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A cura di Pasquale Ognissanti e Giacomo Telera

Pietro de Florio, padre Michelangelo di S.Giuseppe, Carmelitano scalzo sipontino

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Manfredonia. Dalla critica storica si ha: “(Pietro de Florio) noto come padre Michelangelo di S.Giuseppe, carmelitano scalzo, è autore de Il parto della Vergine, trasportato in versi italiani dal P.F.Michel’Angelo di San Giuseppe Car.no Scalzo Sipontino, Napoli, Francesco de Tomasi, 1650, in 12°. Traduzione della versione in latino di Iacopo Sannazzaro, Partu Virginis” (Una copia del volumetto è conservata nella biblioteca di Giacomo Telera, a Manfredonia).

Padre Michelangelo, al secolo Pier Antonio de Florio, nasce a Manfredonia il 16 ottobre 1589, da Cola Francesco e da Lucrezia de Pascarellis (Manfredonia, Parrocchia S.Lorenzo, Libro dei Battezzati). Da un documento del 16 marzo 1614 si rileva che è novizio (a 25 anni) e che effettua atto di rinunzia o di donazione dei suoi beni al padre ed al fratello Giovanni.

Molt’Illustrissimo et Reverendissimo Signor Fra’ Michaelangelo di San Giuseppe novitio Carmelitano scalzo, al secolo nominato Pietro de Florio figlio di Cola Francesco de Florio, et Locretia di Pascarello di Manfredonia fa intendere a V.S. R.ma come vuole fare in detta religione […] prima di farla […] beni a benefitio […] d’un suo fratello […] farla et l’ha […] […] mens martii 1614 Neap. […] Corum R.mo domini Vic. generali neapolitano et iuravit dictis se nulle facere renuntiationem, et professionem predictam ex sua mera et libera voluntate et sic R.mus Dominus Vic. generalis comess[…] facultatem illas facienda ad presenptum iuxta Sac. Cong. Tridentini hac suum. P.A.G. hib. Vic. Gen. (Archivio di Stato di Foggia, sezione di Lucera).

Ne’ “Il traducente a chi legge”, il de Florio, commentando la sua opera, per la II parte, tra l’altro, scrive:

Dall’innesto indissolubile della Natura, che ben può mortificarsi, ma non in tutto sbarbi- carsi etiandio da perfetti Religiosi; dico dall’affetto della Patria, alla quale sin dalle fascie è tenuto ciascuno, che nasce al Mondo mi son lasciato anch’io tirare à farne con pochissimi versi honorata rimembranza a punto doue nella descrittione del Romano Impero si fà mentione dell’Adriatico mare in seno à cui sotto il Gargano sen’ giace se non molto fortunata per essere stata a nostri tempi fraudolentemente inuasa, & empiamente predata da miscredenti, gloriosa almeno per la sua inuidiata bellezza e positura; e per le ricchezze così della terra, come del Mare delle quali non mediocremente abbondano i suoi nobili Cittadini.

Si tratta di un inserto che padre Michelangelo effettua, non riscontrandosi traccia nell’opera del Sannazzaro (il testo in parola viene, appunto, virgolettato)

Va pur rilevato che il de Florio, accennando al sacco turchesco, dice “… a nostri tempi”, evidenziando che egli è testimone degli avvenimenti del 1620. Non solo; ma sottolinea “… non molto fortunata per essere stata a nostri tempi fraudolentemente inuasa, & empiamente predata da miscredenti “.

Anche padre Michelangelo, allora, è per la tesi che il sacco turchesco sia il frutto di una tresca concepita con scopo fraudolento; come dire che in sito vi potevano pur essere degli informatori.

È opportuno sottolineare che il carmelitano scalzo sipontino è coevo del domenicano Tommaso Angiulli, già attivo a Manfredonia nel 1637 e 1638 (autore degli “Epitomi” o “Istoria Sipontina”, datati 1643), e priore nel locale convento dei Predicatori, nel 1648, e di Giuseppe Venturini, canonico sipontino (autore, nel 1645, di “Epigrammi” in latino) e di Gabriele Tontoli (autore delle “Memoriae diversae Metropolitanae ecclesiae sipontinae…”, 1654, e “Collectio iurium Ecclesiae Garganicae contra Sypontinam…”, 1655). Il Tontoli dedica anche un epigramma, un “disticon” ed un sonetto al de Florio (riportato con altri versi encomiastici all’inizio del volumetto).
Ed ecco quanto padre Michelangelo scrive in versi sulla sua patria:

In seno à cui sotto il Gargan si scorge
Di reliquie superbe, e di Tesori
Asperso il campo ove sepolta giace
Genitrice d’Heroi SIPONTO antica,
Che dal Teucro Diomede hebbe il Natale,
Ne’ campi Dauni ove Regnò Reina
Delle Provincie à se vicine un tempo,
E dal cenere suo sfavilia al mondo
(Un ombra ancor delle grandezze prime)
Qual Fenice real, Città ch’eresse
Manfredi il forte oue Iapigia è posta
Ricca d’armenti, e di feconde biade,
Ma più d’Heroi, e di virtudi amica
D’illustri ingegni generosa pianta;
Che di prestare ossequiosa fede
A suoi Monarchi hereditario apprende,
Come mostrar ne’ Martiali ardori
I tempi andati, e le memorie estreme

A cura di Pasquale Ognissanti e Giacomo Telera

Pietro de Florio, padre Michelangelo di S.Giuseppe, Carmelitano scalzo sipontino ultima modifica: 2017-06-01T19:45:03+00:00 da Redazione



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Commenti


  • Pietro

    Preziosissimo il lavoro dell’amico Giacomo Tel era nel tener viva la memoria su gesta di illustri concittadini.
    Senza la sua opera e senza quella di Ognissanti , potremmo parlare di una Manfredonia recente.
    Grazie per quello che fate.


  • Giacomo

    Ti ringraziamo per le belle parole. Continua a seguirci. Un abbraccio. Giacomo e Pasquale

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