CulturaMacondo
Appuntamento numero 171. Questa settimana recensione di "Ho visto Maradona" (Antonio Gurrado, Ediciclo 2014). Nella sezione dedicata al Libroguerriero, intervista alla scrittrice Elisabetta Cametti

Macondo – la città dei libri


Di:

Logo macondo“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~
Mi batte il corazòn
di Piero Ferrante
gurrado-ho-visto-maradonaPiede sinistro, piede destro, piede sinistro, calcetto e palla che trema, si accende, vibra, si scuote come una donna tra le mani del suo amato. Si agita. Ginocchio destro, sinistro, destro, sinistro, destro, ancora sinistro. Una, due, dieci volte. Gli occhi vanno già e su, ballano come balla il cuoio. Bocca aperta. “na-na-na-na-na-na. Life is life”. Gli Opus negli altoparlanti del Neckarstadion. Diego dà le spalle alla camera. Corre sul posto e le rotule sono calamite, il pallone imbottito di ferro. L’ultima ginocchiata lancia la palla in orbita, scende lenta. Come una cometa che annuncia la venuta di Sua Maestà l’Argentino. Palleggi di testa, poi sulla testa, su quella fronte riparata dai ricci, si ferma. Quando ricomincia a muoversi, il pallone è sul ginocchio. Il tragitto è una caduta infinita. Piede sinistro, spalla sinitra, spalla destra. Stacco. Stop. Balla, il Pibe. “When we all give the power, we all give the best, every minute of an hour, don’t think about the rest. Then you all get the power, You all get the best, when everyone gives everything and every sooong, everybody siiiings”. Tre saltelli sul posto. Follia! Adrenalina! Clap! battito di mani, piedi uniti e palla di nuovo in volo. Due tocchi col piedino sinistro, uno col destro, spalla sinistra, spalla destra, spalla sinistra, spalla destra, stop col collo piede. Due secondi. Sombrero. Pallone su, fino a Saturno. Rotazione. Apnea. Atterraggio sul sinistro.

Stoccarda. Diciassettemaggiomillevocentottantanove. Tutto attaccato. Sono passati otto anni giustigiusti dal referendum sull’aborto. Nemmeno sei mesi, invece, e sarebbe crollato un muro vero, quello di Berlino. Papi polacchi bazzicano le stanze in Vaticano, non sia mai che i colbacchi arrivino a bivaccare a San Pietro in ritardo di qualche decennio. Gli Italiani temono il peggio e, temendo temendo, tra bombe, scandali, e le tette a Colpo Grosso, votano sicurezza, votano diccì. Vecchie Repubbliche arrancano, nuove tangenti circolano. Milano beve e fagocita, ma ancora nessuno lo può dire. E Maradona? Maradona, l’hanno visto tutti, quella sera. Maradona palleggia. I freddi tedeschi squagliati dal bollore della classe del Pibe. Tre a tre il risultato, Maradona non segna, ma Stoccarda va a cuccia e Napoli in cielo ad alzare la prima Coppa europea della sua Storia.

Che stagione, quella stagione. E che campionato, quello successivo, l’89-90, visto dalla prospettiva dell’album Panini. Tra alti e bassi, colpi di scena e contestazioni arbitrali, alla fine il tricolore se lo giocano Milan e Napoli. La nebbia contro ‘o sol. La produttività meneghina contro la guasconeria partenopea. La Scala contro il Gambrinus. Cazzaniga contro Bellavista. Il panettone contro la sfogliatella. Sant’Ambrogio contro San Gennaro. La Motta contro ‘O Vesuvio. I navigli contro il golfo. E si potrebbe andare avanti a oltranza, nella lotta di classe a suon di calcioni, rovesciate, punizioni all’incrocio e cori da stadio. Ma quello è anche l’anno della maturità per quattro sciamannatissimi ragazzotti, quattro amici appassionati di pallone fino al punto da farne una questione di filosofia. In ordine alfabetico, Anatomia, Gringo, Milanese e Mozzarella si giocano, con lo scudetto (altrui), anche il futuro (il loro). E tra le pieghe del tempo, in una città sempre più simile all’imitazione delle proprie maschere vivono sulle montagne russe di un campionato contrastato. Già, perché Anatomia e Mozzarella, sotto il controllo del Gringo, tifano Ciuccio fino alla partigianeria, mentre il Milanese, comunista amante del modello di Sacchi come perfetta realizzazione dell’efficienza del collettivo sull’improvvisazione della fantasia, tiene Milan. Litigano, soffrono e trovano anche il tempo di innamorarsi senza dichiararsi, in quell’inizio decennio (o è la fine di quello precedente) che pare essere il monopolio della creatività: Napoli batte Milan, Argentina (ai mondiali) sotterra Italia (in Italia). E tutta una città felice e contenta.

Antonio Gurrado racconta quel biennio tutto d’un fiato, in un libro che si intitola come una frazione di inno, “Ho visto Maradona” (e lo canti sempre, il titolo, non lo dici mai una volta che sia una solo parlando) edito da Ediciclo. Un testo veloce e frizzante, che corre sulla linea di fondo dell’adolescenza di quattro ragazzotti di periferia alle prime prese con il mondo adulto. Storie agrodolci, tenere e dure insieme, fatte di disimpegno e fatiche, di nonni e di botte, di cibo (tanto cibo) e fregnacce sulle donne. Tutto insieme crea un effetto leggerezza e simpatia. “Ho visto Maradona” non ha la pretesa di insegnare, ma solo di raccontare piccole e semplici storie di Sud da Sud con la stessa insofferente intolleranza bonaria propria di chi, a Sud, ci è nato. E che, alla fin fine, un po’ simile a Maradona – volente o nolente – lo è. E sempre lo sarà.

Antonio Gurrado, “Ho visto Maradona”, Ediciclo 2014
Giudizio: 3 / 5 – oh mama mama mama
Da leggere ascoltando (e guardando): Opus, Life is life (riscaldamento finale Coppa Uefa stagione 1987-1988)
~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~
∞ Intervista ad Elisabetta Cametti ∞
di Marilù Oliva
tre2ATTIVITA’: manager e scrittrice
SEGNI PARTICOLARI: ha sempre in braccio Tremilla, la sua piccola chihuahua
Le tue origini e la formazione
Sono nata in una piccola località ai piedi del Monte Rosa. Mi sono laureata in Economia e Commercio
Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?
Il veterinario
E adesso cosa rispondi?
Il neurochirurgo
“K – Nel mare del tempo” (Giunti, 2014) è il sequel del tuo precedente libro, il bestseller “K – I guardiani della storia”. Un sottotitolo al libro.
Una manager e un’eretica, due donne scelte dal destino per sconfiggere il tempo.
Uno dei leitmotiv del tuo romanzo è la concatenazione tra passato e futuro, che si possono lambire attraverso il presente. In che modo “i segreti del futuro sono racchiusi nel passato?” E che rapporto hai tu con la storia?
Sono un’appassionata di civiltà del passato e di misteri della storia. Le costruzioni erette oltre 10.000 anni fa mi affascinano perché rispecchiano la posizione delle stelle di quel periodo. Significa che gli antichi conoscevano l’astronomia. Ciò mi spinge a credere che molte risposte sulle nostre origini e sul nostro futuro si trovino proprio nel passato e nei messaggi che gli antenati hanno voluto lasciarci attraverso monumenti indistruttibili, capaci di superare la forza devastatrice del tempo.
Nel precedente romanzo, Katherine Sinclaire ha rischiato molto, ma è uscita illesa da una storia pericolosa che l’ha vista al centro di un intrigo archeologico. Stavolta la trama è mozzafiato, a partire dall’inizio: durante la presentazione del suo primo romanzo, quindi in un momento molto delicato, un uomo le lancia un anello antico, poi si spara di fronte a lei.
Sì, tormentata da una catena di omicidi e da cinque libri enigmatici, Katherine sarà di nuovo risucchiata in una caccia al tesoro sanguinaria che la metterà sulle tracce di Angelica, una donna misteriosa vissuta nel Medioevo. Seguendo i dipinti che la ritraggono, Katherine finirà nei cunicoli battuti dagli eretici in fuga e scoprirà l’esistenza di un tempio sotterraneo creato da uno stratega per proteggere un manufatto antico, testimonianza di uno dei più straordinari segreti della storia.
Come hai costruito la protagonista, a partire dal nome?
I miei personaggi sono l’essenza della storia. Ne approfondisco gusti, abitudini, manie… ogni sfumatura da cui può scaturire un atteggiamento. E dedico ore alla ricerca del nome giusto. Il nome identifica il soggetto e, attraverso il suono, la lunghezza, le lettere da cui è composto e le assonanze che crea, suscita sensazioni. Alcune volte mi faccio ispirare da lingue e culture diverse, altre dalla mitologia. Spesso mi lascio guidare dall’immaginazione. Katherine è una donna intensa, vera. Una donna che vive di momenti: non guarda mai al passato, non carica il futuro di troppe attese e cerca di dare un senso al presente. L’ho creata per essere un personaggio seriale e volevo un nome memorabile, che lasciasse il segno. Ho pensato subito a Katherine con la K, perché è una lettera spigolosa con un suono forte. È una lettera rara.
Leggi l’intervista completa a Elisabetta Cametti sul Libroguerriero, il blog della scrittrice Marilù Oliva
~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~••~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~•~~~•~~•~~•~~•~~•~~

Per scrivere alla rubrica, per proporre collaborazioni, per darci suggerimenti, per ricevere la newsletter e per qualsiasi altra info: macondolibri2010@gmail.com
Puoi seguirci anche su facebook: Macondo Città Dei Libri e su Twitter @Macondolibri

Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2015-04-03T17:07:50+00:00 da Piero Ferrante



Vota questo articolo:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati

Pin It on Pinterest

Condividi