ManfredoniaRicordi di storia
"Fatti e misfatti, storie e vicende umane, infatti, vengono immortalate nelle menti dei più e poi trasformate in vere e proprie leggende metropolitane"

Quando “l’onore” di lui o di lei si lavava con il sangue. La storia

Racconto tratto dal v. di Angelo Del Vecchio “Storia e Leggende del Gargano”, 2005

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Rignano Garganico – ”In piccoli comuni come Rignano Garganico, dove il tramandare orale della memoria storica è ancora diffuso tra le varie generazioni, può succedere che fatti veramente accaduti diventino vere e proprie mitologie di paese. Fatti e misfatti, storie e vicende umane, infatti, vengono immortalate nelle menti dei più e poi trasformate in vere e proprie leggende metropolitane. E’ il caso, per esempio, di un efferato delitto accaduto nelle campagne rignanesi circa un secolo fa. Nessun colpevole e tanta omertà hanno ingiallito una vicenda già ingarbugliata di per sé.

Il tutto è avvenuto in località Marcivico, ad un tiro di schioppo dall’attuale depuratore comunale, dove un giovane e aitante bracciante, sposatosi da poco, è stato trovato ammazzato a sassate in una macchia di rovi. Dobbiamo trasferire la mente ad una Rignano molto povera, fatta di tanta miseria e di tanta passione, dove, come accadeva spesso in tutto il meridione italico, l’omertà e i “non so niente” trasformavano le vicende degli uomini e la realtà degli avvenimenti. Indagando tra gli anziani, quei pochi novantenni che ancora ricordano per sentito dire la vicenda, siamo riusciti a ricostruire quasi tutta la storia, riprendendo presunti moventi e possibili esecutori, tutti ormai defunti da tempo. Pasqualine, così chiameremo il nostro malcapitato, anche per difendere la memoria di chi, non per sua volontà, è scomparso in circostanze decisamente “buie”, era un instancabile lavoratore, uno di quelli che sgobbava alla Pugghja (in campagna) fino a 12-14 ore al giorno.

Bello e armonioso nel fisico e nelle movenze, riusciva a farsi a scendere e a salire di corsa la montagna rignanese per giungere al luogo di lavoro. Le ragazze lo amavano, mentre i suoi coetanei, ma anche quelli più grandicelli, lo odiavano fino a volerlo morto. Le dicerie di paese parlavano di sue avventure galanti con mogli e fanciulle e persino con qualche nobildonna. Ma erano tutte dicerie, Pasqualine era fedelissimo alla bellissima Miuccje (Filomena), scelta in moglie tuttavia grazie ad un matrimonio combinato, come accadeva spesso all’epoca nei piccoli comuni. Gli amici veri lo difendevano dalle male lingue e dalle lingue biforcute delle comari di turno. Nonostante ciò, Miuccje era gelosissima, tanto gelosa da litigare giorno e notte con l’amato marito, in un dipanarsi e contorcersi di sentimenti e passioni, di affetto sviscerato e di timori di perdere l’uomo dei suoi sogni, magari per qualche scappatella. La sera, al ritorno di Pasqualine dalle campagne, era sempre un litigare. Urla e spintoni, abbracci e carezze, mazzate e bacini, attiravano la curiosità dei vicini che, tutti indistintamente, in una Rignano fatta di vicoli e stradette, di porticine e finestrelle, se ne stavano ore ed ore ad origliare in preda a perversioni da guardone. Ecco perché tutti sapevano tutto di quello che di lì a poco poteva accadere e che è accaduto realmente. Tutte le sere, Miuccje aspettava che Pasqualine si ingozzasse di vino e crollasse puntualmente dal sonno; ritirava così coltelli e mannaie in una piccola cesta e consegnava il fardello ad una anziana dirimpettaia.

Aveva paura, dicono le voci degli anziani, che il coniuge l’ammazzasse di notte, forse perché questi aveva in mente di prendere in moglie qualche altra pretendente. Glielo aveva riferito all’orecchio cummara Giuvannine (comare Giovanna) e poi glielo aveva fatto capire anche zja Rusenélle (zia Rosa), che in quanto a congiure e tradimenti ne sapeva una più del diavolo. Tolti di mezzo gli arnesi taglienti, Miuccje si metteva a dormire accanto all’amato congiunto, restandosene per ore e ore a fissarlo, carica di passione. Una bella mattina, poco prima dell’alba, un tocchettìo violento alla porta fece sobbalzare i due dal saccone (il letto), “Chija jénne a quest’ore? Facèteme prime métte lu cavezone e che jé scè pe lu cule da fòre?” (chi è a quest’ora? fatemi prima mettere i pantaloni e che devo uscire con il sedere di fuori?), disse Pasqualine, che non prevedeva di certo quello che di lì a poche ore gli sarebbe accaduto. “Non te préoccupanne, amma jè a pesca li ‘nguille e li trègghje a Triule e amma parte subbete, cià mannate a chiamà donna Caruline. Fa préste!” (non ti preoccupare, dobbiamo andare a pescare le anguille e le triglie al fiume Triolo e dobbiamo partire subito, ci ha mandato a chiamare donna Carolina. Fai presto!). La voce era familiare, tant’è che Pasqualine si vestì immediatamente e si aggregò alla comitiva di pescatori (erano in tre più lui quattro). Presero la revote (il tratturo) per Marcivico, quello più rapido per raggiungere il Candelaro e poi il Triolo. All’epoca l’acqua era così limpida e pulita in questi fiumiciattoli che, appunto, si poteva pescare anguille e pesci d’acqua dolce. Per strada i tre iniziarono a comportarsi in modo anomalo. Innanzitutto, uno lo teneva per un braccio e gli altri due ogni tanto lo guardavano dritto in faccia e ghignavano senza motivo. Giunti a Marcivico, il capo-comitiva, lo stesso che aveva bussato alla porta di Pasqualine, fece segno e ordinò a voce di fermarsi. “Care Pasqualine, mo’ a jè a truvà a patete, a ddu munne non pu fa cchiù corne a niscjune” (caro Pasquale, adesso andrai a trovare tuo padre, a quel mondo non potrai più mettere le corna a nessuno).

Il nostro malcapitato capì subito che i tre avevano cattive intenzioni e, grazie alla sua forza di giovane poco più che ventenne, riuscì a divincolarsi dalla stretta e a scappare a tutta velocità verso Villanova. L’unica strada da percorrere era quella degli ulivi, la più rapida per giungere in pianura. I tre si misero subito all’inseguimento urlandogli addosso e prendendolo a sassate. Pasqualine ad un certo punto inciampò e cadde violentemente in una macchia di rovi. Fu immediatamente raggiunto dai malfattori che lo finirono a “pesckunate” (a sassate). Gli anziani raccontano, tuttavia, di un retroscena ancora più raccapricciante. Infatti, pare che i tre premeditarono per bene il tutto. La sera prima, al risalire dalle campagne, legarono delle corde agli alberi di ulivo, poco dopo Marcivico, e le mimetizzarono con fogliame e frasche secche.

Avevano previsto praticamente tutto. Sapevano già che Pasqualine avrebbe tentato di scappare per quell’unica traiettoria di salvezza. Sapevano già che sarebbe inciampato. Sapevano già che l’avrebbero ritrovato morto i quei rovi al sorgere del sole. Seguirono processi a non finire. Alcuni vicine di casa vennero chiamate a testimoniare. A dorso di ciuccio o di mulo molte massaie si diressero verso Lucera, dove aveva sede il tribunale competente. Tette dissero di non sapere nulla. Vennero chiamati gli amici e i parenti di Pasqualine e Miuccje, ma anche in questo caso nessuno seppe o volle aggiungere niente a niente. Il processo si concluse senza colpevoli e con pochi sospetti mirati. Ancora oggi Pasqualine attende giustizia per quella vita toltagli oltre ottanta anni fa. Ma chi erano quei tre? Qualche anziano ce lo svela a bassa voce, forse per non farsi sentire da qualche parente ancora in vita: “il delitto è avvenuto tutto in famiglia e la moglie pare che sapesse praticamente tutto. In altre parole, Pasqaline venne giustiziato per una futile questione d’onore e per le solite lingue biforcute di paese”.

(Racconto tratto dal v. di Angelo Del Vecchio “Storia e Leggende del Gargano”, 2005)

Quando “l’onore” di lui o di lei si lavava con il sangue. La storia ultima modifica: 2015-03-05T16:41:35+00:00 da Redazione



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