Capitanata

L’ultimo saluto al professore. Foggia dice addio a Pellegrino


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La bara di Antonio Pellegrino nella chiesa di Gesù e Maria a Foggia (St)

Foggia – C’ERA una buona fetta dello spaccato politico provinciale a dare, questo pomeriggio, l’ultimo saluto ad Antonio Pellegrino. Centrodestra e centrosinistra del presente e del passato uniti nell’abbraccio definitivo al Presidente dei Presidenti di Palazzo Dogana. In un pomeriggio di sole che il vento ha tramutato presto in un caldo ed opprimente scorcio di primavera, una massa di gente si è trovata prima sul sagrato e poi nella chiesa di Gesù e Maria. E la bara, questa volta chiusa, dopo i due giorni di Camera ardente, era lì, proprio ai piedi del crocifisso, sopra l’altare, piantonata da due rappresentanti della Polizia Provinciale. Centro gravitazionale di preghiere e di implorazioni. Pellegrino come un referente ultimo ed estremo. Ma in un contesto non stridente e per nulla piagnucoloso. Privo di scene forti.

Se ne va come è vissuto, il Presidente Pellegrino. Silenzioso e senza clamori anche in quest’ultimo viaggio verso chissà quale altro modo di vivere, di essere. O di non essere. Quasi senza disturbare. Eppure certo che, pur nel martedì di lavoro pomeridiano, c’è bisogno che qualcuno rinunci ad entrarvi, in chiesa. Accetti di rimanere fuori, sul sagrato. Tra loro, una ventina di anime salve dalla calca, il consigliere regionale Pino Lonigro. Ma, soprattutto, il successore del professore: Carmine Stallone.

VALE PIU’ IL NOME CHE IL BAGLIORE. Il rito semplice e senza picchi emotivi. Solo le parole ad incoronare la vita esemplare di un uomo che qualcuno già ricorda come “Ambasciatore di Pace” per quell’enorme striscione che fece esporre per mesi ed anni sulla facciata di Palazzo Dogana. Per quella sua apertura ad un modo diverso di fare politica, aperto finalmente alle necessità dei movimenti, dei rematori del fiume parallelo ma non del tutto estraneo a quello della partitocrazia che vogavano sulla canoa dell’associazionismo. pellegrino li ascoltò e li accolse. Schiarì fino a rendere trasparenti le mura dei Palazzi della gestione della cosa pubblica. Tanto che, oggi, il suo esempio è immortalato in una frase recitata quasi come un canto di gloria dal solista don Antonio Belpiede. E’ lui, amico di “Antonio”, l’officiante. Dice che “vale più il buon nome che tutto il bagliore delle ricchezze orientali”.

“LA SUA VITA, UN OCEANO DI BENE”. Quale prova migliore della schiera di gente intervenuta per lui? “Nella morte – predica – si riconosce il valore dell’uomo. Nella morte si vede la verità”. Le cento ed ancora cento persone lì per Pellegrino sono solo il punto esclamativo di questa affermazione. E non è “solo una stanca rethorica caritatis“. Non è solo “la pietas d’ogni funerale pubblico”. Piuttosto, un’attestazione di verità. Perché, continua don Belpiede, per riconoscere il valore di Antonio Pellegrino “si potrebbero prendere gocce a caso di quotidiano in un grande oceano di bene”. Il discorso è aulico, con accenni di lirismo. Scivola tra esempi di classicità e ponti gettati coll’oggi. Carezza la “tenerezza di Antonio” ed omaggia “la sua estrema competenza”, il “tenore assolutamente qualitativo della sua persona in epoca di mediocrità mediatica”.

PATER FAMILIAE. Pellegrino, il “pater familiae” perfetto. E, in quanto tale, “medico esemplare ed ottimo uomo di governo”. Ruoli, certo, ma per modo di dire. Perché erano tutte delle missioni. Nelle parole dell’officiante, infatti, non sono che tre momenti sostanziali ma complementari, uniti della contemporaneità del tempo e divisi solo dalla plurima ripartizione dello spazio. Pellegrino non era medico o padre o marito o governante. Bensì, “era contemporaneamente tutte queste cose” e “per queste cose impiegava tutta la borsa del suo tempo, rincasando anche a tarda sera”.

La chiesa di Gesù e Maria durante la celebrazione delle esequie (St)

“UNO DEI POCHI MEDICI COMPETENTI”. Don Antonio ricorda le due mogli del professore. La prima, Anna, morta qualche tempo fa. La seconda, anch’ella Anna “come la dolcissima madre di Maria”, degnissima nel dolore di moglie. Amata e rispettata. E poi i figli, le “due famiglie”. “Sapeva essere un padre devotissimo”, sigilla con la ceralacca dell’ineluttabilità l’officiante. Da qui, la sensibilità nei confronti dell’altro, la professione che non è solo un lavoro, ma una missione, un destino vocazionale. Medico eccellente e preparato che “conosceva bene il valore taumaturgico che aveva una mano poggiata sulla spalla di un paziente” ma che “non ha mai regalato nulla”, mai accettato “la burocratizzazione del mestiere di medico, della riproduzione seriale delle ricette”. Lui che, con l’esercito, ma in quanto medico, stette in Friuli al tempo del Vajont, vicino alle popolazioni devastate, schiantato dal destino e dalla volontà giusto nel cuore del dolore italico. Era il 1963 e il giovane Antonio non aveva che 25 anni. Fu in quel momento che dovette maturare la sua convinzione principale, quella secondo la quale “un medico deve toccare, un medico deve guardare”. Fu quello, forse, il suo tirocinio morale che lo ha reso, parole di don Antonio, “uno dei pochi medici competenti di Capitanata”.

“ONORE A LUI”. Una mente brillante che aveva resistito al “mito d’Ulisse” di fuggire via, lontano da una terra maciullata dagli artigli della disoccupazione. “Antonio Pellegrino – lo esalta il frate – ha scritto un luminoso poema. Antonio Pellegrino è stato un raggio di luce”. Per lui don Antonio invoca benedizione ed “onore”. Per Foggia indica solo un esempio, il suo. Per “migliorare la nostra grande famiglia comune”.

Uscendo dalla chiesa sono solo applausi e commozione per il professore che se ne va in un caldo giorno di scirocco senza pioggia ma con tante nuvole nel cielo.

p.ferrante@statoquotidiano.it
FOCUS. La morte, il cordoglio, la camera ardente a Palazzo DoganaIl cordoglio di Michele Bordo

L’ultimo saluto al professore. Foggia dice addio a Pellegrino ultima modifica: 2011-05-03T20:26:12+00:00 da Piero Ferrante



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