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Emigrati con “la coda impigliata in Italia”. Quel genio italiano dell’arrangiarsi, del voler vivere

Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo

Gli emigranti italiani, si spiega, hanno contribuito in larga misura alla diffusione della viticoltura nei Paesi nei quali si trasferirono

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Roma. Emigrati con “la coda impigliata in Italia”. Quel genio italiano dell’arrangiarsi, del voler vivere. La nostalgia che trova conforto in un sorso di vino, per sentire in bocca il sapore della propria terra, durante un pranzo domenicale a Buenos Aires come a San Paolo, in Australia come negli Stati Uniti. Questo il tema del libro, di Flavia Cristaldi e Delfina Licata, dal titolo “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”, presentato in passato a Roma.

Gli emigranti italiani, si spiega, hanno contribuito in larga misura alla diffusione della viticoltura nei Paesi nei quali si trasferirono. La barbatella, la talea di vite pronta per essere trapiantata, se la sono portata nascosta negli orli delle gonne e dei pantaloni, oppure all’interno di una patata perché si mantenesse l’umidità necessaria. Il Moscato di Pantelleria – racconta Sandra Leonardi, assegnista di ricerca alla Sapienza – fu trasportato in Tunisia, quando era proibito introdurvi coltivazioni che non fossero francesi, utilizzando come tramite una vecchia pantesca che, conoscendo solo il dialetto del proprio paese, non poteva essere compresa dai gendarmi. Emblema dell’importanza della viticoltura italiana in Tunisia la scultura raffigurante un grappolo d’uva sorretto da alcuni contandini, fatta realizzare a Grombalia, nel nord del Paese, dalla comunità italiana ivi residente, purtroppo distrutta nel corso della primavera araba.
Quella della diffusione della viticoltura italiana nei Paesi di emigrazione è una storia che ha avuto come protagoniste anche molte donne, produttrici o reginette delle vendemmie, e persino missionari cristiani, pionieri rurali che hanno iniziato a produrre da sé il vino per la messa nelle terre di missione e hanno lasciato, poi, acquisire all’attività un ruolo sociale.

La diffusione della viticoltura italiana all’estero ha avuto, non solo conseguenze sul piano culturale e sociale, ma anche un forte impatto sul paesaggio nel quale la vite è stata introdotta, che ne è risultato profondamente modificato, con connotati di “italianità” che hanno riguardato anche l’insediamento rurale stesso. Quel paesaggio che, nelle parole di Maria Paola Pagnini, «è lo spirito dei luoghi, è capriccioso, cambia e segue l’andar del tempo», e, dunque, è destinato a cambiare. Gli emigranti italiani sono stati, in questo senso, “creatori di paesaggi”, avendo esportato, insieme alle barbatelle, i modelli produttivi delle viticoltura e modelli culturali italici di antropizzazione del territorio.

L’emigrazione si è fatta, così, mezzo di interrelazione, di incontro e di scambio. Un punto di vista, insomma, ben diverso da quello, di molti, nei confronti dei migranti di oggi. Francesca Rocchi, vicepresidente di Slow Food Italia, evidenzia, in proposito, l’importanza della manodopera macedone attiva oggi nelle Langhe nella produzione del Barolo, non mancando di sottolineare come, chi si occupa di produzione debba essere pagato il giusto, mentre l’agricoltura sta conoscendo oggi una nuova fase di schiavitù, non solo nell’ambito della raccolta dei pomodori, ma anche nella produzione del vino, con operai pagati fino a soli tre euro all’ora. Bisogna quindi ricordarsi, dice la Rocchi, che «ogni acquisto è una scelta politica che può cambiare i consumi di un mercato».

Nel corso della presentazione si è sottolineato, inoltre, come le produzioni vitivinicole degli Italiani all’estero non debbano essere percepite in competizione con quelle italiane, ma come una ricchezza culturale della quale andare fieri, in un momento in cui, in questo campo, l’Italia occupa una posizione importante nel panorama internazionale proprio perché depositaria di una cultura del vino dalle radici profonde.

(A cura di Valentina Sapone – valentina_sapone@libero.it)



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