Cronaca
"Il valore di una foto, che non esaurisce l’essenza in un pezzo di carta, ma che trasmette anche dopo il fascino e il sogno di una terra"

“Cosa può nascondere una foto”

Si scorgono ancora le pietre laviche di straordinaria efficienza e che costituiscono il lastricato della strada

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Di Michele Campanile (marzo 2016)

Il valore di una foto, che non esaurisce l’essenza in un pezzo di carta, ma che trasmette anche dopo il fascino e il sogno di una terra, risveglia in ognuno di noi l’immaginario vissuto in un’epoca che ora non è più. L’immagine risale a oltre un secolo fa e ritrae il corso Vittorio Emanuele col fondale che si conclude con Piazza della Libertà e il Palazzo Amicarelli. Si scorgono ancora le pietre laviche di straordinaria efficienza e che costituiscono il lastricato della strada. In essa rivive una vitalità lungo tutto il corso e, ai margini della processione di pellegrini, uomini e donne che si muovono lungo i marciapiedi. Anche le costruzioni non sono da meno. Oggi qualche palazzo è in stato di abbandono, mentre un secolo fa – si desume dalla foto -, era abitato e brulicante di vita e di attività umana. Ciò che però stupisce, man mano che con l’occhio mettiamo a fuoco la testimonianza, è l’equilibrio, la compostezza e la giusta misura dei caseggiati. Una classicità che ancora oggi promana da essi e che si può notare, anche se messa tra parentesi a causa dei mostri di cemento sovrastanti emersi come un corpo estraneo per colpa di una classe dirigente, soffocata, dopo gli anni cinquanta, dalla sete di profitto.

Sul piano fisico, tale sembra la messa in scena che l’autore della foto ha inteso immortalare: segmenti di storia urbanistica tracciati ed ispirati da una ratio che ancora oggi fa invidia. Ma l’autore forse neanche se ne rendeva conto, ignaro delle conseguenze che la perdita dell’amor loci avrebbe generato con l’avvento della seconda rivoluzione industriale. L’occhio e l’attenzione, tuttavia, di questo mirabolante regista – fornito di macchina con obiettivo, diaframma e otturatore in legno, costruita da Voigtländer nel 1841 -, ritraendo i pellegrini mentre si inginocchiano per poi recarsi al Santuario micaelico, hanno colto l’attimo durante il quale i devoti si prostrano sul Sacro Monte.

Una tradizione, come ricorda Tancredi, che si ripete forse da millenni nella storia, prima laica e poi cristiana. Per quest’ultima, da quando nel 492, secondo il racconto mitico, il Cherubo Michele lasciava l’impronta del piede, in seguito alla vittoria riportata sui Goti. Da allora, il Vescovo Maiorano, insieme ai sipontini è salito sul monte per lasciare il bottino preso ai nemici e ringraziare il possente difensore. Nei secoli la tradizione è continuata con le miriadi di pellegrini in processione, a piedi e con ogni mezzo, per arrivare nella grotta e prostrarsi davanti all’Arcangelo come penitenti e chiedere la remissione dei peccati.

I giorni di maggiore affluenza di pellegrini cadono il 3, l’8 ed il 21 maggio. Cioè all’inizio della nuova stagione, in prossimità del nuovo raccolto e mentre l’inverno è alle spalle. Durante quei giorni il paese si animava di una diversità di costumi e di colori: si ricordano in particolare le donne di Baranello, di Atina e di Avigliano. Tutte queste folle di pellegrini sfoggiavano vestiti spesso sgargianti e pieni di attrattiva. Singolare, infatti, era il fazzoletto bianchissimo delle ragazze di Peschici o le lunghe tovaglie delle figlie di Miranda o i copricapi gialli delle giovani di San Paolo Matese. Stupende, inoltre, apparivano le acconciature orientali che ostentavano le bellissime donne di Roccamandolfi.

Questa tradizione, le processioni dei pellegrini, oggi sono praticamente scomparse, sommerse dalla globalizzazione e dal consumismo inebriante e sedicente del sistema economico (macchina cellulare leclerc). Le nuove generazioni non hanno più la fortuna di rimanere alla lettera sommersi dal canto salmodiante del coro e dall’intervallarsi delle prime voci robuste ed ammalianti dei priori. Quando il coro dei pellegrini, in fila lungo il corso del paese, rispondeva con l’esasperato “ORA PRO NOBIS”, a nessuno astante poteva mancare il raptus che gli consentiva di instaurare un vero e proprio rapporto enpatico, così come quando ci si trova di fronte ad un paesaggio straordinario, e perché no, al “cielo stellato” di kantiana memoria o, forse, agli interventi dei coreuti dell’antica tragedia greca. Talvolta i pellegrini salivano lungo i sentieri della “corta”, con sulle spalle pesanti sassi, oppure, arrivati sul corso, procedevano con gli altri pellegrini con le ginocchia per terra. Arrivati davanti alle porte di bronzo, tanti, dopo essersi prostrati, strisciavano con la lingua per terra fino all’ara della Basilica micaelica.

Perché tutto questo martirio riversato su sé stessi?

Il rito (V. FRAZER, Il Ramo d’oro, Newton, Milano,1980) è antichissimo. Gli esseri umani, sin dalle primissime comunità primitive, si sono sempre sforzati di liberarsi dal male, incarnati in demoni e fantasmi, ritenuti la causa delle proprie sciagure(avversità, raccolto bruciato, sfortuna in amore, disgrazie, etc…). La fenomenologia malefica sin dalle origini si materializzava in enti o forze metafisiche irrazionali. La rimozione generale o l’epurazione da tali negatività non poteva che coincidere con una serie di azioni “rituali” miranti a distruggere o ad allontanare il protagonista dalla sciagura o causa malefica.

Si può ritenere, allora, che l’abreazione freudiana in questo caso coincida con la sopportazione del peso “il sasso”, “lo strisciare con la lingua per terra”, “l’andare in trance per comunicare con la divinità…” fino alla consegna dello stesso al sovrannaturale per la purificazione: l’emenda intesa come fine – premio dopo aver pagato il prezzo con sofferenze talvolta insopportabili o transfert nel super-io al fine di controllare la forza dell’occulto. Tale era il percorso che conduceva o che conduce alla realizzazione della favola dell’Eden cantata dai poeti. Un’impresa implacabile dell’uomo per ricercare la salvezza o il riscatto come nel mito di Sisifo.

A cura di Michele Campanile (marzo 2016)



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