CulturaManfredonia
A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (VII)

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Manfredonia. Mi sforzavo di non pensare, di non guardare al domani, i ragazzi giocavano gioiosamente, la gente si divertiva, io avevo il dottore al mio fianco. Ma la tragedia che ci aspettava ebbe il sopravvento su di me. Purtroppo i brutti pensieri non vanno via come si fa con gli uccelli; basta battere forte le mani e prendono subito il volo e si allontanano. Con essi non si può fare così; stanno in un angolo nella nostra mente e al primo impulso vengono fuori a martellarti senza pietà. A distorgliermi da essi fu la fine del primo tempo. Vidi Ӗlsio avviarsi verso gli spogliatoi con tutti gli altri. Era allegro e lo si vedeva anche da lontano; parlava con tutti e sorrideva spensierato e felice; il pallone, questa volta, lo teneva l’arbitro in custodia: il regolamento diceva così. Vedendo Ӗlsio così contento mi venne in mente un fatto: quando morì il padre, aveva dieci anni, un parente abbastanza facoltoso propose di mandarlo in collegio, mi avrebbe pagato lui tutte le spese. Ӗlsio, sentito la proposta di quel parente, mi venne vicino e prendendomi la mano mi guardò negli occhi supplicandomi di non farlo ed io l’ho tenuto con me! Vederlo in campo a giocare, libero, era il premio più bello che io avessi avuto da tanti sacrifici.

Nell’intervallo, dieci minuti di riposo, feci conoscenza con le ragazze, che pian piano si erano messe proprio al mio fianco e come se ci si conoscesse da tanto tempo ci mettemmo a parlare di bellezza del gioco del pallone, dei ragazzi che lo praticavano e della loro forza atletica. Avemmo pudore di non parlare della loro bellezza fisica; ma quello era sottinteso e lo si capiva dai nostri ammiccamenti e sorrisi nel parlarne. Dissi che Ӗlsio era mio figlio e mi fecero i complimenti: «è proprio un bel ragazzo». Diventai rossa. Il dottore, dall’altra parte, si mise a discutere della partita con degli spettatori mai conosciuti, con una certa confidenza, anche loro come se si conoscessero da tanto tempo: forse era questa la magia del gioco del pallone.

La partita stava ricominciando; smettemmo di parlare per dedicarci a guardarla, anche perché disturbavamo gli altri spettatori. Intanto le squadre si scambiarono la metà del campo; ora Ӗlsio era alla mia destra. L’arbitro pose il pallone al centro e fischiò forte: cominciarono. Per un po’ la partita andò avanti senza pericolo per i due portieri; poi si vivacizzò. Il primo che corse pericolo fu proprio Ӗlsio. Gli avversari si passarono il pallone senza sbagliare e il giocatore che stava sempre al centro, dopo averlo ricevuto dal seminarista, fu svelto a fermarlo con il petto mettendolo a terra, ma proprio ai suoi piedi e prima che l’avversario lo affrontasse fece un tiro forte verso la porta; Ӗlsio si tuffò e prima che il pallone entrasse in porta lo deviò fuori dal campo con una mano. Tutti applaudirono i due giocatori; quello che tirò e il portiere: le ragazze rivolsero anche a me gli applausi. Ma contemporaneamente scappò da ridere a tutto il pubblico. Il giocatore che fece il tiro tirò così forte che gli scappò via la scarpa che andò a posarsi in fondo alla rete, impigliandosi in essa. Ӗlsio, alzandosi, gli diede una mano a riprendersi la scarpa ed entrambi si fecero una risata. Il gioco riprese dall’angolo del campo, toccava agli avversari farlo.

Il tiro era alto ma Ӗlsio diede uno scatto e saltando su tutti bloccò il pallone con le mani. Dopo aver visto Ӗlsio fare quelle parate mi dissi che era difficile che il pallone entrasse nella sua porta, quasi impossibile. Nulla di più sbagliato. Come mi disse Ӗlsio una volta: «Tu non capisci niente del pallone». Ed era proprio così. Il gioco, in seguito, confermò che veramente non avevo capito niente di esso. Constatai che a questo gioco non bastava essere bravi ma bisognava tener conto dell’abilità degli avversari; la capacità dei tuoi compagni ad affrontarli e a proteggere la propria porta per poi attaccarli nella loro metà del campo e insidiare il loro portiere. Ma di tutto questo notai una cosa fondamentale: la fortuna. Essa è determinante per far sì che tutto vada liscio; se non ti accompagna, mano nella mano, fa della bravura dei portieri e di tutti i giocatori un sol boccone; mandando in malora tutta la loro sicurezza. È come nella vita: la fortuna è la padrona di tutti noi. Ed ecco che la conferma di tutto ciò mi viene dal seminarista, che cominciò un’azione rocambolesca: avuto il pallone a metà campo, sulla destra, si mise a correre come sapeva, affiancato da un compagno. Si scambiavano il pallone in velocità, senza che gli avversari, a metà campo li fermassero, lasciandoli indietro uno dopo l’altro.

L’ultimo scambio con il compagno lo lanciò da solo verso la porta avversaria. Il macellaio, vedendolo arrivare in grande velocità, tentò il tutto per tutto per fermarlo e si buttò, in scivolata sui piedi togliendogli il pallone. Il seminarista lo saltò per non impattare con lui, ormai convinto di aver perso il pallone. Ma inspiegabilmente il macellaio era già in piedi; il pallone rimbalzò a terra e gli toccò la gamba sinistra; l’effetto che venne fuori fu che il pallone andò a finire, fortunatamente, proprio sui piedi del seminarista, ormai rassegnato di averlo perso. Arrivatogli il pallone, non si soffermò a pensare come l’avesse avuto, immediatamente si mise a correre come lui sapeva fare e si spostò al centro (ormai il macellaio non ce l’avrebbe più fatta a raggiungerlo) puntando verso Ӗlsio. Qui però c’era da superare l’ultimo baluardo a difesa della porta. Questa volta il ricco non lo affrontò preparandosi alla spallata; se l’avesse fatto, e lui ne era consapevole, l’arbitro avrebbe decretato il calcio di rigore; un tiro da farsi a poca distanza dalla porta, solo il giocatore e il portiere. Allora cercò di intervenire con i piedi. Ma ancora una volta con estrema abilità e freddezza il seminarista riuscì a scavalcarlo, con un movimento del corpo e fintando, lo fece cadere. Ormai era a tu per tu con il portiere: cominciai a preoccuparmi. Ӗlsio gli andò incontro con le braccia allargate e in movimento. Ma lui non si scompose; finse di tirare ad un angolo, si fermò un attimo e dopo averlo visto per terra, con grande calma indirizzò il pallone all’altro angolo della porta, facendo entrare il pallone lentamente: e fece un punto. Qualcuno applaudì, ma la maggioranza mugolò; e come poteva essere diversamente, erano quelli dell’altro paese ad avere fatto un punto. Io rimasi indifferente, non era il caso di prendersela, comunque è sempre un gioco, mi dissi.

Solo mi dispiacque vedere Ӗlsio a terra sconsolato, guardare il pallone nella rete, in fondo alla porta. Si rialzò pieno di polvere e spolverandosi andò a raccogliere il pallone e lo mandò al centro con un calcione, non certo con gioia. Intanto il seminarista, dopo aver stretta la mano ai compagni di squadra, ricevuto da loro le congratulazioni, andò a stringere la mano al parroco, che lo aveva chiamato ad alta voce, anche se era l’avversario; era pur sempre il suo padre spirituale e non poteva che congratularsi con lui per quel magnifico punto fatto. Un compagno di Ӗlsio prese il pallone e lo mise a terra, al centro del grande cerchio, per ricominciare a giocare. Dopo un punto fatto si faceva così, e a chi veniva fatto il punto toccava ricominciare. Il gioco riprese ed il signore che allenava la squadra della parrocchia, cominciò a gridare e dare le direttive ai suoi giocatori: «Tu tira forte il pallone, deve passare il cerchio grande», diceva a mio figlio. «E voi avanti, correte, lottate, metteteci il cuore, andate in porta a fare il punto del pareggio». Io ero convinta che questo gioco non fosse nato esclusivamente per vincere, ma per il puro divertimento dei giovani; tutti correvano, si esaltavano, si sfidavano a chi era il più forte, il più veloce, il più bravo.

Era una gioia vederli ansimare, sudare, scontrarsi senza cattiveria, dando la mano per scusarsi della scorrettezza fatta. Invece, in realtà, non era così: fare i punti più dell’avversario era il fondamento del gioco del pallone. Alle sollecitazioni dell’allenatore i ragazzi della parrocchia si lanciarono alla caccia del pallone. Da seduto diede ancora dei suggerimenti, questa volta con calma: il giocatore che stava al centro del campo lo spostò ad un lato e quello che stava di lato lo fece andare al centro, pregandoli di non retrocedere e rimanere nella loro metà campo. Proprio quello che ora stava al centro, per la foga di fare un punto, si trovò due volte, a tu per tu con il portiere, ma non poté tirare in porta perché era fuori dal gioco e l’arbitro fischiò fermandolo. Il dottore tentò di spiegarmi la regola, ma io rinunciai a capire il perché di questa ingiusta regola: ma come, un giocatore fa tanto per arrivare a tentare di realizzare un punto e poi viene fermato sul più bello e gli si impedisce di tirare?! A darmi ragione di questo ci fu il pubblico, reclamando con urla ad un’altra delle azioni incriminate. A loro si unì, senza vergogna, anche il dottore, suscitando in me meraviglia, ma mi piaceva vederlo così animato in mezzo alla gente. Tanto era preso dalla partita, prendendoci gusto, che quando uno degli studenti, che stava lateralmente, quasi sulla linea di uscita del campo, con il battere delle mani segnalava ai compagni di passargli il pallone, lo sentii gridare: «Passate a lui!! Passate a lui!!». Segnalando ciò anche sbracciandosi e lasciando la mia mano. La riprese subito, scusandosi con un sorriso. (VII, fine – continua)

A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile, Manfredonia

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Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (VII) ultima modifica: 2016-12-03T15:24:54+00:00 da Redazione



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