Cultura

Dauni settentrionali (IX) – Fave e catalogna (Fasioi e radici)


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Radici e Fasioi (ST)

Meolo – L’ABITUDINE di lasciare le chiavi d’ingresso nella toppa esterna, era rimasta incorreggibile finché non c’è stata, repentina e clamorosa, una raffica di ruberie e rapine in casa. Una metodica ventata di saccheggi quartiere per quartiere, tale da sembrare studiata e organizzata a tavolino – chi scrive ne ha subito una drammaticamente alle prime luci dell’alba e in stanza da letto – sino allora quasi impalpabili nel Veneto, eccetto il vetusto fenomeno delle zingarelle, anche questo, poi, una scappatoia di salvataggio per la reputazione della razza Piave.

È l’atavico espediente per una difesa dell’onore tribale, il mito dell’acchiatura, per il quale s’incolpavano i disgraziati viandanti accattoni, i diversi, gli stranieri, tutti sgraditi, per ogni neonato ammazzato trovato nelle grotte, rapito chissà dove e sacrificato in una liturgia pagana. La fola, immersa nell’oscurità dei tempi, di genesi pugliese, forse messapica, in ambiente criptaliense, ammantava la bruta realtà di tante scellerate, le quali eliminavano segretamente i figlioli ripudiati, evitando così d’annientare la rispettabilità propria e di casta 1.

La repentina recrudescenza delle spoliazioni banditesche in zone storicamente preservate, aveva convinto – come già noto – le amministrazioni e i mass media a lanciare allarme e denunce, sbigottendo il nostro, da sempre vittima rassegnata nelle proprie contrade, senza che nessuno, tra chi conta, ne avesse mai fatto un urgente caso politico, se non per riesumare inconcludenti strategie antimafia. Un’invasione di rapinatori e ladri d’appartamento, unanimemente indicati negli extracomunitari, primi gli albanesi, da una fazione di politici, la stessa che aveva oggettivamente addossato simili colpe ai terroni, e sempre per salvaguardare la rispettabilità veneta. Qualcuno aveva sparso la voce che la tecnica per lo scioglimento delle serrature di sicurezza con gas liquido è d’importazione albanese.

Una professionalità, a mio giudizio, troppo scientifica perché sia stata adottata da chi sortiva a fatica da una gravissima involuzione sociale, salvo che non fosse stato addestrato in terra d’operazione.
L’identica valutazione rinfocolata quando sopravvenivano tragedie famigliari. Accadeva, nel passato prossimo, che la suddetta fazione, a seguito di crimini commessi da ignoti nelle case, si precipitava in piazza tallonata dai loro clienti segugi, per arrogarsi il diritto alla sorveglianza di tipo squadrista, pretendere la cacciata degli extracomunitari, usando epiteti ignominiosi innanzitutto per chi li esprime.

Capitava invece che indizi e prove fossero scoperti tra i panni sporchi dei loro concittadini; insomma, preconcetti smentiti dalla cruda realtà. Contro le donne, poi, il settanta per cento delle violenze scoppia in casa per opera dei mariti o conviventi inclusi gli ex; solo nel Nordest, trecento donne corrono annualmente al Pronto soccorso di Venezia e Mestre. Nel 2010, in Italia, ci furono centoventisette donne uccise, quest’anno sono novantasette sino a settembre e solo il quattro per cento è perpetrato da sconosciuti.
Oggi, pertanto, alla scoperta di un efferato delitto, non si grida più con immediatezza dagli all’untore !

Ciò non toglie, però, che continua a non esserci alcuna misericordia per i reati commessi da un extracomunitario, da quei musulmani di… ieri dai napoletani e oggi dai clandestini, peggio, dagli uni e gli altri in cosche; ce n’è sempre stata in rigoglio per i falli commessi dal veneto coinvolto. Contro i mafiosi del Brenta non si era montata tanta acredine quanta per gli omologhi meridionali, così da affrettare la cancellazione d’ogni disposizione di domicilio obbligato al nord, anche se era già stata posta in rubrica. In verità una misura giudiziaria resa obsoleta dal progresso, non certo imposta da quella parte politica che pomposamente se ne arrogò il successo.

“Guai a chi tocca un padano!” Era stata l’inconsulta reazione – a dir poco – dei padani istituzionalizzati, appena informati dell’assassinio del benzinaio. Poi, compreso che verosimilmente i rei erano delle loro case, e che il silenzio sarebbe stato sapido di onta, ecco la propagandistica trovata della taglia, per la quale, a sentire loro, è stata lo stimolo decisivo per la cattura degli autori. È nello stile oramai assunto dai personaggi di una nuova politica il megafonizzare in pubblico le loro ragioni virtuali, con ogni mezzo di persuasione occulta e non, nella nevrosi di soffocare le altrui, realistiche ed efficienti.

Avevano inoltre avuto la baldanza di accostare esplicitamente il sedicente successo dei padani nella cattura dell’assassino del benzinaio al persistente silenzio sul fattaccio della povera Giusy di Manfredonia. La magistratura e la polizia della capitanata svolsero invece, encomiabili, il proprio lavoro da veri specialisti, e senza altoparlante pubblicitario o assurdi cacciatori di taglie, giusto come dappertutto nella penisola, contrade padane incluse, nella correttezza che le ha sempre distinte in Europa e altrove. Quei politicanti, avrebbero dovuto chiedere almeno scusa e rassegnarsi a pronunciare “Guai a chi tocca l’uomo!” sia esso padano o napoletano, comunitario o extra.

Non l’hanno fatto: le palestre politiche addestrano ad affrontare il contraddittorio infischiandosene dell’etica civica e del rispetto nei riguardi dell’avversario; lo vediamo quotidianamente in TV, le cui urla aggressive, gli improperi e le metafore, nella politica quanto nello sport, sono sempre più i soli veicoli educativi per le generazioni emergenti. Nei casi primitivi dei giovani parricidi, a S. Bonifacio di Verona e a Novi Ligure, e sempre per quattro schei, ci fu un sottile e diffuso pietismo, dal sapore di perdonismo verso questi disgraziati tosati, giammai manifestato per giovani foresti incriminati, anzi… non vogliamo pensarci se l’autore fosse stato uno di questi, dopo quella minaccia in forma di rappresaglia western “Guai a chi tocca un padano!”

Tornando ai meridionali, in quest’intransigenza manovrata, esplosa negli anni Ottanta, talvolta malanimo, i burattinai del nord ebbero la fucina per forgiare espressioni e comportamenti contro i futuri extracomunitari. Quali ironici parametri di riconoscimento di un napoletano, si attestarono l’allestimento del presepio a Natale (Casa Cupiello) e l’abitudine alimentare di consumare ceci e fave.
Tali leguminose appaiono di rado nella letteratura veneta; le fave, poi, già utilizzate come semi da masticare in osteria, simili ai lupini, scomparvero del tutto all’inizio del novecento, parzialmente sopravvissute come cibo per animali d’allevamento.

Il dizionario enogastronomico in trevigiano compilato da Paiar e Camatta nel 1990, infatti, elenca esclusivamente bisi (piselli), fasiòi e tegoìne (fagioli e fagiolini).

Oggi sono riapparse, grazie ai popoli mediterranei, qui avanzati, e alle catene nazionali dei super e ipermercati, dopo essere state esiliate in botteghe introvabili. Una fresca riscoperta dei veneti, co-importatori i dauni, assieme alle friselle di Monte Sant’Angelo, al pane foggiano (ciambella), alle mozzarelle sipontine e all’olio d’oliva della Capitanata.

Ho chiamato amici di quassù a consumare pasta-e-ceci e purè di fave con catalogna, appunto per spingerli al battesimo gustativo delle sane e saporite portate della dieta genuinamente mediterranea, non influenzata cioè dalle ricette continentali. Una dieta unificatrice dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo; la gastronomia calabrese include, infatti, un tipico piatto a base di pesce che pare sia stato l’input per il corrispondente cuscùs arabo e un mio amico, medico egiziano, ha scoperto che la mia pietanza di fave “alla messapica” conta una gemella nella sua madrepatria.

Un secondo fattore dell’intransigenza, ma di carattere maschile, potrebbe essere stato connesso a una sorta di insana gelosia etnica per le ostentate unioni delle venete con uomini del sud, che avrebbero condotto alla famigerata pubblicazione del documento Forcolin (vedi primo servizio): deve essere impedito con una nuova legge o con la forza che svergognate ragazze venete sposino i terroni generando in tal modo figli bastardi… che Gustavo Selva, l’allora direttore del Gazzettino, non si sottrasse dal riportarlo integralmente e senza scrupoli etici.

A conclusione, tengo a ribadire che intolleranze, intransigenze e sentimenti simili non hanno mai trovato fecondità tra la gente comune, l’uomo della strada, il vicino di casa, fatta eccezione quei pupi mossi da marionettisti di una fazione politica.

(1 Il lettore che vuol sapere di più sull’Acchiatura e le sue storie, può sfogliarmi in sognihorror.com – horror drEaMagazine nella rubrica “Italico horror”)

(Stesura storica gennaio 2004)

ferrucciogemmellaro@yahoo.it

Dauni settentrionali (IX) – Fave e catalogna (Fasioi e radici) ultima modifica: 2011-12-01T12:01:58+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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