BATEditoriali
A cura del prof. Ruggiero Maria Dellisanti

Il Parco dimenticato

La magistratura della Procura di Trani, nel 2005, con l’operazione “Fiume rubato” tentò di mettere ordine all’anarchia che si era creata con l’occupazione e la coltivazione delle aree golenali demaniali

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Bari. Con Legge regionale n°37/2007, nel dicembre del 2007, venne istituito il Parco Regionale sul Fiume Ofanto. Il Parco rientra tra le 33 aree naturali protette, individuate dalla Regione Puglia con legge regionale 19/97, a seguito della creazione di una rete ecologica di zone speciali protette denominata rete «Natura 2000». La Regione Puglia si impegnò, nei confronti della Comunità delle Commissioni Europee, a tutelare e valorizzare parti del territorio regionale che presentavano, e presentano, particolarità ambientali degne di essere salvaguardate, quale bene da tutelare per le future generazioni ricevendone, in cambio cospicui finanziamenti. 

Delle 33 aree naturali protette, allo stato attuale sono state individuate dalla nostra Regione solo 18 e tra queste figura il Parco Regionale Fiume Ofanto. Un Parco esteso per circa 15mila ettari, di cui circa la metà ricade in area già tutelata quale area S.I.C., (Sito d’Importanza Comunitaria).

Il parco è suddiviso in zona 1 di riserva integrale e zona 2 a protezione dalle aree cuscinetto dove si può liberamente coltivare. A seguito d’interessi trasversali molte delle iniziali aree cuscinetto, per effetto della revisione del 2009, (L.R. n°7 del 16/03/2009) sono state stralciate lasciando alcune delle zone 1, di particolare pregio, senza alcuna protezione. Nonostante l’area del parco sul fiume Ofanto ricada in un’area protetta, ai sensi della Direttiva Comunitaria 92/43/CEE, la Regione Puglia pur in presenza di tutti gli strumenti legislativi non ha ancora, a distanza di 6 anni (doveva farlo in 6 mesi), designato il Consorzio di Gestione per il funzionamento del futuro Parco. L’Ente territoriale è l’organismo politico e tecnico deputato alla emanazione delle strutture operative e del piano parco in grado di mettere in moto l’organizzazione e la vita dell’Ente Parco mentre, allo stato attuale, il parco del fiume Ofanto è un parco “ di carta” cioè istituito, perimetrato, vincolato e mai costituito nei suoi organismi tecnici e istituzionali. In altre Regioni dove la rete natura 2000 funziona, un Parco Naturale regionale, come il nostro, è in grado di attrarre investimenti ponendo le basi di una spirale di sviluppo sostenibile ed ecocompatibile in grado di favorire sviluppo e occupazione.

La magistratura della Procura di Trani, nel 2005, con l’operazione “Fiume rubato” tentò di mettere ordine all’anarchia che si era creata con l’occupazione e la coltivazione delle aree golenali demaniali. Gli occupanti furono condannati in primo grado. L’indulto, intervenuto subito dopo la sentenza (2006), cancellò la condanna penale ma non l’obbligo del ripristino ambientale, ancora vigente. La Regione Puglia, deputata alla gestione delle aree golenali demaniali occupate abusivamente, non ha mai esercitato il diritto del ripristino ambientale (ad esempio chiedendo l’intervento dell’esercito) sulle aree SIC ricadenti nel Parco. Né ha mai intimato a quanti ancor oggi occupano e coltivano abusivamente le terre del demanio e le aree di interesse comunitario, di abbattere le costruzioni, di estirpare i vigneti, di bonificare i suoli e reimpiantare gli antichi boschi ripariali, ignorando il fondamentale principio comunitario del “ Chi inquina, paga “. Oggi le aree del Parco, pur in presenza di una legislazione vincolante, sono praticamente “terra di nessuno“ dove impera il degrado, e le stesse sono utilizzate anche come discariche a cielo aperto, rafforzando negli abusivi l’errata convinzione che i reati effettuati nei confronti dell’ambiente sono reati di serie B, di poco conto, e che alla fine basta pagare una lieve sanzione e tutto ritorna come prima. 

Appare oltremodo difficile sradicare l’indifferenza e l’ignoranza che impera nel considerare la tutela del territorio e dell’ambiente elemento penalizzante per lo sviluppo e questo anche a livello istituzionale. Soltanto la consapevolezza che la valorizzazione del territorio può offrire il valore aggiunto mancante allo sviluppo può determinare il cambiamento radicale tanto auspicato. Continuando ad inquinare, edificare, deturpare e lasciare impuniti i reati contro l’ambiente, si guadagnano consensi elettorali ma si perdono grandi opportunità di sviluppo e si rischiano sanzioni per le violazioni dei diritti comunitari, alle quali ogni comune cittadino può appellarsi per chiedere il rispetto degli impegni assunti sulle aree SIC.

(A cura di Ruggiero Maria Dellisanti, 03.10.2016)



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