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Nella lettera, la bambina o l'adolescente di oggi dovrà farsi valere perché la donna che sarà penserà di saperla molto più lunga

La lettera che chiederò a mia figlia di scrivere

L’emozione di aprirla sarà grande: il mittente non è qualcuno che si può deludere. Bisognerà scendere a compromessi ma tenerla in considerazione

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Non tradire i propri sogni, il proprio fanciullo interiore, non è facile: tante le idee e i progetti che nel corso della vita si sovrappongono finendo per soffocarsi e annullarsi.

La fanciullezza e l’adolescenza hanno progetti di vita che l’età adulta non conosce, sogni non sempre del tutto inattuabili ma archiviati nel corso degli anni nel nome del profitto, di un aspetto di apparenza seriosa e ‘rispettabile’, di un modello imposto da genitori, insegnanti, compagnie. A 13 anni si aveva un sogno che oggi non si ricorda più. In molti casi è la professione, ma non sempre.

La lettera che chiederò a mia figlia di scrivere è indirizzata a se stessa trentenne. L’emozione di aprirla sarà grande: il mittente non è qualcuno che si può deludere. Bisognerà scendere a compromessi ma tenerla in considerazione.

Nella lettera, la bambina o l’adolescente di oggi dovrà farsi valere perché la donna che sarà penserà di saperla molto più lunga e di convincerla di averne passate ormai così tante da non doversi stupirsi più di niente, che quel progetto è del tutto campato in aria, privo di fattibilità, forse non rispetta le leggi del mercato e sicuramente lei non ci mette la faccia.

Che l’amore non esiste, che gli uomini sono tutti uguali. Che no, non ci si può vestire tutta di rosa, ma un look più sofisticato è più adeguato e le darà un’aria più seducente.

Io cosa avrei scritto nella mia lettera? Nessuno è in grado di dirlo con certezza.

Probabilmente avrei voluto una vita simile a quella delle Barbie con le quali giocavo, ma mi sarebbe bastata, forse, anche solo quella mia cugina Tiziana, 3 anni più grande, che veniva da Milano e già andava alle medie. E, come le Barbie, avere capelli lunghi, un armadio pieno di vestiti luccicanti e scarpette (indolori) col tacco a spillo. La questione di fondo non è essere bella perché allora si era troppo piccoli per determinare se lo si fosse o meno. Ce l’avrebbe spiegato il mondo dopo. E questo è il punto. La libertà di essere e di autodeterminarsi da zero, senza condizionamenti né scoraggiamenti.

Lavorare, ovvio: ballerina, cantante o giornalista e avere anche un fidanzato bello con cui uscire a divertirsi la sera in discoteca. Non era ancora arrivata l’era dei pub, dei lounge bar, delle birrerie. Il sogno era ballare con body lucido e scaldamuscoli come Madonna in TV. Farsi aspettare fuori dalla scuola di danza da un ragazzo e salire sulla sua moto: non era Ken – troppo muscoloso e virile per la me di allora.

Qualche anno dopo ci sarà un ragazzino pallido, con i capelli lunghi, ad aspettare là fuori su uno scooter fermo. Una sigaretta tra le mani infreddolite. Ma qui inizia tutta un’altra storia.



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