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Un anno di sangue il 1862 in Capitanata


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Brigantaggio Gargano (fonte image: infovieste)

Foggia – IMPERVERSAVA il brigantaggio nelle aree più inaccessibili del Gargano. L’unità d’Italia era storia recente. Era il 1862, un anno di sangue per la Capitanata. Nella Foresta Umbra si nascondevano in covi inaccessibili gruppi di ex soldati borbonici e di renitenti alla leva del nuovo regno. Per procurarsi viveri, polveri e denaro, raggiungevano le cittadine, innanzitutto Mattinata, priva di strade d’accesso agevoli per le colonne dei militari regi e dove si segnalarono a ripetizione atti di prepotenza, violenze e omicidi, ad opera per lo più della banda di Zì Luigi, detto “il Principe”. Nelle incursioni, quando il numero degli affiliati le favoriva, erano in serio di vita i possidenti e quanti si erano dichiarati di fede liberale, pochi in realtà, perchè la comunità era rimasta in massima parte fedele ai Borboni, stretta intorno all’arciprete Giuseppe Antonio Azzarone, sostenitore dei Borboni e fomentatore della sollevazione mattinatese del 30 settembre 1860.

Proprio questo rendeva più severa la repressione dell’esercito, che dopo ogni scorreria mandava reparti a regolare i conti, con gravi conseguenze non solo per i briganti attardati, che venivano fucilati senza troppi riguardi, ma per i presunti favoreggiatori, praticamente tutti i cittadini, sospettati di fare il doppio gioco a vantaggio dei banditi. La parola, anzi, lo scritto va allo storico di Mattinata Michele Tranasi, autore di un’apprezzata storiografia garganica nell’Ottocento. Mette l’accento sulla “condizione di inferiorità e di avvilimento delle classi popolari”, che tuttavia senza una chiara coscienza politica e senza riuscire ad esprimere una compiuta “volontà di cambiamento, di trasformazione politica e sociale”, manifestavano lo scontento dandosi ad una “protesta selvaggia e brutale”, caratteristica che estende all’intero ribellismo nel Gargano. “Quivi il traffico è impedito, ogni progetto è interrotto, qualsivoglia sostanza privata resta alla mercè di questi predoni – scrive – un brigantaggio feroce incendia le messi, gli edifici rurali, scanna il bestiame, uccide con insoliti tormenti uomini, donne, fanciulli”.

La cittadinanza era schiacciata tra due opposte violenze e non poteva che subirle entrambe: quella predatrice dei ribelli e la giustizia sommaria dei militari. Ma con la violenza non si è mai risolto nulla: tuttavia questo è un concetto evoluto, moderno. Infatti viene espresso da A.J. Kazinski, che poi è lo pseudonimo di Anders Ronnow Klarlund e Jacob Weinreich, sceneggiatori e scrittori in Danimarca ed autori di “L’ultimo uomo buono”, Longanesi, 524 pp. 18,60 euro. Ad essere convinto che dalla violenza non discende nessun bene è Niels Bentzon, un poliziotto diverso dagli altri, uno senz’armi, noto a Copenaghen per i suoi metodi non convenzionali, tanto più che viene impiegato come negoziatore: risolve le rapine con ostaggi, trattando disarmato coi banditi. Però ignora la leggenda ebraica dei 36 buoni di ogni generazione, che danno motivo a Dio di risparmiare il mondo. Non sa nemmeno che anche lui potrebbe rientrare nel conteggio, mentre a Copenhagen un killer sta eliminando uno per volta gli uomini della lista. “Tutte le vittime hanno strani segni sulla schiena, non sono tatuaggi ma nemmeno ferite e tutte avevano una cosa in comune, una sola: erano persone stimate, amate, dedite agli altri. Erano persone buone”. E manca solo l’ultimo.
Non sempre la violenza si esercita contro le persone e non sempre lascia ferite indelebili. Anche la nostra lingua, l’italiano, può essere violentata e quel che è peggio, ma non è affatto colpevole, è che ci si può pure divertire. Capita a chi legge “Viva la grammatica!”, un pamphlet Sperling & Kupfer, 268 pag. 16 euro, ad opera di una coppia collaudata: Valeria Della Valle e Giuseppe Patota. È “il lato sconosciuto, insospettabile, sorprendentemente divertente della grammatica”, che solitamente evoca pagine noiose, fitte di regole che sembrano inventate per far passare la voglia di studiare. E così, i ragazzi continuano a infarcire di errori ortografici i temi, i laureati danno pessima prova di sé nei concorsi e i politici scivolano sui congiuntivi. I due autori, da tempo impegnati a smantellare il modello di una lingua inappuntabile ma astratta, presentano una grammatica tutta nuova, che mette da parte prescrizioni e divieti, spiegando il perché dei principi che permettono di superare i dubbi e le trappole più insidiose. Esempi tratti dalla comunicazione quotidiana, da giornali, televisione, fumetti, romanzi, canzoni, film. Un’occasione per avvicinarsi all’appassionante storia dell’italiano e per scoprire il lato divertente della grammatica. Sarà una liberazione.


Redazione Stato

Un anno di sangue il 1862 in Capitanata ultima modifica: 2011-05-04T14:31:25+00:00 da Redazione



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