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A cura della dottoressa Vittoria Gentile

No burkini. Diktat sui diktat

In nome dell'integrazione, come si può pensare di integrare vietando ad alcune di donne di fare il bagno in mare solo perché indossano un burkini?

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Manfredonia. Anche l’’Onu contro il divieto di portare il burkini, il costume che copre anche testa braccia e gambe usato in spiaggia dalle donne musulmane. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha infatti commentato positivamente lo stop imposto dal Consiglio di Stato francese alle misure volute da alcuni sindaci. “Queste scelte non migliorano la situazione della sicurezza e tendono invece ad alimentare l’intolleranza religiosa e la stigmatizzazione delle persone di fede musulmana in Francia, soprattutto le donne”. Si conclude: “La parità di genere non si ottiene regolamentando dall’alto ciò che le donne indossano”. Ma il premier francese Manuel Valls per difendere la sua decisione tira in ballo perfino la Marianne, la figura femminile simbolo della Repubblica Francese che ne rappresenta i valori di Liberté, Égalité, Fraternité, la cui iconografia deriva dal celebre quadro di Eugène Delacroix “La libertà che guida il popolo alla vittoria”.

In nome dell’integrazione, come si può pensare di integrare vietando ad alcune di donne di fare il bagno in mare solo perché indossano un burkini? Come può pensare, chi ritiene il velo un indumento oppressivo, di migliorare la condizione delle donne musulmane negando loro persino una nuotata? Come si può pensare che imporre in questo modo una usanza o una cultura non possa generare l’effetto opposto? Come dice, giustamente,la sociologa Chiara Saraceno l’oppressione per le musulmane, si fa doppia; quella del velo eventualmente imposto in ambito familiare e quella della legge francese che impone e non propone, al contrario, di “svestirsi”. E allora cosa faranno quelle che prima si rinfrescavano in spiaggia in burkini? Ovviamente non potranno più andarci, punto e basta.Nessuno penserebbe di dare una multa ad una suora ma anche, semplicemente, ad una signora visibilmente non appartenente ad alcun gruppo religioso, che se ne stia in spiaggia vestita anziché vestita. Il paradosso di elogiare e proporre la libertà della donna exlege, svestendola, costringe ulteriormente le donne stesse; alcune perlomeno.

Oppure, paradosso per paradosso, dobbiamo pensare che starsene il più possibile svestite sia ora il simbolo della cultura occidentale tout court e chi non si adegua sono sanzioni di legge? Senza contare l’accresciuto pregiudizio veicolato dalla nuova legge francese che tutto ciò che appare, visibilmente quindi burkini compreso, musulmano è sbagliato e sanzionabile. E’ certo che lereligioni, e non solo quella islamica, si sono accanite e si accaniscono con particolare intensità “sul modo in cui le donne devono portare in giro il proprio corpo”. Le religioni fanno la trama della cultura di un popolo. Se “ci si fissa”, da sempre, su prescrizioni, regole, divieti circa il corpo delle donne e il loro modo di portarlo in giro (e non è questione di meri abiti naturalmente ma di significati espressi attraverso di essi) è perché si vuole esercitare un potere su quei corpi, si vuole contenerli, reprimerli, per certo controllarli perché quei corpi, la potenza e la libertà che si esprime attraverso di essi, fanno paura, fanno paura, ancora, eccome.

La palese violazione dei diritti umani di paesi come l’Arabia Saudita o l’Iran dove il velo in tutti i luoghi pubblici non può essere liberamente scelto dalle donne ma è imposto dalla legge(alle donne è persino vietato guidare in Arabia lo ricordiamo)dice molto della necessità di controllo sul femminile che nasconde la paura dei maschi.Al di qua in occidente, negare il burkini aggiunge diktat ai diktat e non fa risaltare la libertà della Marianna di Francia e dei valori che con lei, noi occidentali condividiamo. Se fossimo davvero libere, noi donne occidentali non subiremmo la costrizione dei canoni della bellezza imposta (con occhi sempre maschili) e della “svestizione” come divisa d’ordinanza. Niente è più bello di un abitodi grazia imperfetta che non si cura tanto degli occhi altrui nella valutazione (esteriore) ma della compiacenza dei propri nell’autoassoluzione, nonostante tutto.. perché, finalmente, dopo lungo cammino ci siamo arrivate.

(A cura della dottoressa Vittoria Gentile, Manfredonia 31.08.2016)



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