Macondo

Macondo – la città dei libri


Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Le ombre della giustizia ∞
di Piero Ferrante

Pioggia, notte, mistero. Quattro ragazze uccise, un’altra rapita, feticci abbandonati sulla mensola di un apparente aspirante suicida. Sacerdoti, poliziotti, Interpol, investigatori ed una pista che giunge dritta dal Medioevo: la Paenitentiaria Apostolica (che esiste ancora ed ha anche un sito internet). Giustieri o benefattori? Di sicuro, scatole di carne custodi di millenari segreti, porte umane del male, vite sospese fra la luce e le tenebre, immerse nell’ombra. Sono loro i protettori di un’antica ed oscura sapienza. Setta interna alla Santa Sede, poi silenziata e messa a riposo dopo il Vaticano II, si occupava di raccogliere e di giudicare i peccati mortali, per vagliare le possibilità d’assoluzione: un “tribunale delle anime”. Persone per cui il confine tra bene e male è tanto elastico e molle, da averli posti un po’ di qui ed un po’ di lì, a cavallo tra l’onnipotenza ed il dolore. Fra loro, c’è chi sfugge alle reti del controllo. E gioca con i segreti, mette in contatto vecchie vittime con vecchi carnefici, rovesciando il tavolo e puntando ad ingenerare odi e catene di sangue.

Tutto inizia da Lara, studentessa d’architettura scomparsa nel nulla, rapita ed imprigionata, cui non resta molto tempo da vivere. Salvarla è dovere di Marcus, un penitenziere il cui passato è affogato di scuro, rimosso dopo un incidente subito a Praga un anno prima. Unico indizio: una cicatrice vistosa sulla tempia sinistra, ed un incubo ricorrente, che gli restituisce, a stille, quella vita che non ha più. Ma chi è veramente Marcus? Cosa rappresenta? Il bene, il male o entrambe le cose? Il suo talento è vagliare le anomalie presenti su ogni luogo di morte. Scovarle, entravi dentro fino ad impersonare la vita delle persone cui sono appartenuti.

Come lui, anche Sandra Vega, fotorilevatrice della Polizia Scientifica, ha il sesto senso che si drizza giusto di fronte a ciò che non quadra. Dettagli. Anomalie. Mai coincidenze. La sua vita era una vita normale, prima della morte di suo marito David, fotoreporter ucciso durante una misteriosa inchiesta che stava portando avanti nella Capitale. Chi ha ucciso David? E cosa rappresentano quelle foto che lui ha voluto lasciare alla moglie?

In una caccia all’indizio inquadrata in una Roma molto simile a quella descritta da Dan Brown in “Angeli e Demoni”, sta tutto il plot de “Il Tribunale delle anime”, secondo libro di Donato Carrisi (il suo primo romanzo, “Il Suggeritore” ebbe, nel 2008, un successo al limite del clamoroso), edito da Longanesi proprio in questo 2011. Un’opera mozzafiato ed intrigante, rapida alla lettura quanto coinvolgente. Fantastiche le ambientazioni, quasi mistiche le descrizioni dei luoghi che vanno e tornano con fare rutilante. Un libro che scombussola con spudorata voluttà, stracarico di salti temporali e fisici. Che sputa in faccia tutta la crudeltà di cui è possibile l’uomo. Avvolge, “Il Tribunale delle anime”. Smettere di leggerlo è impossibile. Si spera sempre che dietro una pagina ce ne sia un’altra ancora. Non certo opera impegnata, ma un thriller ben scritto, a tratti claustrofico, a tratti agorafobico, che, se non può rinunciare, di tanto in tanto, d’appoggiarsi ai canovacci che tipicizzano il genere (la cruenza, la corsa contro il tempo, il detective rude, la poliziotta emancipata), è pur ricco di trovate e sempre logico nella consequenzialità. Il successo, d’altronde, non mente. E se il pugliese Carrisi, oggi, è un nome dopo un sol libro, significherà anche qualcosa.

Donato Carrisi, “Il tribunale delle anime”, Longanesi 2011
Giudizio: 3 / 5 – Non ve ne pentirete
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∞ Il diavolo cita Freud ∞
di Angela Catrani

I romanzi di Irène Némirovsky hanno la particolarità che sembrano appena usciti dalla penna dello scrittore alla moda, che denuncia la società in cui vive, che mette alla berlina vizi e difetti, e invece sono scritti negli anni Trenta del Novecento. Allora un primo pensiero è che davvero l’uomo non cambia mai, che davvero il pensiero egocentrico rimane il medesimo, che davvero la cosiddetta “buona” società si è sempre fondata sul lusso esibito, sull’esteriorità ad ogni costo, sulla moda effimera che dura il tempo di un battito d’ali.
Proprio in quegli anni bui in cui l’Europa era immersa nelle dittature, la psicoanalisi freudiana ha avuto il suo momento glorioso oltre che di seri studi e di riflessioni accurate, anche di cura alla moda: tutti si inventavano nevrosi e patologie pur di poter dire di “essere in analisi”.

Ed ecco che la penna caustica della Némirovsky sa mettere alla gogna quel mondo dipinto, falso, ipocrita e si inventa un medico emigrato, un levantino venuto su dal nulla, che tramite espedienti più o meno leciti riesce a laurearsi in medicina a Parigi. Dalle prime pagine di questo romanzo la figura di Dario Asfar si delinea immediatamente: medico senza scrupoli, pronto ai ricatti e alle manipolazioni, senza un rigore morale, egli punta dritto al suo obiettivo senza mai guardarsi indietro, senza rimpianti, usando a proprio piacimento chiunque si trovi sulla sua strada.

Giocando sulla debolezza e sulla fragilità emotiva dei suoi pazienti egli si inventa un metodo di analisi psicologica che invece di rendere il paziente autonomo e libero, lo lega a sé in maniera simbiotica, per garantirgli la tanto agognata e necessaria ricchezza.
In una rovinosa parabola egli ascende all’empireo della buona società in maniera autodistruttiva e lesiva della dignità altrui, arrivando a dichiarare pazzo e a rinchiudere un industriale, per poi indurlo con l’inganno al suicidio.

Un romanzo spietato, duro, senza mai spiragli di luce o di positività. Uno sguardo nell’abisso di abiezione di un cuore umano senza sentimenti, senza pietà, senza dignità.

Irène Némirovsky, “Il signore delle anime”, Adelphi 2011
Giudizio: 3,5 / 5 – Spietato
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∞ L’Italia (delle sorelle) s’è desta ∞
di Gianfranco Meneo

La produzione letteraria di Riccardo Di Salvo e Claudio Marchese è molto ricca. Dai loro lavori emerge un rapporto ricco, variegato, pieno di intrecci e sfumature. Eppure entrambi sono convinti di aver offerto solo una parte del loro essere. In tal senso si legga l’Incipit historia in cui Riccardo confida a Claudio di volere che la loro conoscenza possa giungere “fino alle radici”. Questo perché finora tutti hanno potuto rimirare il loro tronco ma è giunta l’ora di “appropriarsi della parte nascosta” e questo altro punto di partenza non può aversi se non seguendo il sentiero che conduce alle loro “luminose madri”.

La madre di Riccardo, Annina, è stata strappata troppo presto alla vita da un male spietato. L’immagine di questa donna è dolce, forte, serena, rassicurante, sfolgorante come la Grace Kelly de “La ragazza di campagna”, film degli anni’50. La visione di madre, dell’essere madre è lucida e determinata. Per lei che non desiderava né oro né diamanti, i figli sono stati i gioielli più preziosi. Le riflessioni di Riccardo, critico della morale borghese, sono nette quando ricorda gli ultimi momenti di Annina che, sul letto di morte, conosce quella che sarà la futura moglie del figlio. Probabilmente “aveva già intuito la vera natura” di quel figlio e, fiera, come solo una madre può essere, è orgogliosa di quell’uomo che ha generato, lo stesso a cui “non importa il giudizio della gente e va oltre gli orizzonti”. Il dolore della malattia di Annina, la SLA, ci conduce dai “Sepolcri” di Foscolo alla cronaca recente di Piergiorgio Welby. Sono vorticose danze del tempo in cui il protagonista, sempre presente e vittorioso, è l’amore. Com’è bello l’amore per la madre, donna come un’altra genitrice per eccellenza: la Madre Patria.

Che tipo di genitrice è stata l’Italia? Ella ha avuto tre figlie meravigliose: Bellezza, Musica, Poesia. Sono ancora in vita e ci si augura che questo tempo che viviamo, triste e buio, non uccida la magnificenza del sentimento nazionale che le nutre.

Il ricordo di Claudio, invece, è un viaggio che parte cercando di dar forma alla memoria, di imprimere una nuova vitalità all’intelletto, a volte ottenebrato dal grigiore della quotidianità che non fa respirare l’arte, che non induce a credere, a sperare che esista qualcosa di più grande, di più forte che non sia la terrena convinzione del qui e ora, che lasci spazio all’unione, che non si faccia piegare dalla razionalità umana. In quella discesa verso la capitale c’è un anelito, un desiderio, una passione. L’incontro con Roma è un momento magico impreziosito dalle note di Mina, lì s’incontrano melodramma e canzone.

E poi, credere di voler surrogare quelle note col rock, acceso e forte, per poi rendersi conto che non c’è posto in questa patria per quel ritmo. Noi siamo la Traviata, lì si evincono le radici di Claudio, dei suoi sentimenti, delle sue passioni. E quale proposito allora? Spegnere la tv urlata e facile, inneggiare alle opere letterarie, ma soprattutto un invito alla lettura, uno smarrire il patetico assembramento creato dai mass media, frutto di omologazione e servilismo. Essere fuori dal coro significa essere liberi, lontani dal “paese delle merci e dei balocchi”. È un viaggio, quello di Claudio, avventuroso come lo fu quello dei bisnonni garibaldini (anche se con modalità differenti).

Sensibile ma sfavillante è l’incontro dei due autori nella capitale. L’abbraccio, tutto italiano, è il preludio all’immersione nel piacere di essere nella città eterna. Una capitale mutante: papale, fascista, imperiale, repubblicana, popolare, esattamente come la cucina de “Il gallo matto”, casareccia e rallentata contrapposizione alla concezione odierna del fast food. Sono note musicali quelle che accompagnano la conclusione del lavoro che ci dicono di questa sorella d’Italia, immensa come Mina perché non si lascia vedere, e prodiga di note persuasive degli animi umani. La Musica diffonde la sue voce dalle mille sfumature e così accarezza l’altra sorella: la Bellezza, impersonata dai monumenti romani. In quel momento ecco apparire anche l’ultima sorella: la Poesia, questa tradotta per mano di Riccardo e Claudio. Tutte ci permettono di esistere e tutte consentono di giungere all’inatteso risultato: una riunione familiare di cui la madre Patria può essere orgogliosa.
Sono sorelle…
Sono le nostre sorelle…
Sono le sorelle d’Italia.

Riccardo Di Salvo e Claudio Marchese, “Sorelle d’Italia”, Fabio Croce Editore 2011
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Sergio Velluto, “Il pretesto”, Claudiana 2011
IL SAGGIO: Franco Costanzi, “Cuba. Guida ai sentieri del Caimano”, Franco Croce 2011
IL CLASSICO: Eric J. Hobsbawm, “Il secolo breve”, q.e.

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (ibs.it)
1. Fabio Volo, “Le prime luci del mattino”, Mondadori 2011
2. Walter Isaacson, “Steve Jobs”, Mondadori 2011
3. Andrea Camilleri, “La setta degli angeli”, Sellerio 2011

6 NOVEMBRE 1992 – 6 NOVEMBRE 2011 – 19 ANNI FA, L’OMICIDIO PANUNZIO

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’8 novembre 1992, l’editoriale del cronista Gianni Rinaldi

Ed ora Foggia ha paura
Gli occhi non mentono. E basta guardarli per capire quanto sia stato duro il colpo. Tanto più doloroso perchè inatteso. Lo si capisce dal viso desolato del questore. Dallo sguardo angosciato del vice dirigente della squadra mobile. “Sono amareggiato”, un sussurro la voce del commissario. Dagli sguardi tesi e dagli scatti di nervi dei poliziotti. Gli hanno ammazzato l’uomo che aveva rotto il fronte dell’omertà. L’uomo che, dopo titubanze e tentativi di venire a patti col crimine, aveva puntato il dito contro la mafia foggiana. L’uomo punito due volte: per non aver pagato un “pizzo” da 2 miliardi e per aver osato parlare e accusare.

Sì il colpo è stato duro. Ma la risposta non si fa attendere. Undici i foggiani fermati su provvedimenti della procura, altri quattro ricercati. L’accusa parla di associazione mafiosa finalizzata ad una serie di estorsioni, a costruttori principalmente. “Ma in questo ambiente” rimarca il questore “è maturato l’omicidio”. Sono gli “uomini della paura” – sostengono poliziotti e magistrati ancora alla ricerca di prove – ad aver deciso pollice verso per Giovanni Panunzio, 51 anni, il costruttore ucciso alle 22,40 di venerdì. Rincasava, dopo aver assistito al consiglio comunale. “Una coincidenza, niente più”, s’affrettavano a smentire gli investigatori eventuali collegamenti tra l’agguato e l’adozione del piano regolatore generale atteso per anni.

Non se l’aspettavano quell’esecuzione brutale e plateale. Quel messaggio di forza del racket anche incurante, al momento di colpire, dei “suoi” uomini detenuti proprio per il taglieggio a Panunzio. Il costruttore era un “sorvegliato saltuario”!, godeva di una vigilanza “radio-collegata”. Quando si muoveva e lo comunicava, la polizia lo scortava. “Volanti” e auto della “Mobile” pattugliavano di tanto in tanto la casa, il cantiere, gli uffici, i Grandi magazzini Ferri di cui era socio. “Vigilanza saltuaria”. Ora ci si rende conto che non bastava. Che non poteva essere sufficiente.

E non se l’aspettava nemmeno Giovanni Panunzio, ex muratore che con gli anni aveva messo su una nota impresa di costruzioni. No, l’imprenditore non credeva che il racket lo colpisse adesso, pur sapendo bene di essere da tempo “l’uomo nel mirino”. Solitamente girava armato a bordo del suo “fuoristrada” blindato, l’imprenditore le cui accuse il 27 dicembre scorso avevano portato all’arresto di 14 presunti mafiosi, nove dei quali tuttora detenuti.

L’altra sera ha lasciato blindato e arma per tornarsene sulla “Y 10” nuova di zecca. Due centauri lo affiancano (ma non ci sono testimoni oculari), sparando diversi colpi con un revolver calibro 38.

Chi ha informato i sicari? Chi ha detto che Panunzio abbandonava la sala consiliare? La polizia acquisisce la cassetta di una emittente locale che aveva ripreso l’ultima seduta consiliare. Scrutano tra la gente, sperando di trovare la “vedetta”.

Pochi dubbi tra gli investigatori – ma anche poche prove – sull’ambiente nel quale è maturato l’omicidio. L’intera procura (il capo Baldassarre Virzì, i sostituti Roccantonio D’Amelio, Massimo Lucianetti e Giovanni Carofiglio) firma i 15 provvedimenti di fermo. Sull’elenco che alle 18,45 viene reso noto in Questura si leggono i nomi di Michele Mansueto, 38 anni; Cesare Antoniello (32); Donato Delli Carri (23); Teodorico Casorio (40); Mario Francavilla (39); Franco Spiritoso (33); Federico Trisciuoglio (39); Alfonso Gatta (44); Antonio Vinciguerra (45); Antonio Pota (42); Angelo Maglione, ventisettenne, rintracciato nella tarda serata.

Molti già coinvolti nel blitz antimafia del maggio ’91 (38 gli arrestati). Uno, Vinciguerra, già arrestato nel dicembre scorso, e scarcerato dopo due settimane, proprio per l’estorsione a Giovanni Panunzio.

Quali sono gli elementi raccolti? E’ una conferenza stampa amara quella tenuta dal Questore Domenico Bagnato, assediato dai cronisti.

“L’indagine va avanti dal ’91; già nel dicembre scorso portò all’arresto di 14 indagati per mafia” è laconico il Questore. Lancia anche lui il suo messaggio “Ci saranno presto altri sviluppi. Polizia e magistratura hanno dato una risposta ferma a fatti di estrema gravità”.

Una risposta fornita dopo l’omicidio, un blitz scattato in ritardo, pare già di sentirle le critiche. “No, non si poteva prevedere. Anche Panunzio da un bel po’ di tempo non ci comunicava i suoi spostamenti. Non aveva ricevuto minacce recentemente. Certo, l’omicidio ha accelerato l’emissione dei provvedimenti restrittivi. Le indagini, che andavano avanti da tempo, hanno bisogno di prove. Dopo quanto successo, abbiamo per quegli episodi estorsivi per i quali avevamo elementi sufficienti”. Bagnato lascia la conferenza e torna giù, negli uffici della squadra mobile. Il pomeriggio il questore l’ha trascorso in Prefettura, dove è stato convocato in tutta fretta il comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico.

Mentre già si parla di nuova visita della Commissione antimafia. L’ha chiesta formalmente il segretario, l’on. Franco Cafarelli, al presidente Luciano Violante. In una città impaurita per il messaggio della mafia (guai a parlare), in attesa di stringersi intorno ad un uomo che non voleva essere eroe (forse oggi i funerali), in una città che conta l’ennesima vittima del racket, ci si deve chiedere: ed ora a chi toccherà?


Sul caso Panunzio non sono stati scritti testi al momento. La storia del costruttore sembra essere una storia come ce ne sono tante, in giro per l’Italia. Chiaramente, l’omicidio può essere inserito in un contesto molto più ampio e variegato che parte da lontano e si riflette nell’uccisione di Marcone e nei vari agguati compiuti per buona parte degli anni Novanta. Oggi, la mafia uccide meno. E, quando uccide, preferisce farlo per motivi di potere. Dunque, attraverso lotte interne finalizzate al controllo. Ha capito – metodo Provenzano – che schiarire il cono d’ombra con azioni eclatanti è poco conveniente. Per saperne di più sulla mafia in provincia di Foggia ed in Puglia rimandiamo a:
Domenico Seccia, “La mafia innominabile”, La meridiana 2011
Antonella Mascali, “Lotta Civile”, Chiarelettere 2009 (all’interno intervista a Daniela Marcone)
Elio Veltri-Antonio Laudati, “Mafia pulita”, Longanesi 2009

Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2011-11-05T14:03:55+00:00 da Redazione



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