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La vittoria di Pirro? Il Foggiano entrò nella storia senza saperlo


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Battaglia di Ascoli Satriano (fonte image: white-mask.myblog.it)

Foggia – LA grandezza di Roma antica è passata dalla piana del Carapelle. Una guerra in Capitanata ha deciso il destino dell’Urbe ed una battaglia in particolare, ad Ascoli Satriano, pur vedendola sconfitta ha spianato il successo della Città Eterna contro il primo dei suoi grandi nemici, il macedone Pirro. Cercando di assicurarsi lo sbocco nello Ionio e mantenere il controllo della via Appia, in costruzione dai sette colli a Brindisi, i Romani entrarono in conflitto con Taranto e pugliesi strinsero alleanze proprio col re dei Balcani, che da parte sua mirava già da tempo ad espandersi in Italia. Dopo scontri sanguinosi, un altro durissimo impatto tra gli eserciti avvenne ad Asculum, nel 278 aC, dove il sovrano epirota vinse di misura, al costo di gravi perdite. Egli stesso venne ferito e si convinse che una vittoria contro i romani equivaleva ad una sconfitta, nonostante l’uso di armi nuove che avevano disorientato le coorti, come gli spaventosi elefanti da guerra. Ma non si poteva affrontare quelle legioni organizzate senza pagare un prezzo molto alto, alla lunga insopportabile.

Tre anni dopo Roma ottenne infatti la rivincita a Maleventum, da allora ribattezzata Benevento, perchè la vittoria si rivelò decisiva. La Daunia diventò romana e la Puglia si piegò definitivamente alla repubblica latina. Pirro uscì sconfitto. Non era riuscito ad emulare, stavolta in occidente, la campagna di conquista che un altro macedone, Alessandro il Grande, aveva spinto invece verso Oriente solo cinquant’anni prima. E proprio il confronto vittorioso del mitico giovane re e delle sue falangi contro lo sterminato esercito del persiano Dario ha un collegamento con la storia moderna: segna il trionfo del mondo occidentale su quello orientale e, ancora una volta, dell’arte di combattere europea su quella medio-asiatica: reparti organizzati e specializzati contro la forza bruta del numero. “Mitico” il Magno: biondo, bello, audace, imbattibile. Molto del suo ascendente sui posteri si deve alla descrizione che ne fece l’oratore ateniese Eschine. Ma dopo tante apologie ecco la stroncatura di Nicholas Nicastro, nel suo romanzo “L’impero di Cenere”, Aliberti ed., 316 pag. 17 euro. Ed eccolo, l’Alessandro negativo, come viene descritto da Macone, suo amico e soldato greco, portato in giudizio proprio da Eschilo per aver attentato alla sacralità della memoria del condottiero, raccontandolo in questo modo: “Chiunque dia retta alla descrizione del principe adolescente fatta da Eschine, rischia un enorme granchio. Ha parlato di bei capelli lunghi, cosa abbastanza vera, ma ha tralasciato di dire che erano così radi e unti da sembrare sempre bagnati. Sento ancora favoleggiare dei capelli biondi o chiari di Alessandro, quando erano castani e nulla più. Gli cascavano in ciuffi scomposti ai lati del viso, cui non mancava una certa dignità, ma che era ruvido, spigoloso e pieno di foruncoli. Gli occhi non erano azzurri, ma semplicemente marroni. Da vicino non si percepiva il profumo naturale che secondo Eschine emanava dal suo corpo. I tratti più degni di nota erano le labbra carnose, quasi femminili e i grandi occhi puntati su tutto con straordinaria intensità”. Macone ripropone in tribunale tutele le imprese di Alessandro. “Le mille verità sul re assoluto si trovano a fare i conti con il sacrificio delle sue truppe, la libertà faticosamente accordata alle popolazioni sottomesse, il rapporto sinistro col padre Filippo, il rifiuto della moglie Rossane e la smodata passione per la mitologia. Un thriller storico in cui si rinnovano la nascita e la morte, il fascino e l’abnegazione, ma anche fragilità e insicurezze del tutto umane di Alessandro il Grande, tra i più leggendari strateghi militari che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto”.

Antenato del nostro tempo, il Macedone resta comunque l’esempio del confronto tra le qualità e prerogative degli Europei e quelle del “resto del mondo” che paradossalmente anche un narratore di storie e di storia come Carlo Mazzantini (scomparso nel 2006) consente di intravedere tra le pieghe di un suo romanzo incompiuto, appena uscito postumo da Marsilio, col titolo “L’italiano di Tangeri”, 250 pag. 18 euro. Una vicenda basata sulla passione. Due giovani innamorati arrivano nel torrido Marocco africano, dove i sentimenti si esaltano al di là di ogni grigia miseria borghese. Il protagonista vive una stordente storia d’amore con due donne straordinarie: Oona, la moglie e Marisol, una ballerina che accende desideri. In uno scenario primitivo e selvaggio, incandescente, Mazzantini restituisce all’esperienza il senso della verità, rivisita l’avventura esistenziale della propria generazione di giovani cresciuti dal fascismo – e quindi che più occidentali non si può – cominciata nei suoi libri sui ragazzi che andarono a Salò e poi affrontarono spavaldi la vita senza mai tirarsi indietro. Una generazione che ha vissuto il tracollo e la rigenerazione del proprio mondo, attraverso esperienze e tensioni infuocate.


Redazione Stato

La vittoria di Pirro? Il Foggiano entrò nella storia senza saperlo ultima modifica: 2011-05-03T15:33:52+00:00 da Redazione



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