Lavoro

La povera Italia in crisi. Ecco il rapporto Censis


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Crisi, precariato (blog.cronaqui)

Crisi, precariato (blog.cronaqui)

Roma – L’ITALIA ha “vissuto in questi ultimi mesi una retrocessione evidente della nostra immagine nazionale”. La società si è rivelata “fragile, isolata”, “in affanno” e “in parte eterodiretta”. E’ quanto emerge dal 45esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2011 che, “partim dolore, partim verecundia, cioè un po’ con dolore e un po’ con vergogna”, prende atto della “retrocessione” dellItalia dovuta “alla caduta del nostro peso economico e politico nelle vicende internazionali ed europee”. “Abbiamo scontato certo una triplice e combinata insipienza”, continuna il Rapporto: ovvero, aver “accumulato per decenni un abnorme debito pubblico, che non ci permette più autonomia di sistema; esserci fatti trovare politicamente impreparati a un attacco speculativo che vedeva nella finanza pubblica italiana l’anello debole dell’incompiuto sistema europeo; aver dimostrato per mesi e mesi confusione e impotenza nelle mosse di governo” in difesa dell’economia.

Nel picco della crisi 2008-2009 – continua il Rapporto – avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una good reputation internazionale. Ma ora siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale). E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa) non riescono più a funzionare. “Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo, ma da prigionieri, alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini”.
Per uscirne, bisognerà tornare all’economia reale, nonostante l’attuale trionfo dell’economia finanziaria. La nostra crescita dell’ultimo mezzo secolo è stata il frutto di processi di sviluppo della soggettività individuale (iniziativa imprenditoriale di piccola e media dimensione, vitalità delle diverse realtà territoriali, coesione sociale, forza economica e finanziaria delle famiglie, diffusa patrimonializzazione immobiliare, radicamento sul territorio del sistema bancario, responsabile copertura pubblica e privata dei bisogni sociali): fattori ancora essenziali per superare la congiuntura negativa e il declinismo. “Potremo superare la crisi attuale se, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, sapremo mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia”.

IDENTITÀ PLURIME E INTERESSI: GLI ITALIANI IN RECUPERO DI SERIETÀ. In tempi di crisi, gli italiani riscoprono il valore della responsabilità collettiva: il 57,3% è disponibile a fare sacrifici per l’interesse generale del Paese. Anche se il 46% di questi lo farebbe solo in casi eccezionali. L’81% condanna duramente l’evasione fiscale: il 43% la reputa moralmente inaccettabile, il 38% pensa che chi non paga le tasse arreca un danno ai cittadini onesti. L’identità italiana è per sua natura molteplice: il 46% dei cittadini si dichiara ‘italiano’; i ‘localisti’ sono il 31,3% e si riconoscono nei Comuni, nelle regioni o nelle aree territoriali di appartenenza; i ‘cittadini del mondo’, che si identificano nell’Europa o nel globale, sono il 15,4%; i ‘solipsisti’, che si riconoscono solo in se stessi, sono il 7,3%. Ancora oggi i pilastri del nostro stare insieme fanno perno sul senso della famiglia, indicata dal 65,4% come elemento che accomuna gli italiani.

CALA FIDUCIA IN ISTITUZIONI, CI CREDE 1 ITALIANO SU 4. “Solo un quarto dei cittadini italiani dichiara di avere fiducia nelle principali istituzioni rappresentative (Governo e Parlamento)”. “La percezione della crisi economico-finanziaria ha tendenzialmente eroso i livelli di consenso di cui godono le classi dirigenti continentali, ma sembrerebbe esservi una specifica accentuazione italiana della caduta di considerazione nei confronti di chi, in diversi ambiti e a diverso titolo, occupa posizioni di responsabilità o svolge ruoli di influenza” afferma il Censis. Alla classe dirigente la maggioranza degli italiani (59%) chiede adesso “specchiata onestà sia in pubblico che in privato”, preparazione (43%), “saggezza e consapevolezza (42,5%).
GIOVANI AL CENTRO DELLA CRISI. Tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati. Nel 2010 quasi un giovane su quattro tra i 15 e i 29 anni non studia nè lavora ed è molto alta, rispetto alla medie Ue anche la quota degli scoraggiati: l’11,2% dei giovani di 15-24 anni, e addirittura il 16,7% di quelli tra 25 e 29 anni, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è pari rispettivamente al 3,4% e all’8,5%.. In calo i laureati, che il mercato non assorbe: “Sul versante dell’alta professionalità, siamo di fronte al paradosso di una scarsa, e tendenzialmente in contrazione, produzione di laureati, rispetto alle altre economie avanzate, che ci colloca ancora molto lontani dall’obiettivo comune europeo di giungere al 40% di popolazione di 30-34 anni in possesso di titoli d’istruzione terziaria, e un mercato del lavoro non in grado di assorbirla completamente”.

IN CALO PRODUTTIVITÀ E QUALITÀ SERVIZI. Nell’ultimo decennio gli occupati sono aumentati del 7,5%, ma il Pil è cresciuto in termini reali solo del 4%, contro il 9,7% della Germania e l’11,9% della Francia, che hanno registrato incrementi occupazionali rispettivamente del 3% e del 5,1%. Si è ridotta la nostra capacità di generare valore. “La produttività oraria è andata progressivamente calando”. Dati alla mano, fatto 100 il livello di produttività medio europeo, l’Italia presentava un valore pari a 117, nel 2010 il differenziale risultava decisamente più contenuto, collocando il nostro Paese sui livelli medi dell’Europa (101), molto lontano da quello dei nostri principali competitor (133 la Francia, 124 la Germania, 108 la Spagna e 107 il Regno Unito) e sempre più simile a quello dei newcomers, dei Paesi che hanno fatto del basso costo del lavoro la loro principale leva di concorrenzialità sui mercati. “Tale dinamica à stata sicuramente condizionata dalla qualità della crescita occupazionale registratasi in Italia negli ultimi anni, che ha visto aumentare i lavori a bassa o nulla qualificazione a scapito di quelli più qualificati”.

Lascia a desiderare anche la qualità dei servizi. “In un momento difficile per il Paese, i cittadini e le imprese si trovano a fare i conti con un sistema dei servizi che mostra evidenti segnali di criticità”, afferma il Censis, sottolineando che in Italia il valore aggiunto dei servizi cresce pochissimo (+1,3%), scontando pure un decremento nell’ambito delle attività legate al commercio e al turismo. Nel 2011 il trasporto pubblico ha subito mancati trasferimenti in attuazione dell’accordo Stato-Regioni, con queste ultime costrette ad aumentare le tariffe e a ridurre i servizi. Nel triennio 2008-2011 la scuola ha subito una riduzione di circa 57.000 docenti, a fronte di 76.000 alunni in più. E le risorse per l’attuazione dei Piani di offerta formativa si sono ridotte dai 48 milioni di euro del 2010-2011 ai 12 milioni dell’anno scolastico in corso. Nel comparto sicurezza si risente del taglio ai fondi per la manutenzione dei veicoli della polizia e per il carburante, scesi da 80 a 40 milioni di euro. Nelle politiche sociali si assiste alla riduzione tra il 2009 e il 2011 del 65,6% del Fondo nazionale per le politiche sociali e all’azzeramento del Fondo nazionale per la non autosufficienza.

IN POVERTÀ 4 MILIONI DI FAMIGLIE ITALIANE. Nel periodo 2006-2010 si è avuto un aumento di oltre 505.000 (+14,6%) delle famiglie in condizione di deprivazione che ora sono 4 milioni; è aumentato di oltre 1 milione (sono 4,1 milioni in totale) il numero di famiglie che hanno intaccato il patrimonio o contratto debiti. E poi le coppie con figli in povertà assoluta sono aumentate di 115.000 nuclei (+37%) e sono ormai oltre 424.000; le monogenitoriali in povertà assoluta sono aumentate di 65.000 nuclei (+72,3%) e sono salite a 154.000; le famiglie numerose in povertà assoluta con 5 e più componenti sono aumentate di 43.000 unità (+41,6%) e sono ora 147.000. Per ogni famiglia i risparmi accumulati su base trimestrale, si legge nel rapporto, sono passati dai 1.860 euro di fine 2005 a poco più di 1.200 euro alla metà del 2011: una flessione complessiva del 34,5% in cinque anni e mezzo. Nella prima parte dell’anno, soltanto il 28,2% delle famiglie italiane è stato in grado di mettere da parte una quota del proprio reddito mensile, il 53% è andato in pari tra quanto speso e quanto guadagnato, il 18,8% è finito in rosso. La propensione al risparmio delle famiglie italiane, che a metà degli anni ’90 era superiore al 20% del reddito disponibile e a metà dello scorso decennio oscillava ancora tra il 15% e il 17%, ha subito una contrazione, attestandosi oggi su un ben più modesto 11,3%.

Redazione stato
fonte: adnkronos

La povera Italia in crisi. Ecco il rapporto Censis ultima modifica: 2011-12-02T17:28:13+00:00 da Redazione



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