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A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (II)

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(II – continua) Ӗlsio era lì per ammirare le gesta di un ragazzo alto e robusto; stava davanti alla porta per proteggerla affinché il pallone non la violasse entrando. Mi feci vedere con gesti grossolani delle braccia, non curandomi più degli uomini lì intorno. Vedendomi, subito corse da me, tutto contento: «Mamma», disse, «posso stare fin quando finisce la partita?». Mi guardò con quegli occhi così lucenti di gioia che non volli spegnerli con un egoistico no. Non ero sola, la mia amica acconsentì a farmi compagnia e lui corse a mettersi dietro la porta; applaudendo e incoraggiando il portiere: era così preso da quel gioco che si era messo a raccattare il pallone ogni qualvolta esso veniva scagliato fuori dal campo. Restai lì un po’ e vidi Ӗlsio così contento e preso da quel gioco che pensai fosse un’attrazione malefica e che avrebbe potuto portare mio figlio a chissà quale rovina: rabbrividii. Il ritardo comportava il dover prendere la corriera successiva per tornare a casa. Facemmo un giro e poi tornammo: ringraziai la mia amica per tanta pazienza e ci avviammo verso la corriera. Per strada mio figlio mi prese la mano; era così gioioso di aver assistito alla partita che tornò ragazzino senza accorgersene.

Nel viaggio, Ӗlsio mi guardava giusto negli occhi, mi sembrava curioso l’atteggiamento, poi capii; voleva che gli chiedessi spiegazioni dettagliate su quel nuovo gioco. Esso portò in lui il sorriso e la gioia di vivere la sua giovinezza: cambiai idea. Capii che dovevo informarmi per poter discutere del gioco: così avremmo riempito le nostre giornate insieme a casa, non pensando sempre al vuoto che aveva lasciato il padre. Così feci subito, sapevo di farlo contento e cercai di far assumere al mio viso un’espressione interessata in modo da indurlo a dilungarsi: e lo fece e come!! «Sai mamma non è un nuovo gioco», cominciò, «lo praticano già da molti anni; te l’ho detto qualche volta, ma a te non interessano i giochi degli uomini e quindi non te lo ricordi, ma di questo non te ne faccio una colpa, anzi è giusto così: se a me non piacessero le bambole tu non mi faresti delle colpe per questo, vero?». Aveva ragione. «Si chiama calcio», continuò vedendomi interessata, «c’è anche un torneo nazionale che si chiama campionato e io conosco tutte le squadre che vi partecipano, ci sono dieci città che si sfidano in questo torneo; una volta vanno a giocare in una città, un’altra volta giocano nella loro città.

I giocatori viaggiano molto, conoscendo molte città, una diversa dall’altra e la gente paga il biglietto per vederli giocare. Questo lo so perché leggo il giornale del professore, alla pagina dello sport; lui me lo lascia leggere volentieri». Lo fermò una signora, alzandosi, per passarci davanti: doveva scendere alla prossima fermata. Comunque lui non smise di guardarmi negli occhi, mi scrutava, controllava il mio viso se io avessi interesse per tutto ciò che mi diceva; ma io l’avevo previsto e quindi anticipavo le sue domande con gli occhi incoraggiandolo ad andare avanti. Però ora, nel sentire Ӗlsio parlarmi di quel gioco, non facevo più finta, cominciavo ad interessarmi veramente: volevo capire cosa avesse di tanto affascinante e perché c’erano tante persone che lo seguissero. Il gioco con il pallone mi stava incuriosendo, non aveva niente che potesse farmi divertire, niente di niente, eppure questo gioco, mascolino che sia, mi stava entrando in simpatia ed io cominciai ad avere interesse a sapere e quanto più mi diceva di esso più io mi appassionavo. D’altronde Ӗlsio sapeva raccontare; lui aveva una tale dolcezza nell’esporre i fatti che mi sconcertava; il suo modo di parlare mi metteva in imbarazzo per la paura di non afferrare quello che diceva. E quando mi descrisse i colori delle maglie delle diverse squadre, capii dal suo entusiasmo per quali colori parteggiava.

Io la domenica dopo, per fargli piacere, accoppiai la camicetta di un “colore”, alla gonna nera. Mi piaceva ascoltare ed io non facevo altro che ascoltarlo, indipendentemente dall’argomento, con interesse. Con lui accanto, con il suo modo di dirmi le cose, di farmele capire; con il suo incoraggiamento ad andare avanti, ho superato il dolore più atroce che ad una giovane donna possa capitare: perdere l’uomo che si ama. Tornati a casa, quella volta, il discorso sul calcio non finì sulla corriera e quando ne aveva occasione, mi raccontava del campionato, a volte ero io che glielo chiedevo. Ora di strano mi capitava che quando andavo in paese e passavo dal campo sportivo e vedevo i ragazzi che si allenavano, davo una sbirciatina, volevo rendermi conto del gioco per poterne discutere con Ӗlsio e dare una mia opinione sul calcio; anche se, per quell’epoca, era inopportuno per una donna.

Riprendemmo la nostra vita quotidiana; Ӗlsio si mise a studiare con più impegno: non voleva darmi problemi per il suo studio. Nei nostri discorsi quotidiani entrò ufficialmente il calcio, per la contentezza di Ӗlsio e la mia tranquillità. Lui sapeva i problemi che avevo nel portare avanti la masseria e, quando poteva, mi dava una mano: sapeva però che il migliore aiuto era non darmi pensiero per lui.

Ci fu un periodo che di calcio si parlò poco o niente però, ne ero certa, lui seguiva sempre le vicende del campionato e in momenti più tranquilli me l’avrebbe raccontato. Ero in conflitto con me stessa, ed Ӗlsio lo capì, ma non sapeva il perché. La monotonia delle cose mi portò alla noia e si sa essa ti porta a non interessarti delle cose belle che la vita ti dà: una di queste per me era Ӗlsio ed io l’avevo un bel po’ trascurato! Fu abbastanza lungo tutto ciò e questo non dava tanta armonia alle cose ma tristezza all’anima, al cuore che in realtà ha bisogno di scosse emotive per potersi mettere in moto velocemente e far girare il sangue gioioso com’è gioioso il correre dietro ad un pallone e a tirargli un calcio per farlo correre più veloce di te, più veloce degli altri, più veloce di tutti per poi gioire.

E così, finalmente, finì quello stare quieti senza vita. Paradossalmente fu in un giorno cupo e piovoso, quello che ti costringe a stare dentro casa ad annoiarti, a capovolgere tutto. All’improvviso sentii Ӗlsio mettersi a cantare, era nella sua stanza; trasalii: ‘cos’è successo’ mi dissi. Comunque sia, sentirlo cantare e ritrovare l’allegria contagiò anche me, ma non osai chiedere il perché. Aspettavo che me lo dicesse lui: non mi disse niente, però era più loquace e questo era un buon segno e a me bastò. Riprendemmo i nostri discorsi di sempre e di conseguenza entrò di prepotenza il calcio nel linguaggio quotidiano. Da quel momento lo vedevo meno schivo, più comprensivo nei miei confronti, non che prima non lo fosse, era come se avesse trovato una sua ragione d’essere e pensava un po’ di più a chi gli stava intorno.

Un giorno, tornando a casa un po’ prima, lo trovai rosso in viso; non capii il perché, mentre lui cercava di nasconderlo, senza riuscirci, quando lo salutai. Mi incuriosii; ‘il clima non era proprio caldo’; mi dissi: vuoi vedere che ha la ragazza e nelle mie assenze va a trovarla e per non farsi scoprire si mette a correre come un matto per farsi trovare in casa? Se questo mio pensiero fosse stato vero ne sarei stata felice; a questa età è la cosa più bella che si assapora e che si ricorda. Ora per me è la cosa più cruda che io possa ricordare. Comunque non feci niente per scoprirlo; feci finta di non accorgermene; altre volte lo trovai così, ma ormai non ci feci più caso, convinta che avesse la ragazza.

Un venerdì Ӗlsio andò in gita con la scuola per tre giorni e io per non sentirmi sola misi la casa sottosopra per le pulizie. Comunque tre giorni senza Ӗlsio, senza il suo raccontarmi qualcosa del calcio, senza sentirmelo intorno a darmi fastidio quando cucinavo, mi sembravano troppi; ‘comunque sia, passerà’, mi dissi confortandomi. Cominciai con la stanza di Ӗlsio; vedendo le sue cose stavo meglio. Misi in ordine dapprima i libri poi gli indumenti, sparsi per la stanza, come se fosse passato un tifone. Da ultimo spostai il letto di ferro, abbastanza pesante, per poter pulire sotto; da tanto non lo facevo. E lì ebbi una sorpresa: sotto di esso trovai il cestino delle uova ben nascosto da una scatola. A suo tempo il cestino sparì senza un ragione. Chiesi ad Ӗlsio dove fosse finito, ma non seppe dirmi niente; anzi sviò subito il discorso, dando la colpa a me, perché ero io che lo tenevo in cucina e quindi lo sorvegliavo. Ecco, vedendolo in camera sua, provai una sensazione di tradimento; un poco stupido da parte di Ӗlsio: la cosa cominciava ad essere preoccupante, visto il rapporto di confidenza che c’era tra me e lui: prima mi diceva tutto; ora quel cestino… Con rabbia lo presi e lo poggiai sul letto; non era vuoto.

C’era qualcosa nascosto dentro ad esso, sotto a un panno di lana gialla. Rimasi meravigliata quando tolsi il panno e ci trovai un pallone: un pallone? Cosa ci fa in un cesto per uova, nascosto sotto il letto, al buio, quando la sua vita è all’aperto in mezzo a dei ragazzi che lo rincorrono e lo prendono a pedate ed esso tutto contento vola da un piede all’altro, con la folla che grida? Va bene che non capivo niente di quel gioco, ma non avevo mai sentito che si giocasse così, a nascondino, non sapevo proprio spiegarmelo. Comunque per curiosità lo presi ed era abbastanza pesante; ‘dovevano essere proprio giovani e forti per poter giocare a calcio ’, pensai. Lo girai, lo rigirai tante volte, era ben lucido, pulito; ma non trovai che avesse quel gran fascino, quel qualcosa per essere nei pensieri di un ragazzo tanto da portarlo a casa, nascondendolo e tenendolo sotto ai suoi sogni. Avvolsi il pallone nel panno e lo rimisi nel cestino; dopo le pulizie lo rimisi sotto il letto dov’era con la scatola di sopra che lo nascondeva. Quel segreto ora era anche mio, un segreto piccolo e piacevole che sembrava me lo avesse confidato Ӗlsio stesso. Pensai che un giorno gli avrei svelato di aver trovato il cestino col pallone, però senza suscitare risentimenti da parte di Ӗlsio. Quella notte girovagai in quell’intuito femminile per trovare un modo affinché venisse alla luce la migliore soluzione per far sì che Ӗlsio mi parlasse del cesto e del pallone; per me era importante che me ne parlasse lui al più presto. Finalmente prima dell’alba trovai la soluzione per uscire da quel tunnel, immacolato, ma sempre imbarazzante, e quando fosse tornato dalla gita, avrei subito mosso le cose, affinché arrivassi allo scopo: però c’era una priorità che gli avrei detto.

Pur sofferta, la solitudine qualcosa mi portò di buono: riflettei molto della proposta fattami dal mio medico di famiglia qualche tempo prima. Lui come me era rimasto solo; completamente solo perché non aveva neanche figli: mi voleva sposare. Al momento ritenni un’offesa al dolore che portavo dentro di me: scacciare dal mio cuore l’amore per il mio uomo perso. Erano talmente forti i due sentimenti che la proposta mi suscitò che la ritenni vana: anche se per me, “donna”, fu un grande onore. Ecco perché i tre giorni vuoti di vita e pieni solo di polvere e disordine, ma non nella stanza di Ӗlsio, parlo nella mia mente, mi fecero capire cos’era la solitudine; quella più cruda: quella che avrei affrontato dopo che Ӗlsio si sarebbe formato una famiglia. A questo tremendo pensiero ebbi un brivido; lasciai tutto e andai a sedermi fuori sull’aia. Non ricordo se piansi, non so neanche se in quel momento ero proprio lì; tanta era la paura di quel pensiero: mi trovai sola in mezzo al nulla e in quel momento chiesi perdono al mio amore; ma da sola non sarei rimasta mai, mai !!

Della proposta del dottore ad Ӗlsio non avevo mai parlato perché senza dubbio non l’avrei mai accettata. Ma al suo ritorno, prima di parlargli del cesto, avrei affrontato l’argomento della proposta del dottore e sentito il suo parere: ne aveva diritto. Quando ebbi sistemato i miei pensieri e i miei propositi tornai dentro a sistemare le ultime cose nella stanza di Ӗlsio, semmai avessi scordato qualcosa; il suo ritorno era imminente. Risistemai i libri sul tavolo e i giornali di sport. Incuriosita ne presi uno e guardai le foto dei giocatori; lessi, quel po’ che sapevo, qualche titolo: “Grande parata del portiere volando all’incrocio dei pali”, e ancora, “Meraviglioso gol del centravanti che ha dribblato tre avversari e poi il portiere entrando in porta da solo da trionfatore”. Rimasi incantata da quei titoli e mi chiesi ‘ma è veramente così affascinante quel gioco che si scrivono dei titoli così? ’. Quando guardai sotto il letto, guardandolo bene non trovai nulla che fosse degno di fascino. Mi sbagliavo: non è in sé il pallone che è affascinante, ma il gioco che si svolge intorno ad esso. “Oggi la squadra ha combattuto eroicamente”, lessi un altro titolo che prendeva mezza pagina. Capii perfettamente che il calcio è la medicina contro la solitudine: parteggiare per una squadra; seguirne le gesta dei giocatori; ammirare i colori delle loro maglie e vedere le partite stando in quella massa di gente che grida come ossessa incitando la propria squadra. E infine, dopo tutto questo, comprare i giornali e parlare, parlare e parlare aspettando la partita appresso. ‘Gli amanti di questo gioco non sapranno mai cos’è la solitudine’, mi dissi convinta che è questo il fascino del “gioco del calcio” !! (II continua)

(A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile, Manfredonia 02.11.2016)



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