FoggiaManfredonia
A cura di Silvio Cavicchia - Sociologo e Ricercatore Sociale del Centro Studi e Ricerche “Eutopia”

Lo scandalo del “Don Uva”:quel manicomio che si ripropone (II)

"La perdita della sua missione originaria e dello spirito del suo fondatore: questa è la responsabilità della Chiesa Locale"


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(II – continua) Tutto bene quindi per la Chiesa. Non proprio. Il problema nasce quando questo processo spontaneo, volontario, di carità si istituzionalizza: è il caso del “Don Uva”. Da questo punto di vista lo scandalo del “Don Uva” nasce formalmente nel 1978, con la Legge Basaglia, poiché non solo ci si è adeguati a fatica alla nuova normativa, con molte resistenze e lentezze, non solo è stata parziale la sua trasformazione in servizio di cura delle persone nel loro ambiente domiciliare e quotidiano di vita, ma soprattutto non è riuscita a mantenere nelle nuove condizioni e nelle nuove forme lo spirito e la funzione originaria di essere al servizio dei poveri, pronto a lenire le sofferenze dei disagiati mentali nel loro contesto comunitario.

La burocratizzazione nella gestione della struttura e la necessità di recuperare finanziamenti tramite il convenzionamento con l’Ente pubblico ha fatto diventare dominante il ruolo e la logica della politica, per lo più clientelare, familistica ed affaristica. Si è così quasi annullata la funzione originaria di tale servizio che per avere un senso doveva ritrovare un rapporto più diretto con l’utenza e la comunità in cui è inserita, più che con il potere politico-istituzionale. Il dio denaro è entrato in gioco ed ha stravolto tutto.

Qui c’è il primo scandalo e limite: la perdita della sua missione originaria e dello spirito del suo fondatore. Questa è la responsabilità della Chiesa Locale: possibile che nel momento in cui ci si istituzionalizza si debba perdere quella spinta propulsiva originaria e ridursi progressivamente alla gestione burocratica di un servizio dimenticando le persone a cui ci si rivolge? Ciò che un tempo era un bene poi è diventato altro. Possibile che quella spinta interiore, quell’entusiasmo, quella passione che è Carità ed Amore, quella fede, non solo in senso religioso ma nel senso tutto umano di fiducia in se stessi e negli altri, che solo può dare accoglienza, debba esaurirsi automaticamente e non possa essere mantenuta e rigenerata?

Il manicomio è ancora nelle Istituzioni e dentro di noi?

In tal senso, forse, in realtà lo scandalo del “Don Uva” nasce molto prima del 1978. L’ispirazione cristiana della “Casa di Cura Divina Provvidenza”, doveva e poteva anticipare la Legge Basaglia, poiché aveva nella propria storia e natura, al proprio interno, quei valori di fondo e di accoglienza alla persona che ne sono il fondamento. Perché questo non è avvenuto? La critica sociale alle Istituzioni manicomiali come luoghi che in realtà non curano efficacemente i disturbi mentali, ma rischiano di cronicizzare ed aggravare le condizioni psichiche del ricoverato, avrebbe potuto e dovuto essere anticipata dalla stessa congregazione religiosa, proprio per lo spirito originario che aveva fatta nascere e guidato tale opera sociale, ricca di umanità, accoglienza ed attenzione alle persone sofferenti.

La consapevolezza del carattere inumano del manicomio e la convinzione che molti disturbi psichici dovevano e potevano essere curati fuori dal ricovero nell’ambiente domiciliare di vita, avrebbe dovuto e potuto essere un elemento profetico dello spirito evangelico che era alla base della nascita di tale struttura e servizio, come è stato in altri contesti. Poiché non bisogna mai dimenticare che cosa succedeva nei manicomi, mai. Tanto che si è scritto e documentato come la loro esistenza fosse paragonabile ai Lager, dove si perdeva ogni umanità, nonostante la grande bontà delle suore e la professionalità di tanti medici ed operatori. “Qui dentro si vive un lungo letargo….qui dentro il dolore è un ospite usuale, ma l’amore che manca è l’amore che fa male”, così dice Alda Merini. E vengono in mente tante immagini.

Chi e quanti, oggi adulti, anziani, ricordano la testa rapata di un fratello, figlio, amico, parente o sconosciuto, di un corpo legato davanti ad una porta, semi sveglio ed abbandonato a se stesso, quasi per terra, nudo dentro un camice lungo, bianco, sporco, come un cane semicosciente a far la guardia ad un niente desolato. Come non provare un’angoscia insostenibile, una terribile spina nel cuore, dolore, ripensando a tali immagini. Dove era l’umanità? dove era il messaggio di Cristo? No! Cristo si era fermato fuori da quel cancello.

Questo è lo scandalo che segna profondamente e resta indimenticabile. Possibile che quando un servizio si istituzionalizza debba perdere la propria Anima? Come è possibile evitarlo? E questo riguarda tutte le Istituzioni operanti nella Chiesa, ma anche nel pubblico e nella stessa società civile.

E’ necessaria la rigenerazione continua dello spirito originario di servizio alle persone sofferenti.

Vogliamo, per cortesia, dare spazio e centralità alla rendicontazione ed al controllo sociale, alle reti associazionistiche e di solidarietà, alla partecipazione delle famiglie coinvolte e della comunità tutta; vogliamo, per favore, attivare quella formazione continua su se stessi e/o tutti quei necessari meccanismi di rigenerazione personale e di gruppo che soli possono garantire l’attenzione alla centralità della persona. In tal senso la Chiesa Locale si trova di fronte ad un bivio: come mantenere e diffondere la propria missione evangelica di essere Amore-Caritas per i sofferenti e contemporaneamente integrarsi e rapportarsi con la società civile e laica e con il potere politico-istituzionale, rigenerando e mantenendo vivo nelle opere sociali lo spirito originario.

Ben vengano allora le profonde riflessioni di M. Illiceto ed F. Parisi, autorevoli uomini impegnati nella Chiesa Locale; ma non è forse anche necessaria una riflessione di fondo nelle stesse congregazioni religiose, con tutte le cautele del caso, in un’ottica non solo di autodifesa ma di proposizione attiva e positiva, nelle comunità parrocchiali e da parte di chi presiede, dei nostri Vescovi, indipendentemente dalla Chiese Locali di appartenenza, evitando che il silenzio pubblico sia così assordante da stordire ogni spinta interiore? Abbiamo bisogno di fede e di fiducia.

(A cura di Silvio Cavicchia – Sociologo e Ricercatore sociale del Centro Studi e ricerche “Eutopia” – silviocavicchia@gmail.com)

Lo scandalo del “Don Uva”:quel manicomio che si ripropone (II) ultima modifica: 2015-07-02T11:01:52+00:00 da Silvio Cavicchia



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