Casi e Sentenze

Cancella dati dal computer, senza prove certe licenziamento illegittimo


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Redazione di un giornale (immagine d'archivio)

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Roma – CON la Sentenza n. 17097/2010, la Corte di Cassazione ha ribadito il principio di diritto secondo il quale l’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonché la valutazione dei documenti e delle risultanze di una prova testimoniale resa in sede di un altro processo, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova, con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento,senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata. Il principio citato è stato ribadito dalla Suprema Corte nell’ambito di un ricorso, promosso da una società, avverso la pronuncia di appello con cui era stata rigettata l’impugnazione della sentenza di primo grado favorevole nei confronti di una dipendente licenziata, per motivi disciplinari dalla società appellante, in quanto ritenuta responsabile di aver volontariamente cancellato, dal computer affidato in via esclusiva alla lavoratrice in questione, dati aziendali di notevole importanza e riservatezza.

Ad avviso della società, la dipendente avrebbe agito in tal modo al fine di danneggiare la stessa società, che le aveva imposto una trasferta a Aosta. Ma, il giudice del merito aveva rilevato che, anche a voler ammettere che la lavoratrice avesse avuto l’intenzione di danneggiare la datrice di lavoro, la medesima non avrebbe potuto raggiungere tale scopo, perché tutti i dati erano conservati nel server centrale. Inoltre, non erano emersi elementi atti a dimostrare per quale ragione la lavoratrice, responsabile dell’Assicurazione Qualità, avrebbe dovuto conservare in via esclusiva nel suo computer files che riguardavano l’Ufficio Tecnico e che erano contenuti, al pari di qualsiasi altra “lavorazione o documento”, nel server centrale e erano presenti, in forma cartacea, presso le committenti e nei cantieri.

Non era stato dimostrato neppure che la lavoratrice avesse l’uso esclusivo del suo personal computer, essendo anzi emerso il contrario, vale a dire che chiunque avrebbe potuto usarlo, infatti,sulla base delle risultanze probatorie acquisite era risultato che qualsiasi dipendente avrebbe potuto accedere al computer della dipendente in questione e non c’era alcun obbligo di salvare dati sul personal computer in dotazione, né era dato sapere se vi fossero stati conservati dei files prima dell’episodio di cui alla contestazione né, eventualmente, quali.

Non v’era alcuna prova, ma neppure alcun indizio, che potesse indurre a ritenere che la dipendente avesse eliminato volontariamente i files de quibus, pertanto, doveva ritenersi l’irrilevanza della non provata formattazione del personal computer, poiché, per affermare che l’ipotetica formattazione aveva cancellato i dati, sarebbe stato necessario avere prima la certezza che ci fossero stati dati da cancellare. Inoltre, poiché nessuno dei dipendenti aveva l’obbligo di salvare dati sul proprio personal computer, bensì di salvarli nel server centrale, la loro eventuale cancellazione non avrebbe concretizzato alcun comportamento disciplinarmente rilevante, perché non sarebbe stato trasgredito nessun obbligo e, per finire, nessuno aveva visto la dipendente formattare il suo personal computer l’ ultimo giorno di lavoro nel quale la società aveva affermato che sarebbe stata compiuta l’operazione, che peraltro avrebbe richiesto il possesso di un compact disk di installazione e l’interazione al computer per un congruo lasso di tempo. Le motivazioni ci appaiono ineccepibili e tali sono apparse anche alla Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso, promosso dalla società, avverso la sentenza di appello. Tra i motivi di censura, la ricorrente ha dedotto il vizio di motivazione, lamentando che il giudice del merito avesse trascurato di considerare che, dalla pronuncia del GIP di Napoli, emergeva la piena confessione, da parte della dipendente, che solo la medesima poteva accedere al personal computer e che solo la stessa avrebbe potuto procedere alla formattazione dell’hard disk, con azzeramento dei dati ivi contenuti, durante l’orario di lavoro.

Ma, la Corte ha osservato che la doglianza non risulta condivisibile laddove attribuisce alle dichiarazioni, rese dalla dipendente nell’ambito di un procedimento penale, il valore di piena prova, essendo di tutta evidenza che le dichiarazioni pretesamente confessorie della lavoratrice non sono state rese nell’ambito del presente giudizio, né alla controparte. Pertanto le affermazioni in questione erano liberamente apprezzabili dal giudice del merito, con conseguente applicabilità del principio di cui sopra. Inoltre, l’emergenza probatoria, di cui viene lamentata l’omessa considerazione, non è neppure di rilievo decisivo, poiché, quand’anche dalla stessa fosse effettivamente desumibile l’utilizzo esclusivo del proprio personal computer da parte della dipendente, non resterebbe minimamente scalfita l’affermazione, di natura assorbente, relativa alla mancata dimostrazione della pregressa presenza nel medesimo personal computer dei dati aziendali di cui è stata contestata l’indebita cancellazione (fonte: Usspi).

Cancella dati dal computer, senza prove certe licenziamento illegittimo ultima modifica: 2010-09-02T01:08:15+00:00 da Redazione



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