Cultura

Fatima, storia di una migrante


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Lucera – Fatima, nata a Casablanca, 21anni, immigrata di seconda generazione, abita a Lucera con la madre e la sorella, si esprime molto bene sia in Italiano che nella lingua materna, l’arabo. Racconta in una lunga intervista la sua storia i ricordi, il Marocco. Una identità ibrida, in cui le due culture, quella di accoglienza e quella di origine si sono mescolate mirabilmente.

Sono arrivata in Italia con mia madre e mia sorella, avevo solo due anni, non ho capito molto di questo passaggio dal Marocco all’Italia, per me l’importante era stare con mia sorella e mia madre. Non ho capito neanche perché mia nonna non era con noi, ma sentivo la sua mancanza. Poi la nonna venne in Italia, ma per poco, due o tre mesi. Mamma ci mandò subito all’asilo perché lavorava tutto il giorno, chiese al Comune un aiuto mandarci a scuola. All’epoca c’era una suora che accettò sia me che mia sorella. Subito ci siamo integrate, abbiamo cominciato a parlare la lingua e capivamo che gli altri bambini non parlavano arabo come noi. È così che abbiamo capito che non stavamo più nel Paese nostro, di origine, ma non era per noi un grande problema, perché in Marocco non avevamo mai frequentato la scuola. Diverso forse sarebbe stato l’inserimento scolastico se fossimo arrivate qui più tardi, quando si comincia a capire, quando si lasciano gli amici di scuola nel Paese di origine per ricominciare tutto da un’altra parte. Invece noi eravamo piccole ed è stato più logico inserirci nella società.
Siamo state dai padri giuseppini che ci hanno aiutate, le cose che sappiamo e conosciamo le dobbiamo a loro…


Ma avete mai avuto problemi, siete mai state oggetto di discriminazione latente o manifesta?
Per nostra fortuna no, per quel che mi riguarda… l’importante è comportarsi bene, perché come tratti così vieni trattato. Non c’è mai stato, per dire, uno che abbia detto: non voglio sedermi vicino a quella ragazza perché non è della mia religione, della mia razza. Adesso vedo anch’io in televisione quello che capita, che prima non c’era, cioè … prima non c’era tutta questa discriminazione, tutte ‘ste storie razziali…

In che periodo hai avvertito che le cose stavano cambiando?
Molto di recente, due o tre anni fa, quando ho iniziato a lavorare, ho cominciato a capire che … ci sta questo. Non nella mia città, Lucera o Foggia, perché mi conoscono tutti, ma già se mi allontano…

C’è un episodio in particolare che ti ha fatto capire che qualcosa stava cambiando?
Due anni fa sul pullman. C’era una signora italiana e un’altra signora di non so che paese, forse pure lei araba, tunisina, marocchina, che si voleva sedere vicino a lei, perché il posto era vuoto, però lei ha detto: “No, ci sono tanti altri posti”. Là ho capito che… la signora italiana era proprio ineducata, perché la sedia non è la sua, perché la signora straniera non l’avrebbe contagiata, perché era una persona normale come tutte le altre persone.

Ma tu… ti senti più italiana o più marocchina?
Logico che uno non è che si scorda il paese di provenienza, le origini sono sempre quelle, non è che uno lo rinnega, non si deve vergognare di quello che è. Nel senso che … ci sono persone che vengono qui in Italia e fanno finta di non essere quello che sono … perché si vergognano, questo dipende dai genitori che non gli spiegano la provenienza, tutto quello che c’è da sapere. Per esempio quando torno in Marocco ci sono ragazze che sul traghetto non parlano la loro lingua. Arrivata al Marocco tu devi parlare la tua lingua, che parli a fare l’italiano o il francese? Perché tanto non ti capisce nessuno! Tu devi parlare la tua lingua perché stai tornando al Paese tuo. No, loro fanno finta di non essere … marocchine, loro si credono italiane, francesi, estere. Per buffonaggine … più che altro vogliono dimostrare che non sono marocchine , che sono turiste. Come per dire: “Non siamo come voi che siete qui, che non aveTe soldi, noi ce l’abbiamo”. Invece alla fine dei conti non hanno niente, perchè se rinneghi il tuo Paese …è come se tu non avessi nulla!

Ma questa riCchezza esibita è reale?
Certo, ci sta chi ha fortuna, torna al paese, si apre un’attività e non fa più ritorno nel paese dove era immigrato. Quelli che tornano … tornano benestanti, migliorano la loro condizione, ma non perché nel paese di origine non c’è ricchezza e non c’è lavoro, è solo che la ricchezza è concentrata in mano di pochi, come in tutti gli altri paesi. Per dire… su mille solo cento trovano lavoro, e chi pensa al resto della popolazione? Chi la porta avanti?

Ma torniamo alla domanda iniziale…
Eh … sì, mi sento marocchina. Io ho la mia provenienza e origini, la mia famiglia, però per quanto riguarda la cultura, la religione non è che uno cresce là e sa per aver appreso in famiglia abitudini, questo e quello e dunque che anche te devi farlo. Tu sei cresciuto all’estero, tua madre ti spiega quando mette in tavola com’è la tua cultura, la religione, quando fanno il Ramadan o la festa di Abramo. Ma tu sei piccola e non sai niente, quando è Natale gli altri bambini fanno il Natale e dici: “Mamma anch’io voglio il regalo di Natale”. Invece in Marocco il regalo si fa il giorno di Abramo. Due anni fa ho detto a mia madre che volevo vedere la festa di Abramo, ma non solo in tv, ho detto che volevo vederla in Marocco. Così sono andata a festeggiarla lì, è stato bello, è come la Pasqua, sono simili, la famiglia si riunisce, si mangia l’agnello. Qua puoi farlo anche tutti i giorni, riunisci la famiglia e mangi l’agnello, là invece uno che non ha possibilità mangia l’agnello solo quando è festa, perché deve festeggiare, sennò quando festeggia?

Quando torni in Marocco che tipo sensazioni hai? I luoghi ti sono di familiari o sconosciutI?
Sì, di disagio, all’inizio, quando ero piccolina e tornavo al mio Paese vedevo le donne col velo, anche perché mia madre quando torna in Marocco per rispetto di mia nonna mette il velo e il vestito lungo. E io mi sentivo a disagio… e mia nonna mi ha spiegato, vedi che è così e così … però questo non vuol dire che io che non sono abituata a portare il velo devo metterlo. E adesso le ragazze in Marocco si sono modernizzate, non lo portano più e io mi sento più a mio agio. Adesso c’è il nuovo re che dal 1998 ha cambiato molte cose. Meno male! È logico che la condizione della donna doveva cambiare, non come prima che il marito portava un’altra a casa e diceva: “O te la tieni o te la tieni senza scelta”. Ora invece la donna può chiedere il divorzio, ma il marito deve mantenerla… così ora non gli conviene più portare altre, prima invece poteva fare quello che voleva.

Tua madre ha scelto di lasciare il Marocco, di portarvi in Italia, tu condividi la sua scelta?
È difficile dirlo, quando sei piccolina vuoi stare con tua madre, non ti chiedi altro e adesso … non ho nessun rimpianto. Quando ero piccola pensavo che eravamo in un altro quartiere, non avevo capito che eravamo in un Paese diverso, così cercavo l’altro quartiere, cercavo i nonni. E allora una volta uscii di casa di nascosto con mia sorella dalla retina della porta per andare a trovare i nonni, ma mia madre ci raggiunse all’angolo della strada e ci riportò a casa (sorride).

Il vostro è un ottimo italiano …
Siamo cresciute in Italia e a parte il colore della pelle è difficile dire, ascoltando me e mia sorella, se siamo più italiane o marocchine, il nostro modo di parlare non è differente da quello delle ragazze italiane, abbiamo frequentato qui tutte le scuole, siamo state in classe con i bambini italiani, anche quando finisce la lezione i tuoi compagni sono italiani, non hai altri compagni con cui condividere il tempo libero. Ecco, è così che impari anche il dialetto locale.

Che cosa ti piace di più del Marocco?
Non saprei dirti, perché non so tutto, so dirti che è bello il raduno della famiglia nei giorni di festa, ci tengono molto alla religione, al Corano. Ho letto il Corano tradotto in Italiano, perché non so leggere bene l’arabo. A differenza di qua che non ci tengono alla religione, in Marocco c’è più osservanza, mentre in Italia sono più aperti e generosi, non certo tutti, ma… in Marocco è maggiore l’aiuto reciproco, invece tra immigrati marocchini in Italia c’è molta competizione, sul lavoro, su tutto, piuttosto si massacrano a vicenda.

Hai più amici qui o in Marocco?
Amici no, piuttosto quando vado ai matrimoni di famiglia non conosco nessuno, mi presentano la sposa, mi dicono vieni, siediti, poi alla fine della festa mi chiedono: “Ma tu a chi appartieni allo sposo o alla sposa? “. Amici là non ne ho, perché in un mese quando vado non è che ti puoi fare amicizie come qua, che ho amici di scuola. Insomma amici là non ne ho, quando vado in Marocco mi porto i miei amici di qua, come ho fatto l’anno scorso.

So che collabori con la CGIL, raccontami questa tua esperienza di lavoro.
All’inizio non è stato facile, poi ho cominciato allo sportello immigrati, ho imparato come aiutante dell’addetto alle pensioni, alla idoneità alloggiativa o persone che sono disoccupate, badanti che lavorano ma senza contratto, perché il datore di lavoro dice che non ce la fa a mantenerla, a metterla in regola… oppure dice che la badante non ha capito. E che sono bestie che non hanno diritto? Non hanno diritto di andare a casa, uscire e tornare in Italia? Ora ci sono sanzioni per quelli che ingaggiano gli stranieri e poi non li fanno lavorare, tipo se io italiano faccio venire una persona dall’estero ho 48 ore per fare l’assunzione dello straniero da quando entra sul territorio italiano, se non faccio il mio dovere mi arriva una multa salata. Uno ci pensa prima di fare una cosa così. Ora sì che sta cominciando a funzionare meglio.

Che ne pensi dei rituali di guarigione?
Sinceramente ho curiosità, ma mi sento a disagio quando vedo persone che stanno male e aspettano di essere guariti da un miracolo, come per la visione di Fatima o di Padre Pio, così in Marocco…aspettano miracoli dai santi! Qui è ovvio che uno va in ospedale, mentre lì per una visita devi aspettare anche cinque mesi e devi pagare, anche al pronto soccorso devi pagare, è come in America che se non hai l’assicurazione… muori! Poi sì che c’è l’ospedale statale, è logico che tutti vanno lì e… se tu devi farti una visita devi aspettare sei mesi. Funziona ma non hanno tutto quello che hanno qui in Europa. Una volta mio zio si fece male alla mano e lo portammo all’ospedale statale, e lì ci dissero: “L’avete portato ago e filo per cucire?” Io sono rimasta … e mi sono chiesta, ma questi che vogliono fare? E io… in Marocco anche se sto per morire non ci vado in ospedale… Mia nonna racconta che prima se dovevi partorire ti dovevi portare tutto da casa. Vieni trattato bene solo se paghi. Ora il nuovo re sta facendo aprire altre strutture ospedaliere pubbliche per i bambini, per i diabetici, sembra che sta andando bene, ma… poi c’è sempre quello dietro che si mangia tutto, c’è sempre quello che non si accontenta di guadagnare 100 e ne vuole 500…

Ma questo accade nel pubblico e nel privato?
Nella struttura pubblica, perché quando il re apre un ospedale pubblico è pubblico e basta, ma… dappertutto stanno i marioli. Invece quello che funziona lì e mi piace, che qui non funziona, è la legge. In Marocco ad un assassino non mettono l’avvocato, non c’è processo, a differenza di qua che… la legge non funziona! Qui non c’è la legge, lo sto vedendo con i miei occhi. Io vorrei fare carriera nell’esercito, se ci arrivo, o nei carabinieri o roba varia. In Marocco non se la prendono con comodo, chi sbaglia lo arrestano e basta!

Cosa ti piace/non ti piace dell’Italia e del Marocco?
Dell’Italia mi piacciono e amicizie e che ho imparato una lingua nuova, ma ho perso la famiglia che rimane lì…. ecco ….la famiglia è più importante in Marocco, c’è più cura degli anziani, c’è più sentimento. Per esempio gli anziani hanno diritto ad essere chiamati zio o zia, ma se non li conosci li devi chimareershan, cioè per rispetto li devi chiamare così, come un signore che è andato a La Mecca. All’università …anche in Marocco si studia come qua, ma è per la maggior parte privata, non è come qua che c’è all’università pubblica e puoi scegliere di studiare qualsiasi cosa.

Fatima, storia di una migrante ultima modifica: 2011-11-02T17:52:35+00:00 da Redazione



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