CulturaManfredonia
A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (III)

Appuntamento a sabato prossimo per la seconda pubblicazione

Di:

(III – continua) Con la gioia di un cuore giovane, quella gioia pura ed innocente che solo i ragazzi hanno e sanno esprimere, Ӗlsio arrivò la mattina presto, in mezzo alla nebbia, con l’amaro in bocca dal poco sonno. Io ero già vicino alla porta ad aspettarlo impaziente. Vedendolo arrivare tirai un lungo respiro di sollievo; pregustando il suo tenero abbraccio. Andò subito a dormire, non prima di avermi presa e sballottata come un fuscello, baciandomi più volte. Entrando nella sua stanza si buttò sul letto, senza avere la forza di dare un’occhiata all’ordine che regnava e all’odore di pulito che si sentiva nella stanza. Stetti un po’ a guardarlo, poi gli misi una coperta addosso; com’era bello vederlo nel suo letto: era gioioso averlo in casa con me. Si svegliò nel primo pomeriggio, verso le tre, ben riposato: in forma per parlare e raccontarmi del viaggio. Intanto io avevo accudito agli animali e preparato il pranzo: era già tutto sul tavolo. Così facendo avrei ascoltato Ӗlsio con trasporto; gustando il suo raccontare. Cominciò a raccontare mentre mangiavamo; sembrava un vulcano in eruzione: io ascoltavo solo, non lo interrompevo. Alla fine mi disse della visita fatta al campo dove si disputavano le partite di calcio. «La squadra di quella città giocava in serie A!», disse, «è grande il campo, mamma», sgranò gli occhi, «se tu l’avessi visto. Ai lati del campo c’erano delle gradinate e al centro di esse c’era una piccola copertura: quella si chiamava tribuna.

A visitarlo ci accompagnò un dirigente della squadra. Alla fine della visita disse al professore che se volevamo assistere alla partita del campionato che si sarebbe giocata il giorno dopo, non avremmo pagato niente. Naturalmente accettammo immediatamente». Incontenibile la gioia solo nel raccontarmelo; immaginai quello che era successo alla notizia in tutti i ragazzi: avrebbero visto giocare i grandi giocatori conosciuti solo con quelle foto sui giornali e letto le loro gesta. «Puntuali», riprese Ӗlsio, «ci recammo al campo di calcio; eravamo così emozionati che nessuno aprì bocca; eravamo increduli di ciò che ci stava capitando. Il dirigente si fece trovare all’ingresso e ci fece accompagnare in tribuna, come ospiti d’onore: da lì si vedeva benissimo. C’erano spettatori già seduti e gli altri arrivavano, tutti vestiti per bene, si vedeva che erano gente benestante. Ci guardavano con simpatia e il professore ci raccomandò di comportarci educatamente, portando loro rispetto: eravamo timidi in mezzo a loro. Mamma, incredibilmente, non appena la partita ebbe inizio, cominciarono a gridare come ossessi; urlavano contro la squadra avversaria e anche contro l’arbitro, quando qualcosa non andava, in qualche caso, anche contro la loro squadra».

Della partita mi parlò solo dei due portieri; come stavano in porta e mi faceva vedere, mimando, le parate che eseguivano. Addirittura mi disse che uno dei due portieri aveva un portafortuna legato alla rete in fondo alla porta. Poi mi descrisse minuziosamente il vestiario dei portieri; erano uguali ma nei colori no; erano poco diversi. Alla fine, per esprimere la sua felicità di aver assistito alla partita, diede un salto che quasi toccò una pentola che era legata ad un architrave di legno che era a tre metri e mezzo da terra! Lo guardavo e speravo che restasse sempre felice così. All’improvviso mi chiese come avevo passato quei tre giorni da sola senza di lui; mi colpì il suo interessamento, rimasi muta; feci finta di non aver sentito. Lui ripeté la domanda venendo vicino; questa volta non potevo far finta di non aver sentito, non potevo che dirgli la verità sulla disperata solitudine che avevo sofferto; si immalinconì: non seppe cosa dirmi. Vedendolo così comprensivo del mio stato d’animo di quei giorni da sola, presi coraggio e gli parlai della proposta fattami dal dottore. Mi guardò serio, mi imbarazzava, pensai che non era stato il momento giusto per dirglielo; ma ormai era fatta e non potevo farmi più indietro; aspettavo un suo scatto d’ira: non fu così. “Scappò” via, come se volesse fuggire da quella realtà sbattuta in faccia bruscamente. Andò a rifugiarsi in cantina dove c’erano gli attrezzi di suo padre: lo faceva sempre quando aveva bisogno di lui. Tornò dopo due ore; si avvicinò a me con le mani dietro la schiena; molto serio: non mi spaventai. Lo guardai fisso negli occhi: volevo sapere. Lui esprimeva qualcosa di indescrivibile nel guardarmi, ma non era ribellione. Poi si avvicinò di più a me; stavo pulendo le patate per la cena e nel vederlo così calmo capii che c’era qualcosa di buono che mi voleva dire; mi emozionai e mi scivolò il coltello dalle mani. Mi fece sedere e lui si sedette accanto a me. Mi prese la mano sinistra con dolcezza e indicandomi l’anello nuziale disse: «Questa però non te la togliere mai, me lo prometti?», e mi baciò sopra l’anello. Dopo che giurai di cuore, avevo l’animo in tumulto, lui mi strinse a sé e sottovoce, come se non volesse far sentire neanche alla morte, bisbigliò: Tu non hai colpa se hanno inventato la morte per farti rimanere sola per sempre. Fu un’altra notte insonne, piansi tanto per la serenità che Ӗlsio mi regalava, ma soprattutto per la comprensione avuta nei miei confronti.

Il mattino seguente eravamo tutti e due sereni; riprendemmo la nostra quotidianità; io il mio lavoro e lui la scuola; ma si parlò poco da parte di entrambi: forse per la soggezione. Ӗlsio mi diede un bacio, prima di andare via, e con tono accattivante mi disse: «Sii felice col dottore», non mi diede tempo di ringraziarlo. Quella mattina stessa andai dal “mio dottore” e gli comunicai che accettavo la sua proposta: ci fidanzammo con un lungo bacio. Dico il vero, non mi sottrassi: avevo bisogno dell’amore di un uomo. Tornando a casa pensai che ora potevo porre in atto il progetto così attentamente studiato, per arrivare alla scoperta del pallone sotto il letto; comunque dovevo aspettare l’occasione buona, per far sì che non sembrasse una recita; Ӗlsio se ne sarebbe accorto. Passò qualche giorno e dissi ad Ӗlsio dell’incontro con il dottore. Così decidemmo di invitarlo la domenica seguente a pranzo. A tavola ci fu molta educazione di tutti per tutti; consci dei propri ruoli e quindi paurosi di uscirne fuori. Il primo incontro insieme, tutto sommato, andò bene. Mentre io riordinavo la cucina loro uscirono per fare una passeggiata: Ӗlsio era un po’ titubante nell’incamminarsi. Guardai alla finestra e li vidi seri e distaccati; non mi preoccupai, sapevo che col tempo Ӗlsio avrebbe accettato la nuova situazione famigliare; proprio per l’amore che aveva per me. Avevo quasi finito di riordinare quando stavano tornando; nel vederli rimasi sorpresa. Lasciai tutto e mi affacciai alla finestra. Erano loquaci e sorridenti; questo portò la cancellazione dei dubbi che avevo del loro rapporto futuro. Tanto erano presi nei loro discorsi che non mi videro alla finestra: poi capii perché. Ӗlsio mimava le parate; alzando le braccia e con le mani faceva il gesto di bloccare il pallone, mentre il dottore dava calci, come se avesse il pallone tra i piedi. Prima di entrare si strinsero la mano dandosi una pacca sulla spalla, come se fossero d’accordo su qualcosa. Quando rientrarono in casa li incalzai, volevo sapere cosa si stavano dicendo e il significato di quella stretta di mano. Era semplicemente questo: tutti e due parteggiavano per la stessa squadra e mimavano le gesta dei propri beniamini. Rimasi allibita nel sentirli e pensai come il gioco del calcio possa trasformare sentimenti ostili in amichevoli pacche sulle spalle. La passione, la passione per quel pallone che corre da un giocatore all’altro e l’esaltazione di una parte dei contendenti e dei loro sostenitori quando esso entra nella porta degli avversari, finendo in fondo alla rete: questa è la risposta che mi diedi.

Passò qualche giorno e l’occasione arrivò per poter parlare della sparizione del cesto delle uova. Era di domenica ed Ӗlsio si era svegliato da poco e venne in cucina a far colazione. Cominciai a prepararla e mentre mi muovevo diedi una gomitata a due uova che avevo messo appositamente ai margini del piano di cottura. Le uova cadendo causarono uno schizzar del contenuto molto ampio, arrivando fino ai piedi di Ӗlsio: era esattamente quello che io volevo. Mi arrabbiai di brutto con me stessa; la sceneggiata la feci più reale possibile in modo da indurre Ӗlsio a credermi e a dispiacersi. Calmandomi dissi di comprare un altro cesto per le uova il giorno del mercato; anche perché lui non poteva andare a vendere le uova senza cesto, portandole in un fazzoletto: le avrebbe potute rompere facilmente. Mi voleva aiutare a pulire ma non glielo permisi; se lo avesse fatto andava all’aria il mio progetto. Nel pulire per terra ero scontrosa, mentre lui non faceva colazione, aspettando che io finissi di pulire: si mise in un angolo silenzioso. A Ӗlsio non garbava vedermi pulire a terra; specie ora che era per colpa sua. Lo guardavo sott’occhio e lo vidi rosso in viso; capii che quello era il momento giusto per affondare il colpo decisivo: gli chiesi di botto: «Ma tu non ricordi dove è finito il cestino delle uova?». Girò la testa per vergogna; lo guardavo aspettando una sua risposta.

Poi prese coraggio e disse: «Mamma, il cestino l’ho preso io, non mi rimproverare ti prego, mi serve, ma se lo vuoi te lo vado a prendere». Accennò un sorriso. Mi alzai e sedetti su uno sgabello. Vedendolo così mortificato mi sentii in colpa; volevo dirgli la verità, però avrei rovinato tutto. Gli dissi che poteva tenerlo e feci finta di essere stupita; la recita incominciava a divertirmi. Chiesi cosa ne faceva del cestino e dove lo teneva, visto che non me lo sono mai trovato davanti. Senza rispondermi andò in camera sua, ne uscì con il cestino sotto il braccio e il pallone in mano, con il panno giallo sulla spalla. Meravigliandomi, feci ancora un po’ di scena. Presi il pallone tra le mani, lo girai e lo rigirai, guardandolo come se fosse un oggetto magico: per Ӗlsio lo era senz’altro. Notai che Ӗlsio era contento che io avessi trattato il pallone con garbo: evidentemente avevo recitato bene. Poi ci sedemmo e mi raccontò del risparmio fatto per comprare il pallone. «Mamma, ti ricordi quando mi misi a gridare nella mia stanza e ne uscii cantando allegramente, mentre prima, per un certo periodo, ero sempre immusonito? Avevo un problema e leggendo la pagina dello sport ebbi lo spunto per risolverlo: non volevo più essere spettatore al gioco del calcio, bensì essere nel gioco: magari da solo facendo il portiere. Lessi che uno dei grandi portieri, giocava nella nazionale; tu sai cos’è la nazionale?!», dissi di sì. «Cominciò proprio così, allenandosi da solo come io feci in seguito: la sua storia fu il mio stimolo.

Ora il problema era di avere il pallone e per averlo non c’era altro mezzo che comprarlo: come facevo a procurarmi i soldi? Allora pensai di non spendere niente di quei pochi centesimi che mi davi quando andavo a vendere le uova al paese». All’epoca del fatto non diedi peso alla cosa; perché non si comprava niente per lui con quei soldi, mi dissi che erano fatti suoi e non mi preoccupai più di tanto: ormai Ӗlsio era grande e avevo fiducia in lui. «Arrivato alla somma occorrente, andai di corsa in paese a comprarmi un pallone usato dal custode del campo della parrocchia. Tempo addietro lo contattai e stabilimmo il prezzo: come d’accordo me lo riparò e dopo averlo gonfiato, per regalo, lo lucidò con la c’era d’api: venne lucido come se fosse un mobile». Lui raccontava e io immaginai la gioia di Ӗlsio vedendo il pallone così bello e tutto suo. «Lo portai a casa nascondendolo nel cesto delle uova, coprendolo con un panno di lana giallo, datomi dal custode: mi disse che coprirlo con un panno di lana era il miglior modo per proteggere il cuoio e il lucido». Mi guardò con un sorriso beffardo, come dire “te l’ho saputo fare”. «Rimaneva come portarlo dentro senza che tu te ne accorgessi: trovai il modo. Ti chiamai fuori, ricordi? E ti dissi che mi sembrava di aver visto la porta della stalla aperta; tu uscisti immediatamente ed io entrai in casa con il pallone nel cesto coperto dal panno». E così cominciò l’avventura di Ӗlsio col pallone. «I pomeriggi che ti recavi in paese, tiravo fuori dal nascondiglio il cesto e andavo dietro al pagliaio. Posavo il cesto su una vecchia sedia, toglievo il panno con delicatezza e tiravo fuori il pallone e lo lisciavo in tutta la sua rotondità per vedere se tutto fosse a posto, intendo la riparazione fatta dal custode. Avevo memorizzato tutto stando dietro alla porta; come stare in porta, in attesa che arrivava il pallone; la posizione delle mani per poter bloccare meglio il pallone e non farlo sfuggire. Ma la cosa che mi piaceva di più è che il portiere non si distraeva mai, guardava il gioco e scrutava lo sviluppo di esso per essere pronto alla parata. Perciò prima di cominciare volli ricordarmi tutto questo. Sai mamma», rivolgendosi a me molto serio, «il calco non è solo fantasia e inventiva; ma studio, studio degli avversari, del loro modo di giocare e di come affrontarlo».

Qui, però, iniziai a non capire bene quello che mi stava dicendo, ma non feci nessuna domanda, perché non sapevo cosa chiedergli. «Mi alzai, rimisi il cesto sulla sedia e mi accingevo a cominciare a giocare. Guardai il terreno, abbastanza sporco; guardai il pallone bello pulito e lucido e me lo strinsi al corpo, come se avessi fatto una parata; giocando l’avrei sporcato: mamma, io non volevo questo!». Si fermò un po’ e mi fece capire che in quel momento lo pensava veramente. Poi sorridente riprese: «Era così stupida la mia presa di posizione a favore del pallone pulito che con tanta forza lo scagliai a terra per poi riprenderlo sporco e cominciai a giocare. Dapprima feci dei palleggi; sai cos’è un palleggio?». Io scendevo dalle nuvole: volevo dir di sì per accontentarlo, ma proprio non lo sapevo e con la testa dissi di no parecchie volte, quasi staccando la testa dal collo. Allora si alzò in piedi e anche senza il pallone mimò il gesto. «Finito il palleggio, cominciai a tirarlo sul muro, così da farlo rimbalzare verso di me e così ebbi il modo di verificare il rimbalzo e gli effetti della traiettoria: lo afferrai e me lo tirai al corpo. Mamma, se ti scoccia che ti racconti la mia prima esperienza col pallone dimmelo». «No Ӗlsio, non mi dà fastidio», dissi sincera e lui mi conosceva che ero così, «racconta, raccontami tutto!». Riprese più libero nella parola: «Quando nel rimbalzo, presi il pallone e me lo strinsi a me, fu istintivo; ma questo mi portò alla mente il portiere. Notai che quando afferrava il pallone, con le sue grosse mani, se lo portava al corpo stringendoselo forte, quasi non volesse lasciarlo più: aveva la padronanza di esso e lo proteggeva, digrignando verso gli avversari. Aveva un tempo preciso per trattenerlo e lui lo sfruttava fino all’ultimo istante; guardandolo andar via malinconico. Poi tornava in porta, si appoggiava ad un palo e batteva le scarpe su di esso togliendo la terra: tutto soddisfatto di aver parato. Però cambiava totalmente atteggiamento quando lo andava a prendere in fondo alla rete; avevano fatto gol». Volgendosi a me, come un’interrogazione scolastica, mi chiese: «Almeno te lo ricordi cos’è un gol? Te l’ho detto altre volte». Mi guardò serio. «Sì! Sì che me lo ricordo», meno male, «è quando una squadra segna un punto a suo favore». Mi posò una mano sulla testa, come dire “brava, hai studiato”.

«Si avventava su di esso e con rabbia lo prendeva, come se lo volesse strozzare, e con un poderoso calcio lo scagliava al centro del campo, mentre gli avversari facevano festa per il gol fatto. Questa volta lo guardava con odio mentre lo rimettevano in gioco proprio dal centro del campo: il suo “adorato” pallone l’aveva umiliato entrando in rete». Si fermò un po’ consentendomi di recarmi nella stalla a dare un’occhiata: era tutto a posto. Mi aveva così presa che lo incalzai a riprendere a raccontare. «Sappi mamma che il calcio è questo: è la passione di esso che ti fa cambiare atteggiamento, a seconda delle circostanze del gioco». Rimasi impressionata come un gioco, nato per divertire, avesse tanti risvolti umani. Pensai che chi l’ha inventato non certo pensava, come metafore impercettibili ma vere, di paragonarlo alle vicende della vita stessa. «Continuai a giocare, riprese, lo scagliavo sul muro con le mani; con i piedi non potevo, avevo solo un paio di scarpe per tutti i giorni: quelle della domenica sono sacre: è vero mamma?». Non potei che assentire con dolore. «Nel rimbalzo», continuò, «ricavavo le parate e questo, oltre a divertirmi, mi dava allenamento per verificare ciò che avevo visto fare al portiere. Ero così preso a giocare che perdevo la cognizione del tempo; perciò quando ti vedevo arrivare mi precipitavo a nascondere il pallone, ma non potevo nascondere il calore che avevo in viso: le guance rosse. Io cercavo di distrarti o giravo la testa, ma capivo che ti accorgevi di ciò e facevi finta di niente; di questo ti ringrazio». Tacqui, non volli dirgli cosa pensavo vedendolo col rossore alle guance.

A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

REDAZIONE STATO QUOTIDIANO.IT – RIPRODUZIONE RISERVATA



Vota questo articolo:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati