ManfredoniaRicordi di storia
A cura di Franco Rinaldi, cultore di storia e tradizioni popolari di Manfredonia

Alcune usanze e credenze a Manfredonia

A Manfredonia, e credo non solo in loco, le mamme che partorivano i gemelli, denominati: “a còcchie” o “frete de còcchie”, avevano l’usanza, lo fanno tuttora, di vestirli con abiti cuciti allo stesso modo

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A pungèlle (SQ)

A pungèlle (SQ)

Manfredonia – A Manfredonia, e credo non solo in loco, le mamme che partorivano i gemelli, denominati: “a còcchie” o “frete de còcchie”, avevano l’usanza, lo fanno tuttora, di vestirli con abiti cuciti allo stesso modo e dello stesso colore, e quando erano dello stesso sesso e uguali come gocce d’acqua, legavano (abitudine tuttora in uso) al polso un nastrino o li facevano indossare una camicia con un colore diverso.

In loco, era consuetudine ai neonati (gemelli e non) di non tagliare le unghie se prima non venivano battezzati. Dopo il rito alla fonte battesimale in Chiesa, anche lo stesso giorno, ai lattanti venivano tagliate le unghie, e la madrina denominata “a cummere de San Giuanne”, offriva il completo d’oro (catenina e oggettini vari) che metteva intorno al collo del bambino o dei gemelli.

Dopo il taglio delle unghie, al bambino o ai gemelli venivano messe nelle manine monetine e qualche santino, per augurare a loro protezione e buona fortuna. Nella catenina che la madrina regalava ai battezzati, venivano infilati piccoli oggetti d’oro quali: “u curnecille d’ore”, che poteva essere d’oro oppure di osso ricavato dalla “ciambe da pelòse”, la chela del favollo. Altro amuleto, che si metteva nella collanina d’oro era “u sckàtte e cripe”, una mano con le dita predisposte a mò di corna. Questi amuleti erano considerati ”contramalucchie” (portafortuna) e insieme alla collanina d’oro o d’argento, per evitare che il neonato li portasse alla bocca, li posizionavano dietro al collo.

La madrina nel corso del rito religioso in chiesa, non poteva commettere errori quando recitava il Credo. Se sbagliava durante la declamazione della preghiera religiosa, omettendo parole, nel tempo, poteva creare conseguenze molto serie ai battezzati, perché sarebbero cresciuti nell’insicurezza. Da questo, il detto in loco, che i battezzati in quel modo avevano “a paròle mangande a u crode” (una parola che era mancata durante la recitazione del Credo).

Altra tradizione, vuole che una conoscente o una donna che abitava vicino la casa dei neonati gemelli (o del lattante) che lavava per la prima volta la cuffietta di tela dei bambini (o del bebè) diventava “a cummére de scazzètte”, acquisendo un ruolo importante di madrina, che la portava a svolgere un ruolo di responsabilità e protezione durante la fase della crescita dei piccoli o del poppante.

Un tempo non c’erano i pannolini per i neonati, le mamme avvolgevano i neonati “nda mbassande” nelle fascia e panni di lino. Tra le lunghe fascia che arrotolavano i bambini, mettevano “a pungèlle” (una sorta di talismano o di amuleto che li dovevano proteggere da ogni male). La “pungèlle” che era di stoffa bianca, cucita e orlata con ricamo a mano, a forma quadrata o di cuoricino, veniva riempita con granelli di sale, piccole pietre della grotta di S.Michele e uno o due piccoli Santini piegati. Le mamme, prima dell’ultimo giro della fasciatura, posizionavano “a pungèlle” in corrispondenza del cuoricino dei neonati.

Per le femminucce, attaccato alla “pungèlle” si metteva un nastrino color rosa, mentre per i maschietti il nastrino era celeste. Alcune mamme, cucivano “a pungelle” anche color rosa (se femminucce) e celeste (se maschietti).

Dopo il parto, la maggior parte delle madri, allattavano sempre loro i propri figlioli. Quando le puerpere, avevano poco latte, chiamavano in loro soccorso “i bbalie” (le balie o nutrici) denominate “mamme de latte o nutrizzje”, donne formose, che avendo grandi mammelle “i zizze latte latte”, riuscivano a soddisfare oltre che i loro poppanti, anche i bebè di altre partorienti. Tra le balie più popolari a Manfredonia del secolo scorso, vanno annoverate le sorelle Siponta e Antonietta Miucci dette “i stangùne”, così denominate perché donne giunoniche. Per la verità, in loco, molte madri, che avevano da poco partorito e allattavano i propri figlioli, avendo abbondante latte nei seni, si prestavano in soccorso di altre partorienti prive di latte materno, per nutrire i loro figli. Questo mettersi a disposizione, per mesi, nel periodo dell’allattamento, poteva far nascere tra le due mamme “a cumbarizzje” (profondo rispetto e amicizia duratura nel tempo). I due neonati che non erano fratelli, ma che venivano contemporaneamente allattati dalla stessa donna, erano considerati “fréte de latte da stessa mamme”.

Fino agli anni ’50, era in uso, anche in loco, dare il latte di asina (considerato il più simile al latte materno) ai neonati che erano allergici al latte vaccino.

Va ricordato, che fino agli anni ’50, tutte le donne partorivano in casa alla presenza dell’ostetrica “a vamméne” di turno. Un tempo, quando la neo mamma era lontana da casa e non poteva rientrare subito per la poppata, per calmare i vagiti dovuti alla fame del lattante, prima che li venissero “i strìseme” (pianto irrefrenabile) preparava “a pupatèlle” (un biberon preparato con un fazzoletto contenente zucchero intinto nell’acqua) da qualche parente o conoscente. Il piccolo affamato, succhiando, scioglieva in bocca lo zucchero che era contenuto e legato all’interno del fazzolettino e si calmava, in attesa che la madre facesse ritorno a casa per allattarlo.

Quando la madre era affaccendata in casa con altri figli più grandi da accudire e il lattante non voleva dormire, era costretta a preparare “u casscetille”; una sorta di infuso ricavato dalla testa della pianta di papavero, utilizzato come sonnifero, che mettevano in un fazzoletto che legavano a mò di poppatoio. Il pargoletto “zucòve a papàgne” succhiava la tisana preparata, racchiusa nel fazzoletto e, con grande rischio si addormentava.

Era usanza, un tempo, quasi un rito, farsi la foto di famiglia “u detratte” negli studi dei fotografi Valente, Losciale, Renato, Lauriola, etc. I figli piccoli, di parto gemellare e non, di pochi mesi fino a un anno, da soli o con i genitori venivano fotografati quasi sempre “all’anute” nudi. Il giorno che dovevano andare dal fotografo per la foto ricordo di famiglia “c’endulettàvene” (si vestivano a festa).
Era consuetudine a Manfredonia, ora quasi in disuso, dare ai gemelli nati, i nomi dei Santi Medici Cosma e Damiano, per metterli sotto la protezione dei due Santi venerati nella città di Bitonto, verso i quali molti sipontini avevano e hanno tuttora grande devozione. Alcuni genitori li chiamavano Cosma e Damiano, altri Cosimo e Damiano, stesso doppio nome che veniva dato anche al singolo figlio. In alcune processioni era usanza vestire i propri figlioletti con costumi e aureole indossate dai Santi Medici.

Era altresì, uso, mettere i propri figlioletti, sotto la protezione di S.Antonio da Padova. Tant’è che era usanza vestire i bambini con un abitino monacale “munecacille pa chiereche nghepe”, una forma di devozione per ringraziare il Santo per una grazia ricevuta.

Tuttora a Manfredonia, i parti gemellari sono molto frequenti, mentre i parti trigemellari sono molto rari. Dei parti trigemellari, dagli anni ’60 del secolo scorso, vanno ricordati: Antonio, Francesco e Mauro Monaco figli di Maria Marasco e del bravo maestro di scuola elementare Benedetto Monaco; i trigemelli Dellerba (Anna, Marisa e Mario) figli di S.M. Battista e Giuseppe Dellerba; i trigemelli della famiglia De Sio (Raffaele, Gaetana e Antonietta) figli di Mattia Pastore e Francesco De Sio; i tre gemelli della famiglia Gramazio (Raffaele, Francesco e Luigi) figli di Mariangela Lupoli e Michele Gramazio. Uno degli ultimi parti trigemellari in loco, di pochi anni fa, è quello della famiglia Vigone (Piergiorgio, Francesco Paolo e Domenico) figli di Michela Totaro e di Antonio Vigone.

Nel prossimo articolo: “I parti trigemellari e le famiglie numerose di Manfredonia”.

(A cura di Franco Rinaldi, cultore di storia e tradizioni popolari di Manfredonia – 02.07.2015)

FOTOGALLERY ARCHIVIO FRANCO RINALDI

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Alcune usanze e credenze a Manfredonia ultima modifica: 2017-07-05T14:48:43+00:00 da Franco Rinaldi



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