Cultura

Centenario della Grande Guerra (IX) – La guerra dei feriti

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Roma. Alcuni storici definiscono la Grande Guerra l’ultima di stampo medievale ma nel contempo si accetta la tesi di un ammodernamento dei mezzi in campo via via che essa procedesse nei quattro anni. I militi equipaggiati con semplici moschetti a un sol colpo assaltavano le postazioni nemiche protette da muri di filo spinato ma, ciò che più pesava, queste cominciavano ad essere dotate di mitraglie che lasciavano scampo a pochi. E quei pochi si trasformavano in martiri, impegnando disperate lotte corpo a corpo, sacrificandosi con l’inutile ostentazione delle baionette, dei pugnali e delle mazze di ferro alla maniera dei duelli medievali, quando non con tirapugni e vanghette. Poi arrivò la progredita tecnologia bellica del lanciafiamme, del mortaio e del gas asfissiante, oltre finalmente alla diffusione della mitragliatrice.

Il gas, chiamato Iprite o mustard dagli angloamericani, fu usato storicamente dai tedeschi nei pressi di Ypres; nella guerra che stiamo trattando, quale arma offensiva per le trincee era scagliato con proiettili che esplodendo lo spruzzavano a trecentosessanta gradi e la tragedia si aggravava dal momento che non era avvertito alcun odore. Le comunicazioni, nientemeno, erano ancora affidate, quale eredità pesantemente arretrata, a messaggi consegnati agli emuli dell’emerodromo Filippide (staffetta di Maratona) o lanciati attraverso piccioni viaggiatori.

L’immediatezza degli ordini era invece assicurata dall’utilizzo di razzi colorati. L’uso della moderna telefonia, inventata da Meucci (brevetto 1871), pareva potesse risolvere molte delle difficoltà al servizio informazioni ma aveva la triste incognita dei cavi srotolati alla mercé del nemico, il quale indirizzava i guastatori per provvedere alla loro recisione, non senza alto rischio mortale procurato dai tiratori scelti, soprannominati cecchini dal gergo del trinceramento italiano.

Per i feriti iniziava un drammatico iter, in balia di infezioni trattate empiricamente negli ospedali e infermerie da campo prive di penicillina la quale sarebbe stata scoperta da Fleming un decennio dopo. Non è falso quindi affermare che al fronte ne ha uccisi più la setticemia che i colpi diretti delle armi.

Era già accaduto nella campagna di Crimea dove i bersaglieri piemontesi caduti furono trentadue contro circa quattromila deceduti tra infermi e feriti, epidemia di colera compresa, su un contingente di ventimila. Un inciso per ricordare che in località Kamari era stato eretto un ossario italiano, il quale sarebbe stato profanato e distrutto dai tedeschi nel secondo conflitto mondiale. Dal 2004 è sorta a Gasforta una stele alla memoria.

La tintura di iodio e l’antinfiammatorio acido acetilsalicilico, questa cosiddetta aspirina, sintetizzata da Gerhardt nel 1853, non garantivano affatto di poter contenere le gravi suppurazioni. Ma ciò non giustifica che le dotazioni individuali sanitarie ne erano sprovviste; l’Esercito italiano consegnava ai combattenti solo un pacchetto di elementari garze sterili. La maniera ovvia di bloccare le gravi infezioni era pertanto l’amputazione, anche questa operata con sistemi raccapriccianti mediante strumenti quali il rudimentale seghetto come quello che tutti conosciamo.
La pratica anestetica era basata sull’etere che per la prima volta in Europa era stata impiegata nel 1846 dal dottor Lisaton e l’anno dopo all’Ospedale Maggiore di Milano.

La Sanità militare non era impegnata esclusivamente per i feriti nella carne, viepiù nel tentativo di curare i combattenti che sarebbero stati retoricamente e pietosamente indicati “feriti nell’anima”, ossia coloro che davano segni di nevrosi se non di follia, comunque in genere interventi al servizio delle nascenti sperimentazioni psichiatriche. Il fenomeno si era esteso a seguito della ritirata di Caporetto per il conseguente imperioso comando del mal ricordato generale Cadorna, di guadagnare la vittoria a tutti i costi. Il costo significava l’inutile perdita di innumerevoli vite umane e di molteplici casi di alienazione a esito di assalti suicidi. Ma al generalissimo non bastavano le immolazioni; nel secondo anno di belligeranza ordinò la diminuzione del rancio passando dalle quattromilaottantacinque calorie ad appena tremila, eliminando la carne.

Una dedizione psichiatrica nuova per i sanitari, tant’è che al principio consideravano i soggetti vittime di predisposizioni genetiche, finché non prevalse la tesi del “fattore guerra” causa primaria del male. Addirittura si era allargata la tesi “etnica”, di assegnare ai meridionali la predisposizione alle patologie mentali. Anche questa smentita poi dalle percentuali assegnate ai combattenti ricoverati: per i provenienti dal sud davano in genere meno del venti per cento rispetto al cinquanta dal nord; per i soggetti d’altre regioni toccavano appena quella dei meridionali. Eppure, in Italia, la sanità militare era partita col piede giusto, organizzando alla vigilia della guerra, un servizio di neuro-psichiatria nelle forze armate, edotta dalle informazioni giunte dal conflitto russo-nipponico. I tantissimi casi di follia trattati nei manicomi sotto segreto militare sarebbero venuti alla luce, brutta e inaspettata sorpresa per le famiglie, quando finalmente è stato concesso di aprire le cartelle mediche e le corrispondenze al tempo inesorabilmente interdette.

Da aggiungere infine che la classe specialistica della sanità era propensa a credere, forse troppo filosoficamente, che le forme nevrotiche o di follia si sarebbero attenuate col concetto della pace, cioè alla fine della guerra. Il danno era invece irreversibile, insanabile, e i poveri reduci ebbero un decorso peggiorativo pur congedati a casa e in tempo di pace.

Ferruccio Gemmellaro



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