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La capa galluccia di Manfredonia

Di:

Donne anni '30 (laurafashion@)

ABITAVA all’entrata di Corso Manfredi in una piccola saletta per barbiere, vendeva anche la frutta e dentro aveva una stanzina per dormire e altre faccende. Si, perché era il lavoro del marito, facevano come si usa dire casa e bottega, ma a quel tempo era già un miracolo avere un’abitazione con la fame che girava per il paese figuriamoci se questo detto era il caso di usarlo.

Il fatto risale al 1938: l’atmosfera di quegli anni erano ombre malsane che vagavano sulla città, molte erano le persone che si rivolgevano a questa majera perché è di questo che si interessava la nostra bassina signora magrolina col colorito un po’ giallognolo in un viso corrucciato e un altissimo spirito onnipotente Madre Eterna che, attirava a se come una calamita varie casalinghe e signori di ogni ceto sociale. C’era un terrore per quella donnina non sia mai le si faceva una sgarbatezza succedeva la fine della vita ,tutti la ossequiavano col massimo rispetto dovuto. Si diceva in giro ,che la notte diventava una gattona nera e entrava nelle case per colpire il malcapitato di turno, e così che si faceva allora,si racconta pure che ti faceva uscire il gobbetto sulla spalla e quindi deformarti per tutta l’esistenza come una vera maledizione della suprema Capa Galluccia.

Quand’era in vita mia zia Bettina, mi raccontava spesso questa storia che io da piccolo ascoltavo con terrore,ma incuriosito come fanno i cittarelli, ne facevo brodo di giuggiole come se fosse una fiaba della strega cattiva. Ma pare che fosse così perché a mia zia capitò una cosa molto strana a dire il vero ,questo successe in un brutto periodo dell’inverno, pare fosse quasi gennaio del 1939 quando una sera molto tardi mia zia andò a disturbare questa signora, ricorda che c’era un fortissimo temporale, dato che zia Bettina e con lei la mia mamma e i miei nonni materni abitavano nel fondo di via San Francesco, si recò da questa per chiederle una sacca d’avena per il cavallo, visto che mio zio Michele svolgeva il lavoro di cocchiere.

La Capa, tra le altre cose, vendeva anche questo materiale, sicchè mentre lo zio rossino era fuori di casa il bambino piangeva nelle braccia della nonna Luigina,appena nato di cinque mesi. Ad un tratto questa majera trattò mia zia come una pellaia fino a farla piangere ,le dette il sacco d’avena ma la minacciò che la notte le avrebbe fatto mordere tutte e due le braccia. Terrorizzata mia zia uscì fuori confusa anche se aveva un grande spirito di forza e coraggio, si sentiva umiliata.

Verso l’una di notte accadde un fatto insolito, fu che non fu, la zia e mio zio sentirono piangere il bambino, si alzarono e per loro grande sorpresa trovarono il bambino sotto i piedi della navicola mentre la sera stava dolcemente dormendo ,poi pensate un po’ a quel tempo i bambini erano imbracati tutti come mummie sicchè era impossibile aggrapparsi alla navicola ammesso chene fossee stato capace. Moglie e marito si guardarono in faccia e capirono che la Capa Galluccia si era tolto lo sfizio del disturbo che le avevano arrecato la sera precedente. Da quel giorno il bambino stava molto male ,morì nel giro di poco tempo come un angelo morso al petto di un’epoca, figlia della mala salute della mala miseria e,di un antico credo paesano.

(A cura del poeta e cantautore Claudio Castriotta)



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