Lavoro

Quel ritorno di Fiom per i diritti


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Da sinistra, Gianni Rinaldini (Fiom), Beppe Di Brisco (SeL), Gabriele Polo (il manifesto) - im: St

Foggia – L’APPUNTAMENTO foggiano con la presentazione del testo “Ritorno di Fiom” era stato annunciato, con tanto d’apposito boxino, anche dal quotidiano nazionale il manifesto. E Gianni Rinaldini e Gabriele Polo, sbarcati nel centro dauno, lido Rosa Luxemburg, hanno messo in piedi una discussione lucida eppure tremendamente passionale; storicamente ineccepibile eppure satura fin nel midollo lessicale di partigianerie metalmeccaniche.

Nulla di eccepibile, d’altronde, in tempi in cui la condizione operaia va man mano assimilandosi ad una pattumiera di diritti. Un paese, quello della fabbrica, oramai giunto alla lacerazione finale tra capitale e forza lavoro. Da una parte i doveri senza diritti, dall’altra i diritti acquisiti che vanno assottigliandosi al di sotto delle sottrazioni patronali. Una condizione, questa si, stabilizzata, endemica, storicamente acquisita. Come spiegano Polo e Rinaldini – il primo ex direttore responsabile de il manifesto, il secondo ex segretario generale della Federazione dei metalmeccanici della Cgil – che si porta avanti non da qualche mese, bensì dagli anni Novanta. Tempi da fine della Guerra Fredda, il Muro di Berlino crollato sotto le picconate dell’Occidente e la voglia di american style Coca Cola e patatine esportata da Ronald Reagan in Europa. Provano a spiegare ad una composita platea di foggiani, uomini e donne, anziani appiedati e ragazzi in età scolare giunti in scooter, dove risieda il mutamento di rotta; il qui pro quo sociale che ha determinato uno sballamento totale nel sistema di gestione dei rapporti di produzione. Non che vi sia mai stato uno squilibrio da parte operaia. Piuttosto, quel che sembra esser venuto meno è l’intero apparato politico. Ovvero, un sistema che ponga le tematiche laburiste o, quanto meno, lavorative, al centro dell’azione e della discussione.

Sarà per questo che, Gabriele Polo, stocca con tanto di danni procurati, contro la partitocrazia violentata. Meglio, contro il “berlusconismo”, prodotto della destra ma malattia indefferenziata, sindrome anche da sinistra parlamentare e non solo, nato all’ombra di Mirafiori. Sorto “fuori dai cancelli torinesi negli anni Ottanta” con la cassa integrazione “dei 24 mila”. E’ lì, in quel frangente storico, che si concretizza quello che Polo chiama “ribaltamento dei rapporti di forza”. Ovvero, “l’espulsione delle avanguardie dalla catena di montaggio della Fiat”. Ovvero ancora, la trasformazione del lavoro in una “variabile dipendente delle imprese”, in una “merce come tante”. Nel calore patronale cova la reazione. E dal calore patronale vien fuori la marcia dei 40 mila colletti bianchi, che Polo interpreta come “generatore simbolico di una storia fatta di Drive in e spazzatura tv”. Il traffico si spartisce qui. Con la marcia dei 40 mila s’impone un nuovo modello sociale. Prende corpo una nuova visione dei rapporti di lavoro, in cui i veri protagonisti sono non già e non più gli attori delle catene di montaggio, bensì i loro superiori.

Soprattutto, con la marcia dei 40 mila incomincia “il trentennio liberista non ancora concluso” in cui “il mondo cambia forma”. Ed in Italia, per goffa emulazione, si realizza un “capitalismo violento ma straccione” che, pure, ha nel contesto internazionale, ed in prima battuta negli Stati Uniti, la sua ragion d’essere. Il lavoro si proietta in una dimensione nuova. Che è “globalizzazione”, che è “mercato”, che è “liberismo”. Cambiando il lavoro, anche la vocazione sindacale entra in crisi. “Dal 1990 in poi – è il ragionamento dell’ex Direttore Responsabile del quotidiano comunista – la Fiom cambia strada. Prende il via il fenomeno della globalizzazione, si fa largo il pericolo delle privatizzazioni; si sfascia il pubblico. Ed ecco che anche l’organizzazione dei metalmeccanici si trova di fronte ad un bivio. Nasce l’esigenza di attribuire al lavoro un significato nuovo, certamente diverso da quello che le imprese stanno cercando di affermare”. Vale a dire, quello della precarizzazione: “Prima di chiunque altro – precisa Polo – la Fiom ha il merito di aver letto gli eventi del futuro. E di aver compreso che il precariato sarebbe divenuta la conditio vitae essenziale di questo sistema”.

Di fronte a questo ineluttabile cambiamento, il comparto metalmeccanico ha tratto le sue contromosse. Contromosse illustrate da Gianni Rinaldini (per 6 anni a capo della Fiom). E’ lui ad illustrare quelle che sono state e che sono le parole d’ordine della Fiom: “indipendenza”, “democrazia”, “ruolo negoziale”. Sono i tre cardini dell’organizzazione. Il primo, che non poche grane ha arrecato: “Doveva essere l’elemento rafforzativo del concetto d’autonomia, la fine della dipendenza del mondo sindacale da quello della politica. Ed invece qualcuno, all’interno della Cgil non ha colto in pieno le nostre mosse ed ha equivocato, pensando che la Fiom volesse staccarsi dal sindacato”. Il secondo, quello della democrazia, che ebbe come presupposto l’imprescindibile affermazione che “nessun accordo fosse possibile senza prima passare per la validazione delle lavoratrici e dei lavoratori”. Infine, la necessità del negoziato, che, con lo stravolgimento delle regole lavorative, e l’ormai schiacciante predominanza del mercato, ha ormai espulso il sindacato, privandolo del suo stesso senso originario, dei suoi caratteri genetici. Tanto da indurre Rinaldini ad un pessimismo cosmico: “In questo sistema – quello ultra liberista – c’è la negazione stessa dell’azione sindacale”. Esempio è “Sergio Marchionne quando afferma il suo principio industriale in cui ogni impresa è un carro armato che muove contro un altro carro armato”. Segno che, chiosa l’ex segretario dei metalmeccanici “siamo ormai diretti verso un futuro anglosassone, in cui le relazioni ed i rapporti di produzioni sono emulazioni di quelle statunitensi”.

Inutile inoltre, a detta di Rinaldini, invocare l’ausilio della politica. Una politica che, ad essere positivi, il massimo che potrebbe concedere – e già sarebbe dire tanto – “è la battaglia per la libertà di sciopero violata e per la garanzia dei diritti sindacali di base”. Impresa ardua se è vero come è vero che “è sempre più frequente leggere fondi di grandi testate nazionali considerare assodati i diritti politici e variabili i diritti sociali”. Malvezzi di inizio millennio.

Quel ritorno di Fiom per i diritti ultima modifica: 2011-05-03T22:42:49+00:00 da Redazione



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