Cultura

I dauni settentrionali – Uomini e donne di piazza (V)


Di:

Piazza di San Donà (ST-FG)

Venezia – PARLIAMO un po’ in particolare delle sipontine in questo primo paragrafo, tutte più propense, rispetto agli uomini, a emergere, cercare il successo al nord, anche attraverso il matrimonio, ma tante, purtroppo, pagando il prezzo dello smarrimento delle radici.

Appare una contraddizione, eppure, statisticamente, sono i maschi che, se lo potessero, rientrerebbero volentieri a casa. Dapprima, al seguito dei genitori, trascorrono parte dell’estate sui lidi sipontini, poi, da moglie e madre, finiscono recarvisi unicamente per fugaci, doverose visite. È fatale, infatti, che questo sopravvenga, più di quanto si pensi. Di provenienza meridionale, l’Italia continentale conta tantissime laureate decise a intraprendere la carriera nella città che le ha viste universitarie, donne impegnate nel sociale e nella politica, dirigenti nell’istruzione, conduttrici di locali pubblici, prime commesse con graziose movenze da padrona.

Avevo conosciuto la capocommessa di un grande magazzino trevigiano, manfredoniana doc, trasferitasi da Milano. Alla scoperta che avevo legami con la sua città natale, cominciò, con accento lumbard, a confessarmi che non ci ritornava da parecchio e raccontò che quando, da ragazza, accompagnava i genitori, era sempre un evento d’ansia, da nevrosi. La madre pretendeva che si rinnovasse il guardaroba con qualcosa di elegantino, poiché, e lei n’è convinta ancora oggi, i manfredoniani valutano le persone, il loro successo, oltremodo di chi è fuori per lavoro, dai vestiti che indossano, dalla marca dell’auto con la quale arrivano.

Sensazioni profonde che non l’hanno più abbandonata, riaffioranti ogni qualvolta qualcuno le riparla di scendere a Manfredonia, soprattutto, poi, a Pasqua. – Non hai mai visto – concluse – né a Milano né qui a Treviso, bambini e mamme ostentare abiti così costosi anche durante le passeggiate. Ci deve pur essere il motivo perché la distribuzione di capi firmati prenda essenzialmente la strada per il sud… vada per i matrimoni, ma l’eccessiva eleganza nelle comunioni, nello struscio festivo, rimane un ottimo affare. Avrei potuto ribatterle che è ricaduta nel luogo comune dell’emigrante che rincasa; è persuaso di ritrovare la vecchia, statica Manfredonia e non si accorge, o non vuole accorgersene, piuttosto, che il campanile sta cambiando e, sotto molti aspetti, più di quanto sia accaduto in lui.

I figli degli emigranti, e tacciamo sui nipoti, non sono attratti dal paese d’origine alla maniera così intensa dei genitori; un legame patrio, il loro, che è sempre andato a sfilacciarsi. Il sentimento, per sorreggersi, ha bisogno di convivenza e questi, salvo eccezioni, non sono cresciuti assieme ai cugini, non hanno goduto della benevolenza di zii e nonni. Molti cugini separati, infatti, hanno ricominciato a frequentarsi e a scoprirsi negli atenei del nord. I genitori, poi, non sono troppo convincenti, essi stessi vittime della lontananza.

Succede, infatti, che è la stessa famiglia d’origine a infondere sensi di colpa nel consanguineo emigrato, talvolta così laceranti da compromettere la serenità nei rapporti. L’amarezza che accompagna queste parole riportatemi da un montanaro, non-docente a Treviso, in un incontro attraverso Porta S. Tommaso, è emblematica.

– Che ne sai tu – polemizzano i miei parenti stanziali – arrivi fresco fresco e credi di poter dettare consigli. Te ne stai lassù, non conosci la situazione e ogni tanto fai una telefonata per scaricarti il groppo, ma tocca a noi, giorno per giorno, starci dietro. Che ne sai di piccoli incidenti, malanni, difficoltà… ai nostri vecchi e a che serve informartene; per rispondere a una tua raffica di telefonate, che in pratica non servono a nulla?
Eppure – suggellò con un accenno di sorriso, rilassatosi – sono le stesse persone, che, quando poi un loro figlio è costretto a partire per università o lavoro da queste parti, fanno di tutto per tenerlo all’oscuro da spiacevoli avvenimenti in famiglia. Sai – ti dicono sfacciatamente – è tanto preso poverino, già soffre per la lontananza, perché preoccuparlo? Se viene a trovarti, non dirgli nulla, per carità! Un’ipocrisia a senso unico che più delle volte trascina irrimediabilmente l’emigrato a distrarsi da quegli impegni di sangue col paese d’origine.

Avevo già introdotto che le spontanee produzioni culturali appaiono storicamente inspiegabili alla razionalità veneta, poiché ogni energia dovrà avere un buon tornaconto economico. Così è accaduto che, nell’informazione, la cronaca locale fosse prerogativa degli studenti o di giovani laureati; i trampolini per un’auspicabile professione redditizia, quale l’editoria, l’imprenditoria nei media e il grande giornalismo. Un modello che si sarebbe diffuso nel meridione, Manfredonia inclusa.

Negli anni ottanta, c’era stata una proliferazione d’associazioni e circoli culturali, le cui presidenze e i promotori risuonavano qua e là di meridionale, facendo l’eco ai membri dei decreti delegati scolastici, a prova che i veneti hanno sempre prediletto impiegare ogni ora utile della giornata per far schei \ far soldi \ o almeno pensare come, sperperando solo scampoli d’energia per hobby e passatempi. Poi, l’internet, l’attualità del socio-volontariato – anche questo un abbrivo per futuri inserimenti professionali – e la coinvolgente voglia di produrre reddito hanno disintegrato la mappa associativa; i sodalizi meramente espressionistici, fuori di quei parametri e retti solo da entusiasmo, oggi si contano con facilità.

Il sipontino o il dauno non fa eccezioni ma, come per ogni emigrato, la famigliola può contare solo sulla sua presenza, in un paese lontano, privo di parenti, d’affetti, di luoghi conosciuti, e pertanto sente di dover trascorrere le ore libere dal conquistato posto di lavoro o in casa o fuori tutti assieme. Se d’animo artistico, come ogni buon napoletano, partecipa nelle scuole o nei gruppi, desideroso di farsi conoscere artefice di pitture, poesie. Ciò accade comunque dopo un rodaggio d’integrazione, da scapolo o quando i propri cari hanno acquisito autonomia e integrazione… e allora, ecco che scopre di poter alludere alla conquista del direttivo, pungolato dai sodali.

Un egregio circolo è stato il L. Da Vinci di Conegliano con la presidenza del prof. liceale Carmelo Ciccia, siciliano, linguista e dantista. L’Antelao di Treviso, dalla struttura simile alle pro loco, è stata per anni retta da un meridionale. Il Cottoveneto, la rinomata ceramica trevigiana, contava tra i suoi maestri un artista pugliese, della schiera nemo propheta in patria. – I meridionali – mi aveva confessato la poetessa trevigiana Bruna Sara Bruni – hanno una spontanea capacità organizzativa, sorretta da un’innata predisposizione artistico-culturale.

Un fenomeno d’inserimento, che nel contempo s’allargava a promontorio anche nello sport e in politica: Treviso ha avuto per anni un allenatore nel calcio e l’Amministrazione comunale un noto assessore entrambi meridionali.

Tutto questo, oggi, trova raro riscontro tra gli extracomunitari, vogliosi d’esprimere le loro capacità nella cultura e nell’arte, appoggiandosi a strutture preesistenti. \…\ Io sono una zanzara gialla \ per tetto le stelle \ e per letto le zolle \…\ (parafrasi). Cantava inascoltato un poeta operaio marocchino, che avevo invitato a recitare in una manifestazione pubblica e i veneti, ex emigranti, avrebbero dovuto immedesimarsi in quel loro drammatico passato che fanno di tutto per rinnegare.

Tornando ai dauni, L’avvocato Vincenzo Z*, garganico, è stato un emigrante atipico: al raggiungimento della pensione risiedeva nella Marca, per vivere accanto al figlio, ben conosciuto funzionario nel Veneto. Simpaticamente popolare per la sua appassionata vena classica e verbale, da buon meridionale, districandosi tra latinismo, Dante, Manzoni e d’Annunzio, non indugiava a intraprendere degli accademici confronti, ove, però avvertisse d’avere al cospetto un intenditore, meglio se del Sud. Mi compiaccio, sinceramente senza falsa retorica, d’averlo avuto amico.

In età più matura, forse, fra l’altro, colto dalla nostalgia delle disquisizioni tra compaesani, come con il vecchio amico Raffaele del Sale e Tabacchi, ha preferito rincasare sul pietroso promontorio, per risentirne il profumo delle zagare. Non è un miraggio \ quella piccola conca verde, \ che brulle colline \ chiudono tutto intorno \ e, quasi nel mezzo, una casetta\ con qualche, tante rughe \…\ Questi versi, impulsivi gettiti di felicità e di meraviglia nel ripercorrere i luoghi natii, inclusa la citazione all’amico Raffaele, sono tratti da “Acquerelli garganici”, una sua silloge pubblicata negli anni Novanta a Treviso. E qui ha dunque lasciato un esemplare ricordo, documentando chiaramente l’immenso patrimonio formativo del suo nostalgico orbe. \\ …andare, andare nel mondo \ arso nel corpo \ di febbre soffocante \ serrato, chiuso \ nell’anima di gelo \ Che più non sorride \\.

L’ultima volta che andai a fargli visita, tra gli agrumeti di Rodi, mi chiese – ma quasi a se stesso – come avessero accolto le sue pagine quei signuri austriaci lassù. In verità, durante un concerto di poesie, ne avevo declamate alcune, richiamando nell’auditorio la figura dell’autore, che era stato un familiare personaggio di quella piazza. Una breve parentesi per porre l’accento sulla positiva qualifica di uomo di piazza, assegnata dai veneti a quel concittadino abitudinario a far quattro passi nel centro storico, addirittura per la spicciola spesa quotidiana, gioviale e confidenziale con tutti, insomma un napoletano.

– Essi – gli risposi – non possono immaginare la scogliera scura a sottovento, l’acqua cinerognola e lampi di ali bianche…e i tanti particolari, che lui vi aveva cantato, di un Gargano, mitico, mitologico e mistico, culla d’avvenimenti che hanno scritto la storia della nostra penisola, e di scultori che vi avevano scalpellato l’orgoglio di un’italica appartenenza.


ferrucciogemmellaro@yahoo.it

I dauni settentrionali – Uomini e donne di piazza (V) ultima modifica: 2011-11-01T13:35:23+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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