Cultura
Conegliano Palazzo Sarcinelli

Bellini e i belliniani dall’Accademia dei Concordi di Rovigo

Mostra a cura di Giandomenico Romanelli Visitabile sino al 18 giugno 2017


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Meolo. Il veneziano Zuane Belin detto il Giambellino, artisticamente e culturalmente conosciuto come Giovanni Bellini, era nato verosimilmente il 1433 nella repubblica lagunare dalla marchigiana Anna Rinversi e da Jacopo Bellini, artista molto noto, pertanto lo si può definire figlio d’arte.

La sua formazione si deve sia alla bottega paterna sia al sostegno del Vivarini.

L’operatività artistica ha incigno negli anni sessanta, quando avvia una serie delle Madonne col Bambino, quella fortunata produzione che lo accompagna a essere il fautore di uno sviluppo figurativo nell’iconografia religiosa. È così chiamato a indossare le vesti di pittore ufficiale della Serenissima, incaricato pertanto alla scenografia nella sala del Maggior Consiglio.

Intorno a lui si affolla un vivace gruppo di sostenitori e allievi, che i responsabili di questa mostra di Conegliano indicano quali “Belliniani”. E tra costoro, la rassegna conta gli egregi Jacopo Negretti detto Palma il Vecchio, Andrea Previtali e Tiziano Vecellio.

Di Negretti, alias Palma il Vecchio, si può ammirare la “Madonna con il Bambino tra i santi Gerolamo ed Elena”, un “ritratto di gruppo” che muta le rappresentazioni tradizionali; gli farà eco Marco Bello con il gruppo della “Circoncisione”. La “Flagellazione di Cristo”, però, potrebbe essere considerata il capolavoro del Negretti. Qui il flagellante, il soldato e i distinti testimoni, quasi la simbologia del potere, sono tutti rivestiti in stile cinquecentesco, il quale resta ancora in risonanza col medievale.

La tropologia non è arcana e si potrebbe continuare a omologarla nei secoli sino ai giorni nostri, quando il Verbo del Cristo giace inascoltato ancor più si scalino i poteri che governano il pianeta. Andrea Previtali è l’autore del “Ritratto di giovane” sul cui volto e nello sguardo sono leggibili l’agiatezza e la protezione della sua “gens”.

Di contro, del Tiziano Vecellio è in mostra un enigmatico e discusso “Contadinello”, la cui paternità non è del tutto accertata, credibilmente composto in età giovanile e dunque richiamante alle influenze del Giorgione. Un ritratto il cui intenso sguardo ha il sapore della sfida, la dignità personale contro gli stenti imposti al suo ceto. Del caposcuola Bellini il visitatore si ritrova al cospetto di una piramidale “Madonna col Bambino”. Il netto contrasto cromatico tra la veste della Madre e l’abitino di Gesù, che si richiama ai riccioli, contribuisce a magnetizzare una devota attenzione. È inevitabile, poi, indugiare sull’insiemistica delle mani materne con gli arti del Figlioletto, tutte assemblate in un particolare a viluppo armonioso, che cancella immediatamente la primissima sensazione di una grossolanità. Da notare le manine del Piccolo che includono a mo’ di inciso le dita materne, a significare la grandezza di Lei e di ogni mamma.

Che dire poi del suo “Cristo portacroce” con gli occhi arrossati dalla tortura e lo sguardo in tralice, questo da interpretare sia rivolto verso l’umanità che allora e nei secoli stenta a comprendere quel sublime sacrificio. Lo stupore del visitatore si acuisce nell’esaminare la postura della vergine siracusana in “Santa Lucia e storie della sua vita”, l’opera di Quirino da Murano, la cui mano reggente il calice è accostata al grembo. Se non fosse per il cinto della purezza carnale attorno alla vita, non è assurdo che si possa credere a un’allegorica ma blasfema gravidanza impressa dall’autore.

Quest’ opera assieme a “Orazione nell’orto” di Francesco Morone infondono nel visitatore l’idea di affacciarsi nell’aurora del Rinascimento.

Il cammino della mostra conduce a scrutare ancora con cristiano rispetto i lavori dei belliniani Nicolò Rondinelli, Lucantonio Busati, Francesco Rizzo, Dosso e Battista Dossi, Gerolamo di Santacroce.

La mitologia, vigorosa ispirazione artistica nei trascorsi, entra in maniera sommessa nella sacralità del computo espositivo con “Danae” di Negretti, questa la figlia del re Acrisio, la quale giace con Zeus tramutatosi in pioggia d’oro, e con “Apollo e Dafne” di anonimo veneto, la ninfa che invoca e ottiene d’essere tramutata in alloro per non cadere vittima del dio.
Episodi, niente affatto profani, che racchiudono incancellabili millenni di antico sentimento religioso nell’animo umano, fonte del moderno.
Il fascino del Nord, infine, è soddisfatto da “Adamo ed Eva” di Albrecht Dürer e “Vanitas” di Jan Gossaert alias Mabuse, due esempi l’uno legato ancora alla dimensione biblica e l’altro di foggia narcisistica ma entrambi inevitabili aspetti dell’umanità.

A cura di Ferruccio Gemmellaro

Bellini e i belliniani dall’Accademia dei Concordi di Rovigo ultima modifica: 2017-06-05T13:51:01+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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