Cronaca

De Paolis: “Guardia medica a Troia: Cenerentola e in pericolo”

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Guardia Medica a Troia (st@)

Foggia – “IL Servizio di Guardia Medica ebbe i primi vagiti oltre trent’anni fa, dopo il varo del Servizio Sanitario Nazionale, come momento di transito dei medici, piuttosto che come servizio codificato e stabilizzato nelle sue funzioni. Oggi, dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti, i medici incaricati in questo servizio sono ancora alla ricerca di una propria identità professionale e di un ruolo che li affranchi dall’immagine consolidata dal tempo di ‘pipistrelli’ della sanità, giacchè svolgono il loro compito di risposta alle urgenze mediche prevalentemente durante le ore notturne, oltre che nei giorni prefestivi e festivi, quando riposano i medici di famiglia”. A dirlo in una nota il dr. Pierluigi De Paolis della Federazione Nazionale Medici di Medicina Generale.


“Molti, quindi, i disagi dei medici che, anche con oltre un decennio di attività alla spalle, rivestono stabilmente questo ruolo. Ai tanti disagi si aggiungono quello della insicurezza delle sedi (la maggioranza dei medici in servizio, oggi, sono donne!), giacchè si annoverano molti casi di violenza, anche tragici, nei loro confronti, e quello dello scarso decoro delle stesse sedi (sporche, poco e male arredate, fredde, isolate, sfornite di presidi medici, inagibili secondo le leggi vigenti sulla sicurezza e accessibilità, per dichiarazione della stessa A.S.L.!)”.

“La sede di Guardia Medica di Troia non fa eccezione … anzi ! Se un paziente volesse accedervi, magari accompagnato da un autovettura perché anziano o in precarie condizioni di deambulazione, non può raggiungere la piazza Papa Giovanni XXIII, dove essa è ubicata nel complesso della casa di riposo San Giovanni di Dio, giacchè l’accesso ai veicoli, durante le ore di servizio, vi è impedito sia dalla via Regina Margherita (dal lato est e dal lato ovest), sia da via Ospedale, sia da via Pirro. Inoltre i medici in servizio (tre di questi sono donne medico !!!) ci segnalano che da alcune settimane la serratura del portoncino non è funzionante, che le videocamere di sorveglianza sono in black-out da una settimana, che il faretto illuminante il cortile di accesso alla sede è fuori uso da oltre un mese. Infine sono anche segnalate incursioni di giovani che si introducono nottetempo nel portone adiacente e comunicante con la sede di servizio per riunioni che, evidentemente, non fanno presupporre niente di lecito!“.

“Ovviamente i disagi elencati sono stati dovutamente segnalati anche all’Azienda Sanitaria, ma, ahimè, … nessun intervento è stato attuato! Non resta che sperare nell’apparizione di una buona fatina, che trasformi l’attuale zucca … in una funzionale sede di Guardia Medica, dotata di tutto, presidi medici e comforts compresi, … ma chissà quando …!!!”.


Redazione Stato



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Commenti


  • avv. Gegè Gargiulo

    Da: Avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Tutti i medici dell’equipe sono responsabili, anche in relazione alla fase post-operatoria!

    Il mondo della medicina, e della sanità in generale, è un ambito in cui dare giudizi, o sputar sentenze, è difficile e delicato. Lo è perché entrano in gioco parecchie variabili: la salute, e spesso anche la vita, dei pazienti, la scienza empirica e non sempre esatta della medicina e il medico stesso, che per sua natura umana infallibile ed onnisciente non è, e mai potrà esserlo.

    Detto ciò, che per molti suonerà banale, spesso capita che gli errori commessi dai medici, che purtroppo a volte finiscono con il costare la vita del paziente, siano frutto di omissioni dovute a grossolane valutazioni del caso. Un atteggiamento professionale troppo superficiale. Come nel caso valutato recentemente dalla Cassazione.

    Un signore, affetto da obesità era stato sottoposto ad un intervento di bypass bilo-intestinale, un intervento di per sé non rischiosissimo. A renderlo tale però era la compresenza di altre patologie correlate, e cioè diabete, patologie cardiache e gravi apnee notturne. Un quadro clinico abbastanza compromesso in partenza.

    Il signore era stato operato da un’ equipe di tre medici, un primo operatore chirurgico, un secondo operatore chirurgico, ed infine un anestesista e rianimatore. Purtroppo dopo l’intervento il paziente aveva avuto una crisi respiratoria così grave da entrare in coma, ed era stato trasferito in un altro ospedale (maggiormente attrezzato) per poterlo aiutare. Purtroppo dopo quattro giorni di agonia il paziente era morto.

    I familiari avevano denunciato i tre medici e, in primo grado, il Tribunale di Taranto, sezione distaccata di Martina Franca, aveva riconosciuto la responsabilità penale dei tre professionisti per omicidio colposo, condannandoli anche al risarcimento in favore delle parti civili costituite.

    Il giudice non aveva riconosciuto ai tre imputati l’attenuante data dal cosiddetto “principio di affidamento”, che vige in ambito medico. Principio secondo il quale, data la complessità dello scibile medico, ciascuno specialista in un’equipe medica diventa un agente modello, cioè colui il quale tutto dovrebbe sapere in un certo ambito medico. E soprattutto colui che si comporta in rispetto delle regole e delle procedure necessarie e adottabili nel ramo di sua competenza. In medicina, secondo tale principio, un medico che lavora in un’equipe è dispensato dall’aver certezza che il proprio collega stia operando in maniera corretta, anche perché è necessario che si concentri sul suo di operato.

    In “secondo grado”, la Corte d’Appello aveva riformato solo in parte la sentenza, riducendo la pena e concedendo le attenuanti generiche. Anche per la Corte di Appello, però, non poteva essere applicato il “principio di affidamento”.

    Se la logica avrebbe portato a pensare che il solo ed unico responsabile fosse l’anestesista, invece, la realtà dei fatti ha spinto i giudici ad una diversa valutazione: tutti i medici erano da ritenersi ,a modo loro, responsabili. Il primo operatore chirurgico perché responsabile dell’intervento. Il secondo, perché, in qualità anche di direttore del reparto, doveva avere una visione generale dell’operato dei suoi colleghi, nonché collaboratori, l’anestesista infine, per le sue competenze specifiche.

    A questo punto il ricorso in Cassazione che non ha fatto altro che confermare le due sentenze. La Quarta sezione penale della Corte Suprema, con la recente sentenza n. 44830 dell’ 11 ottobre 2012, ha così ribadito la colpevolezza dei tre medici, rimarcando che “I componenti di un’equipe medica sono tenuti a programmare adeguatamente non solo la fase di intervento, ma anche quella post operatoria, in modo da fronteggiare adeguatamente i rischi tipici delle operazioni effettuate; quando si tratti di rischi gravi ed evidenti, tutti i sanitari ne sono responsabili, e ciò a prescindere dalle specifiche competenze di ognuno”
    Foggia, 3 dicembre 2012 Avv. Eugenio Gargiulo

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