La sentenza integrale

Scioglimento Consiglio Monte, Consiglio Stato boccia ricorso (L’ATTO – II)

Il ricorso contro lo scioglimento del Consiglio comunale


Di:

Roma, 3 ottobre 2017. (II- continua) ”(…) contrariamente a quanto sostenuto dagli appellanti, le irregolarità amministrative non sono riconducibili ai soli appartenenti alla struttura burocratica dell’Ente, ma vi è stata diretta ingerenza degli organi di vertice dell’apparato politico nelle decisioni assunte, verificandosi quella commistione tra ruoli alla quale si è più volte fanno cenno (..)”.

Con recente sentenza, pubblicata il 2 ottobre 2017, i magistrati del Consiglio di Stato di Roma – Sezione Terza, presidente Marco Lipari -, hanno respinto il ricorso presentato dagli ex amministratori comunali di Monte Sant’Angelo (da precedenti sentenze del Tar tra i ricorrenti erano stati riportati i nominativi di: Antonio Di Iasio, Felice Scirpoli, Pietro Accarino, Giuseppe Ciuffreda, Michele Ferosi, Giovanni Granatiero, Matteo Savastano, Marco Galli, Domenico Ciuffreda, Vincenzo Totaro, Francesco Granatiero, Antonio Pettinicchio, Mario Troiano, Matteo Taronna,ndr) per la riforma della sentenza del Tar Lazio, concernente lo scioglimento degli organi elettivi del consiglio comunale di Monte Sant’Angelo.

Relatore nell’udienza pubblica del 6 luglio 2017 il Consigliere del Consiglio di Stato, Stefania Santoleri.

Il ricorso

Il ricorso era stato presentato dai 14 citati privati (ex Amministratori comunali di Monte Sant’Angelo) contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Interno, Ufficio Territoriale del Governo – Prefettura di Foggia, nei confronti del Comune di Monte Sant’Angelo per la riforma della sentenza del T.A.R. Lazio, concernente lo scioglimento degli organi elettivi del Comune montanaro, ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. n. 267/2000.

FATTO e DIRITTO


Con ricorso proposto dinanzi al TAR per il Lazio, i ricorrenti, nelle qualità precedentemente rivestite, a seguito delle elezioni amministrative del Comune di Monte Sant’Angelo, di componenti della Giunta e del Consiglio comunale, avevano impugnato il decreto del Presidente della Repubblica e gli atti connessi, con il quale il Consiglio comunale era stato disciolto ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267.

I motivi del ricorso

Per i ricorrenti “Dall’istruttoria (..) non sarebbero emersi elementi chiari e concordanti di collegamento e/o condizionamento mafioso, tali da determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi e amministrativi, tale da compromettere il buon andamento ed il regolare funzionamento degli uffici e dei servizi comunali” e “Gli elementi indiziari addotti dall’Amministrazione sarebbero generici, e comunque non connotati di concretezza, univocità e rilevanza; la motivazione sarebbe fondata su valutazioni generiche e spesso apodittiche“.

Le Amministrazioni resistenti si erano costituite nel giudizio di primo grado chiedendo il rigetto dell’impugnativa.

Per il TAR è emerso “un quadro indiziario fondato su elementi concreti, univoci e rilevanti”

Con la sentenza appellata il TAR ha respinto il ricorso ritenendo tra l’altro, in estrema sintesi, che:
”(…) la ragionevolezza o meno della ricostruzione di una situazione identificabile come presupposto per l’adozione del provvedimento di scioglimento degli organi elettivi, discende dalla considerazione unitaria, ovvero dell’esame complessivo degli elementi presi in considerazione nel procedimento;
tali elementi possono desumersi dalla proposta di scioglimento del Ministro dell’Interno, integrata dalla relazione prefettizia;
la proposta di scioglimento si fonda sulla sussistenza di collegamenti tra le vicende, oggetto di indagini di polizia giudiziaria, che rivelano una serie di condizionamenti nell’amministrazione comunale (…) volti a perseguire fini diversi da quelli istituzionali, che determinano lo svilimento e la perdita di credibilità dell’istituzione locale, nonché il pregiudizio degli interessi della collettività, rendendo necessario l’intervento dello Stato per assicurare il risanamento dell’ente;
la proposta del Ministro dell’Interno e la relazione del Prefetto di Foggia evidenziano un quadro indiziario fondato su elementi concreti, univoci e rilevanti, derivanti dalle seguenti circostanze considerate nel loro complesso:
i) la presenza nell’apparato amministrativo e burocratico di tale Comune di persone legate da vincoli di parentela, affinità e frequentazione con noti esponenti di spicco della criminalità mafiosa locale;
ii) l’attuale operatività, nella zona di Monte Sant’Angelo, di clan mafiosi, presenti nella schedatura delle cosche operata nella “Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento – Attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia (…)”, in cui figura, come esponente di vertice del clan (…) un soggetto (…) che documentalmente risulta avere intrattenuto molteplici rapporti e frequentazioni con amministratori e imprenditori locali;
iii) il profondo radicamento nella città (…) dell’organizzazione mafiosa nota come (…)e la sua connotazione quale una delle consorterie più potenti della provincia di Foggia”.

Il ricorso contro la sentenza del TAR Lazio

Contro la sentenza del Tar i ricorrenti avevano proposto appello chiedendone l’integrale riforma.

Perchè i magistrati del Consiglio di Stato hanno respinto nuovamente il ricorso

Lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000, non ha natura di provvedimento di tipo sanzionatorio, ma preventivo, con la conseguenza che, ai fini della sua adozione, è sufficiente la presenza di elementi che consentano di individuare la sussistenza di un rapporto tra l’organizzazione mafiosa e gli amministratori dell’ente considerato infiltrato (cfr., in ultimo, Cons. St., III, n. 5023/2015)”. ”(…) Gli elementi sintomatici del condizionamento criminale devono, quindi, caratterizzarsi per concretezza ed essere, anzitutto, assistiti da un obiettivo e documentato accertamento nella loro realtà storica; per univocità, intesa quale loro chiara direzione agli scopi che la misura di rigore è intesa a prevenire; per rilevanza, che si caratterizza per l’idoneità all’effetto di compromettere il regolare svolgimento delle funzioni dell’ente locale (….)

(…) assumono quindi rilievo situazioni non traducibili in episodici addebiti personali ma tali da rendere, nel loro insieme, plausibile, nella concreta realtà contingente e in base ai dati dell’esperienza, l’ipotesi di una soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata (vincoli di parentela o affinità, rapporti di amicizia o di affari, frequentazioni), e ciò anche quando il valore indiziario degli elementi raccolti non è sufficiente per l’avvio dell’azione penale o per l’adozione di misure individuali di prevenzione (…).

(II – continua)

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Scioglimento Consiglio Monte, Consiglio Stato boccia ricorso (L’ATTO – II) ultima modifica: 2017-10-03T16:22:23+00:00 da Redazione



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Commenti

  • Scopriamo ora che gli ex sciolti nella loro difesa hanno infangato i montanari definendo monte come un paese ad alta presenza criminale. Sono quelli che ci raccontavano che era lo scioglimento a infangare Monte, ma che figura! Che basso livello, che gente!


  • LUIGI M.

    ANCHE IO HO LETTO LA QUESTIONE DEL PD DI MATTINATA. QUALCUNO DEL PD DI MONTE MI PUO’ DELUCIDARE? NON SO, MI PARE DI AVER LETTO, COME HA DETTO IL SIG. MATTEO, CHE UN GIORNALISTA DEL CORRIERE ABBIA DETTO CHE SE FOSSE IN MATTEO RENZI CAMBIEREBBE IL SEGRETARIO A MATTINATA. MA PERCHE’? IO NON CI HO CAPITO NIENTE. ERANO TROPPO SIBILLINI.

    STATO QUOTIDIANO, PERCHE’ NON FATE VOI UN ARTICOLO SUL PD DI MATTINATA? LE PERSONE VOGLIONO ESSERE INFORMATE, E VOI DI STATO QUOTIDIANO SIETE DEGLI ECCELLENTI GIORNALISTI. SAPRETE SICURAMENTE DARCI TUTTE LE OPPORTUNE E GIUSTE INFORMAZIONI AL RIGUARDO. GRAZIE

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