Attualità
Vendute spesso ancora adolescenti dalle proprie famiglie, finiscono sulle strade d'Europa vittime di trafficanti senza scrupoli

Bakhita, Princess e altre schiave

Nei loro corpi e nei loro cuori i segni di ogni genere di violenza subita. Anche per loro l'8 febbraio si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera e Riflessione contro tutte le forme di schiavitù

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Roma. “Mi si intimava silenzio con terribili minacce, mentre così stanca e digiuna mi facevano riprendere il viaggio che durò di seguito tutta la notte. Al primo albeggiare, entrammo nel loro paese. Non ne potevo proprio più. Uno di essi mi afferrò per una mano e mi trascinò nella sua abitazione, mi introdusse in un bugigattolo, pieno di arnesi e di rottami, ma non vi erano né sacchi né letto; il nudo terreno doveva servire a tutto. Mi diede un tozzo di pan nero e mi disse: “Stai qui”, e uscendo chiuse la porta a chiave. Stetti colà più di un mese. Un piccolo foro in alto era la mia finestra. L’uscio veniva aperto per brevi istanti per darmi un magro cibo. Quanto io abbia sofferto in quel luogo, non si può dire a parole. Ricordo ancora quelle ore angosciose quando, stanca dal piangere, cadevo sfinita al suolo in un leggero torpore, mentre la fantasia mi portava fra i miei cari lontano lontano… Lì, vedevo i miei amati genitori, fratelli e sorelle, e tutti abbracciavo con trasporto e tenerezza, narrando come mi avevano rapita e quanto avevo sofferto.”

A scrivere questa dolorosa pagina di diario è Bakhita, considerata oggi dai cattolici la santa patrona delle vittime di tratta. Nata in Sudan nel 1869, ancora bambina venne rapita e venduta come schiava. Dimenticato il proprio nome, assunse quello che le imposero i suoi rapitori, che significa “fortunata”. Visse la schiavitù delle catene e subì ogni forma di violenza, finché, comprata da un diplomatico italiano, giunse in Italia. Acquisterà in seguito la libertà, diventerà cristiana e religiosa canossiana.

L’Italia, per Bakhita, è stata sinonimo di libertà: non così per molte delle ragazze che vi giungono oggi soprattutto dai paesi dell’Est Europa e dall’Africa, alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore, e che finiscono sulla strada, affrontando quotidianamente le minacce e le violenze di prottettori e “maman”, dopo un viaggio nel quale hanno subito ogni forma di abuso. Nel corpo e nell’anima ne portano i segni: dalle cicatrici delle violenze, a quelle di aborti effettuati in condizioni igieniche inimmaginabili, all’essere state trattate come merce e come rifiuto, alla perdita della propria identità.

(Fonte, articolo integrale su www.statodonna-it – A cura di Valentina Sapone)



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