    La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
    Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.

    La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.

    Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.

    I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.

    Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli.

    Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.

    Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.

    La strage di Portici in musica (Stormy Six)
    http://www.youtube.com/watch?v=P6fAj07W2nQ


  • Erika Nicolella

    Fantastica questa testimonianza…….e quante ne abbiamo ascoltate,per fortuna….. Nn dimentichiamo che la storia più vera è proprio quella che possiamo ascoltare dai nostri Nonni o bisnonni o dai propri genitori,e per chi ha ancora la Grande Fortuna di averli ancora accanto i Nonni non perda l’occasione di farsela raccontare la Storia, quella Vera,quella vissuta davvero…..potremmo prendere spunto e coraggio dai loro racconti,soprattutto adesso che siamo in un’epoca dove noi Intero Popolo nn abbiamo il coraggio di “combattere” per difendere i nostri diritti e la nostra libertà. Penso che molta gente anziana,soprattutto dell’epopea bracciantile, non condividano affatto il nostro disinteressamento, e penso che se il mio carissimo Nonno fosse ancora tra noi, ce ne avrebbe dette davvero tante di “parole” a noi “giovani d’oggi”, lui che come tanti altri suoi “Compagni” hanno lottato davvero tanto per il popolo e cosa più importante perché credevano ai loro Ideali!!! Infatti secondo me guardandoci da lassù il mio dolce Nonno chissà quante ce ne starà dicendo!!! Ciao Nonno!


  • Redazione

    La ringraziamo per la Sua testimonianza. Red.

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