Macondo

Macondo – la città dei libri


Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Alla grande Bla! ∞
di Roberta Paraggio

Questa volta il Bla l’ha fatta grossa, ma quel silicone era fondamentale per la costruzione della sua impresa. Forse non voleva far del male a Mone, ma lui, grande grosso e prepotente si era divertito troppo a prenderlo in giro e malmenarlo. Bastiano Casaccia, detto il Bla è il protagonista di Alla grande (MarcosyMarcos), primo romanzo del ravennate Cristiano Cavina, che, anche se di anni ne ha ben 37, sa scrivere con la penna canzonatoria di un ragazzino irresistibile.

L’adolescenza di Cristiano è tutto un progettare avventure salgaro/emiliane, al posto delle tigri ci sono i ragazzotti di periferia sempre pronti a scazzottate, invece delle navi, la Turboberta, bmx dalle roboanti sgommate, compagna di mitiche derapate. Gli amici di sempre, le balle colossali, la nonna immobile ma guardinga, Cristiano Cavina, prima di essere scrittore è un osservatore, un ascoltatore attento, diverte e narra, racconta un mondo misero ma amichevole, rissoso ma bonario, poverissimo ma spensierato. Nelle case popolari vive tutto un mondo di astrusi personaggi, ad ognuno dedica un piccolo passaggio, il protagonismo di poche righe che rende questo romanzo la descrizione più calzante della vita in un piccolo condominio periferico, dove i ragazzi giocano da soli per strada e vanno a scuola in bicicletta, e dove il bullismo non è ancora un fenomeno da talk show.

C’è il Mago Mamola, c’è Saura, c’è Noemi che è un po’matta, c’è una madre che è sempre stanca, ci sono i vicini litigiosi, e c’è un papà che di nome fa non si sa come e di lavoro il disoccupato. Ma, per Bastiano e per la sua inesauribile fantasia, tutto diventa mitico, e il mistero paterno gli sembra indizio giusto per una nuova operazione di spionaggio. Poi, c’è Mirko Contoli, secchione e damerino, bersaglio preferito, rivale in tutto ma sempre perdente, lui non sa come si vive in Viale Neri, lui ha una casa con dentro un castello di Lego.
E, più importante di tutto, ci sono le gite al lago, una pozzanghera lercia dove far immergere un sogno, Bomba, sul suo maxipigna ha progettato tutto, un sommergibile vero per andare a ripescare, tra la melma, un sacchetto pieno di monete.

Bisogna costruirlo assolutamente, quella busta preziosa saprà risolvere tutto, la luce tornerà in Viale Neri, a casa Casaccia, ma non quella metaforica, tornerà la corrente elettrica vera e propria, quella che è stata tagliata per le troppe bollette non pagate. Cristiano progetta, si vede fiero mentre inonda di monetine tutte le case popolari. Tra un’impennata e un sopralluogo il sommergibile si fa sempre più vicino, ma uno scivolone, una piccola deviazione sembra rendere tutto più complicato. Forse doveva andare così, forse il suo Signore si è distratto, fatto sta che la vita del Bla subisce una deviazione.

Disarcionato dalla Turboberta, è arrivato il momento di crescere, di smetterla con le storie esagerate, di riflettere. Chissà. Ma, ci piace pensare che non sia così, che questa bella commistione tra Pinocchio e Sandokan non diventi un Mirko Contoli, non indossi panni seri e grigi, e che mai e poi mai smetta di sognare sogni semplici e sommergibili.

Cristiano Cavina, “Alla grande”, Marcos Y Marcos 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Piratesco periferico
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∞ Il codice Valdese ∞
di Piero Ferrante

Gloria è una docente single in carriera, in procinto di realizzare quello che, per lei, è il progetto dei progetti: una mostra di libri valdesi, codici medievali di valore inestimabile, custodi di segreti ancestrali e di rivelazioni misteriose. Enrico è un giornalista, redattore delle pagine culturali piemontesi de La Repubblica, divorziato, con un figlio ed un mucchio di punti interrogativi. A fondere senza possibilità d’appello le loro vite apparentemente imbrigliate in una sonnacchiosa routine metropolitana, è un furto. Pochi giorni prima dell’inaugurazione della mostra curata da Gloria, infatti, qualcuno sottrae uno dei volumi giunti a Torino dalla Biblioteca dell’Università di Cambridge.

Nel tentativo di scoprire gli autori della malefatta, che rischia di mandare a monte i propositi della professoressa, i due si gettano all’inseguimento del tempo. Un lungo vagabondare tra i misteri della storia eretica, che li conduce sulle strade battute e difese dai valdesi durante l’Età di Mezzo. Da Torino alla Val di Susa, e da qui alla Francia, destinazione Lione, alla ricerca martellante di un senso più che di un vero e proprio colpevole. Perché i rapinatori hanno portato via un solo codice degli otto in mostra? E chi c’è dietro l’omicidio di Gustavo, compagno di studi di Gloria, trovato cadavere proprio lungo il percorso? La Chiesa di Roma, impaurita dalla possibilità che, all’interno delle pagine resuscitata delle ere dimori la prova provata della falsità della discendenza dall’Apostolo Pietro? Oppure gli interessi poveri e particolari di meschini quanto oscuri personaggi?

Ad indagare sulla vicenda, è l’ispettore Finocchiaro, goffo e passionale poliziotto con all’orizzonte il desiderio di una pensione tranquilla. Ma questo è il palco. Dietro le quinte, in un proscenio costruito di sotterranei e gallerie, c’è l’Entità. Cioè, i servizi segreti vaticani. In quest’ammucchiata di sangue e misteri, in cui tutti sembrano avere qualcosa da nascondere, si dipana il plot de “Il pretesto”, thriller all’italiana costruito con buona dose di pazienza da Sergio Velluto e pubblicato, quest’anno, dall’editrice valdese Claudiana. Un noir ombroso, dai toni cupi ed opprimenti. A tratti claustrofobico; inquietante nelle ambientazioni, sempre strette in soffitti troppo bassi o in nevi perenni, in cui la luce del sole è un’utopia; ansiogeno nella trama, che salta qui e lì nel tempo e nello spazio, che coarta a lunghi viaggi ed avventurosi inseguimenti. “Il pretesto” è un libro senza pace: nelle mani si ribella, fatica a stare fermo. Pur non brillando per originalità nelle trovate – ma, insomma, il genere è quello e, tutto sommato funziona – e pur perdendosi nella futile abbondanza dei rimbalzi temporali (che soltanto alla fine avranno donde), regala attimi di pathos buoni per Dan Brown, ma con qualche appiglio storico più piantato nella roccia della realtà.

300 e rotte pagine a rotta di collo, con poche pause e discreti colpi di scena. Tra notti di passione e dubbi atroci, riti orgiastici e spunti misterici, persone che appaiono e poi scompaiono per riapparire ancora da qualche parte, una buona predicazione giallistica made in Italy.

Sergio Velluto, “Il pretesto”, Claudiana 2011
Giudizio: 3 / 5 – Ansiogeno
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∞ Filosofi tra le piramidi ∞
di Angela Catrani

Margaret Doody, autrice della fortunata serie di gialli ambientati in Grecia con Aristotele come protagonista, è una docente di Letteratura comparata in Canada. Ed è un genio. Appassionata giallista, nei suoi romanzi ha saputo coniugare l’intrigo, l’omicidio efferato, il noir e l’indagine poliziesca con una interessantissima ed esotica ambientazione greca del IV secolo a.C., della quale ci vengono minuziosamente descritti usi e costumi.

Questi gialli estremamente colti, gradevolissimi, ironici, con quel tocco di suspence e di noir necessari per mantenere alta la tensione narrativa non sono semplici, infarciti di rimandi alle opere classiche e alla storia greca. Ma leggendoli ho provato la stessa gioia sottile quando a scuola dovevo tradurre Aristotele, non semplice, ma che assicurava il medesimo senso di pienezza di chi risolve un problema matematico: perché la filosofia aristotelica è pragmatica, intuitiva e logica. In più questi gialli sono anche divertenti, perché l’alter ego del Maestro è un giovane ateniese, Stefanos, sprovveduto e ingenuo ma simpatico e molto umano.

E dunque in questo “Aristotele e i delitti d’Egitto”, tra donne velate della buona società ateniese (e davvero le donne arabe contemporanee sono soltanto le eredi di una lunga tradizione che ha sempre imposto alle donne di coprirsi il volto), schiavi fedeli, giovani pasticcioni, disonesti e avidi cittadini, il paese d’Egitto in tutto il suo fulgore e la sua splendente bellezza, siamo trascinati in una torbida vicenda tra speculazioni economiche e furti, omicidi e roccamboleschi salvataggi. Atene è minacciata dalla carestia e il giovane Stefanos viene incaricato dal Consiglio della città di andare a comprare del grano in Egitto, portandosi dietro una quantità smisurata di oro e argento. Nel suo viaggio viene per fortuna aiutato dallo schiavo di Aristotele e dallo stesso filosofo, che come un deus ex machina giunge a salvare il giovane e l’oro.

La regia un po’ fredda della Doody, che non si permette mai di uscire dal rigore storico e dalle parole tratte dai testi filosofici di Aristotele, è però efficacissima nel descrivere i luoghi, la città di Atene sormontata dall’Acropoli, l’Egitto inondato dalla piena del Nilo, templi e case, dimore modeste e sontuose, tombe e piramidi, come in una moderna guida del Touring, pronta a incuriosire e attrarre. Romanzi da leggere se si conosce la filosofia greca e da leggere per conoscere la cultura greca, madre indiscussa, nel bene e nel male, della nostra cultura europea.

Margaret Doody, “Aristotele e i delitti d’Egitto”, (traduzione di Rosalia Coci) Sellerio 2010
Giudizio: 4 / 5 – Classico
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Marilù Oliva, “Tu la pagaras”, Elliot 2011
IL SAGGIO: Aram Mattioli, “‘Viva Mussolini'”, Prospettiva 2011
IL CLASSICO: Luciano De Crescenzo, “Così parlò Bellavista”, q.e.

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA)
1. Peter Carey, “Parrot e Olivier in America”, Feltrinelli 2011
2. Aa.Vv., “Natale in giallo”, Sellerio 2011
3. Emanuele Luzzati, “Il presepio (pop up)”, Gallucci 2011

28 NOVEMBRE 2011, LO SCHIANTO DEL COMUNISTA CHE VOLEVA VOLARE. LUCIO MAGRI SI E’ FATTO SUICIDARE
Lo scritto che segue è la parte finale di un lunghissimo ragionamento pubblicato su la Rivista del manifesto (da lui diretta fino alla fine) con cui, nel dicembre 2004, Magri poneva fine all’esperienza della stessa.

da “Le ragioni un commiato”
di Lucio Magri
Negli ultimi anni infatti, anziché attenuarsi, è diventata ancor più intensa e spesso più rozza, la spinta al revisionismo storico e ideologico: il novecento come cumulo di macerie, la Rivoluzione d’Ottobre e il marxismo che portano in sé il virus totalitario, il partito organizzato e l’esercizio del potere sempre e comunque responsabili di ogni degenerazione. La maggiore novità sta nel fatto che tale spinta è penetrata in tutta la sinistra. E ciò è avvenuto anche in Italia dove pure era esistito un partito comunista in una versione originalissima, era stato architrave di una nuova e più avanzata democrazia, e aveva anche tentato di aprirsi agli interrogativi proposti dalle trasformazioni sociali senza rinunciare a una prospettiva anticapitalistica. Questa rivista era nata con un altro e contrastante impegno. Quello di affrontare senza reticenze e censure il tema delle progressive degenerazioni e del fallimento finale delle rivoluzioni del novecento, di ricercarne le ragioni di fondo non solo legate a condizioni storiche particolari. Ma anche di salvare e rivendicare il contributo che esse avevano portato ad un avanzamento storico complessivo oggi a rischio. E di vedere negli stessi errori più gravi i problemi veri cui esse avevano dato risposte sbagliate. Infine e soprattutto di individuare e valorizzare insegnamenti che nel metodo e nel merito quella storia politica (in particolare del comunismo italiano) e quella tradizione teorica (in particolare nel pensiero di Gramsci, e di un Marx troppo spesso amputato) offrivano alla lettura del presente e alla progettazione del futuro. Insomma né continuismo o patetica nostalgia, né liquidazionismo sommario. Come ci obbligava e ci poteva permettere una lunga vicenda personale e collettiva di comunisti convinti ma anticipatamente critici. Un tale lavoro, in cinque anni, l’abbiamo avviato, seppure con non sufficiente continuità e impegno. Negli ultimi tempi però – forse per lo spirare di un vento tanto forte da inibire, se gli si oppone, l’azione politica e l’ascolto culturale – è emersa tra noi una divergenza pesante. C’è chi ha legittimamente sentito – come debito di lealtà – l’esigenza di una rottura e di un’autocritica molto più esplicita e più radicale rispetto a un passato nel quale eravamo comunque compromessi ed eravamo stati troppo ritardatari e prudenti ad opporci. Cito solo Pietro Ingrao per il peso che ha avuto, l’autorità che conserva, e la crudezza del suo recente libro-intervista. Altri – e paradossalmente io, da sempre comunista anomalo, per una fase scismatico – sentono al contrario l’esigenza, il dovere, di andare controcorrente, di non varcare la soglia che divide anche la critica più dura della secca rimozione e tanto più dalla liquidazione. Non solo per l’importanza che le radici hanno anche quando cambia il terreno e si vuole cambiare con l’innesto la pianta; e non solo perché trovo assurdo che in Italia, nel revival di tante culture, un po’ riverniciate, ma ancor più vecchie e superate di cui si riscopre il valore, l’unica ad essere esorcizzata, o evitata, sia proprio quella comunista. Ma perché credo che una analisi differenziata, una storia controfattuale di quella tradizione, e il suo superamento, sia il compito più impegnativo e più realmente innovativo per una sinistra nuova in un mondo nuovo. Personalmente dubito fortemente di avere capacità intellettuali ed energie residue per un impegno tanto difficile, e forse che ne siano maturi i tempi. Ma, lo confesso, anche solo per una semplice scelta esistenziale, istintiva, non vorrei, finché campo, liberarmi da quel fardello, che del resto, per un vecchio salutista come sono, permette comunque un’eccellente ginnastica mentale.

SCELTI PER VOI
Lucio Magri, “Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci”, Il Saggiatore 2009
Pietro Ingrao, “Volevo la luna”, Eiunaudi 2007
Rossana Rossanda, “La ragazza del secolo scorso”, Einaudi 2007
Luigi Pintor, “Punto e a capo. Scritti sul Manifesto 2001-2003”, Manifestolibri 2004
Luciana Castellina, “La scoperta del mondo”, Nottetempo 2011

Per consigli o suggerimenti, scrivete a: macondolibri@gmail.com

Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2011-12-03T01:03:55+00:00 da Redazione



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