Capitanata

Cgil, il giorno del grande sciopero. De Felici: “Puntare sul lavoro”


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Parla Mara De Felici (Cgil Foggia)

Foggia – AVANTI, lo striscione della Federazione Provinciale. Dietro, i ragazzi sfrenati accodati ad un camion urlante “Bella Ciao” nella versione dei Modena City Ramblers. In mezzo, quattromila persone ed almeno cinquecento bandiere rosse. La manifestazione di sciopero indetta dalla Cgil, che si è snodata fra le strade del centro del capoluogo, muovendo dal Piazzale della stazione che sono da poco scoccate le 9.30, è stata, parole della Segretaria Mara De Felici, “un successo”. E’ lei, in effetti, a quantificare le presenze dal palco finale, allestito in Piazza Cesare Battisti. Ed è sempre la pasionaria rossa di Capitanata, a gioire di un altro dato: ovvero, quello dell’80% di adesione alle quattro ore di stop.

“PUNTIAMO SULLA QUALITA'”. Non può che gioire perché, malgrado i tempi grami per le politiche del lavoro, probabilmente nessuno si sarebbe atteso una partecipazione tanto vasta. Quei tempi che lei stessa non può che limitarsi a descrivere con uno sguardo critico ed insieme compassionevole, ponendo l’accendo dieci ed ancora dieci volte ancora sull’emergenza centrale dell’oggi, il lavoro. Precario, instabile, insicuro, assente. Qualunque aggettivazione odierna non nobilita la categoria fondante dell’esistenza umana, ma quasi la mortifica. La costringe a nascondersi dentro le tane della paura del futuro. I ragazzi che sventolano i vessilli dell’Uds e della Palestina, del Partito Democratico e della Cgil lo sanno. Ed applaudono i passaggi in cui la De Felici li cita, più o meno direttamente. In cui è su di loro che scivola la sua attenzione, da mamma di una comunità da difendere con la forza della lotta piuttosto che con quella della disperazione e del compianto. La segretaria mette in guardia dalla “politica del Governo”. Quella, per dire, che è “la principale causa di povertà”. Domanda di guardare al futuro, alla progettazione, allo sviluppo, al turismo e all’agroalimentare. Lancia un appello alle imprese affinché puntino “sulla qualità della proposta” come unica strada per il superamento dello stallo economico. Nell’alveo del futuro inserisce anche le scelte ambientali. No allo stupro della salute attraverso le centrali nucleare, no alla “svendita” dei beni comuni come l’acqua pubblica. Chiama a raccolta il suo popolo per la battaglia referendaria, baluardo democratico contro l’avanzata della mercificazione anche dei diritti minimi.

GIOIA. Quella che è andata in scena sul palco cittadino foggiano è una rappresentazione di pura gioia. In fila, 23° al sole, qualcosa di meno all’ombra, un vento fatto apposta per far garrire le bandiere, le forze del centrosinistra (tutte, dal Pd a Rifondazione, passando per Sinistra Ecologia e Libertà. Nessuno in vista da Italia dei Valori), molte associazioni, i comitati referendari per dell’acqua e contro il nucleare. Ovviamente, tutte le sigle del sindacato rosso. Dalla Fillea alla Fiom passando per lo Spi, la Flc, la Funzione Pubblica. Ogni sigla uno striscione, ogni striscione una rivendicazione, ogni rivendicazione un coro. Un gruppo di donne canta “Bella Ciao” al ritmo delle mani che battono all’unisono con gli amplificatori del camion retrostante. Si bersaglia il Premier. Si dà fondo alle battute sulla sua condotta morale. Ma, più di tutto, lo si prende a calci (metaforici) sul terreno del lavoro. I precari della scuola, con i ragazzi delle scuole e dell’Università ne chiedono a gran voce, per essere cortesi, la cacciata. Ricordano le forme della lotta, riproponendo slogan storici: “Contro la lotta dei padroni, una cento, mille occupazioni”. Molti ci credono, qualcuno si accoda.

IL SERPENTONE. Quando il corteo raggiunge Via Lanza e Piazza Giordano si ha l’impressione di essere fagocitati da un serpentone sterminato. Sarà il piattume morfologico-geografico, ma dalla testa, anche mettendosi a lato rispetto al corteo, non si vede la coda. S’intuiscono giustappena i colori della bandiera della Palestina che, nel mucchio, sventola frenetica. Nella pancia, un vecchio militante che mai smette di brontolare. Biascica a denti stretti parole in dialetto di chissà quale parte della Grande Provincia. Al collo, una sciarpa rossa in pailche stona con il calore atmosferico, in mano, per l’intera durata della sfilata, un quadro di Peppino Di Vittorio racchiuso in una cornice. Rossa. “Quann c stev Peppin, iev n’ata cos” ci dice tradendo un accento dell’Alto Tavoliere. Gli occhi impregnati delle lacrime naturali che raccontano i dolori e le gioie di ogni vecchio, narrazione di una vita breve come la fugacità di uno sguardo. Prova a protestarci qualcosa nel rumore dei cori. Si intuisce solo la parola “cumbagn”. Anche questo è un segno dei tempi che passano. Poi si volta, si guarda indietro e ricomincia a mormorare ad alta voce. E’ questa la sua protesta.

Cgil, il giorno del grande sciopero. De Felici: “Puntare sul lavoro” ultima modifica: 2011-05-06T16:27:09+00:00 da Piero Ferrante



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