Cinema

The Canyon – R. Harrah, 2009


Di:

Richard Harrah (fonte: allmovie.com)

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

Titolo originale: The Canyon
Nazione: Stati Uniti
Genere: drammatico, thriller

MAI giunto in Italia, nel mare degli emarginati dalla distribuzione è possibile imbattersi in The Canyon, esordio sulla lunga metratura di Richard Harrah, reperibile in lingua originale e supporto di sottotitoli. Thriller a sfondo naturalistico, narra l’avventura di una giovane coppia che, in luna di miele, decide di attraversare il Grand Canyon e goderne le meraviglie. Nonostante i due non abbiano i permessi, riusciranno a intraprendere il viaggio con un’abile guida non autorizzata.

Un anno prima dell’ottimo 127 ore (scheda), la pellicola di Harrah tentava la stessa strada, probabilmente ispirata ai medesimi episodi alla base del lavoro di Boyle – ve n’è un’esplicita citazione in un dialogo. Il tema, non ancora troppo inflazionato in questi termini, fa leva sul contrasto fra incoscienza-onnipotenza dell’uomo contro una natura né sempre prevedibile né altrettanto governabile. Il film centra il bersaglio, in un senso forse troppo didattico ma vi riesce grazie ad una lenta narrazione, estremamente classica e lontana dalle chiavi thriller più moderne. Non si lascia irretire dalla facile dinamica ad alta velocità in cui l’azione diventa, alla fine dei conti e contro le promesse, il perno di attenzione che lascia il resto a mero sfondo scenografico: il Grand Canyon è protagonista quanto i tre interpreti, puntini immersi in un desolato mondo di roccia che ci parla, assolato, di un’aridità che trasfigura in quella dei sentimenti verso i propri abitanti, in quotidiana lotta per la sopravvivenza. La sceneggiatura procede pacata, graduale, dando largo spazio nella prima parte alla discesa nell’immensa architettura naturale, senza sorprese per lo spettatore in attesa dell’imprevisto. Se da un lato questa lunga fase è condotta con equilibrio e dona una pace funzionale alla definizione del protagonista-Canyon, dall’altra appare troppo povera di mordente che non sia anche semplicemente un disegno psicologico più accurato dei tre uomini.

The Canyon - Locandina

I primi intoppi di marcia svegliano da un sereno sonno documentaristico e scatenano una seconda parte che ha il merito-demerito di non rilanciare troppo. Si assiste a quanto si immagina e non si viene colpiti da novità significative, indipendentemente dall’aver già fruito della raffinata esecuzione del 127 ore di Boyle. Ciò non toglie attenzione ma non la cattura del tutto, non rende lo spettatore totalmente preda degli eventi perché da un lato immaginabili, dall’altro non del tutto ben sviluppati secondo le meccaniche di tensione. Harrah non incede in truculenze e questo appare la firma dell’intenzione su quella classicità che si diceva poc’anzi, ma non ha ancora abbastanza mestiere per poter rendere sguardi, silenzi, dilatazioni temporali pieni di narrazione, capace di fiorire silenziosamente perfino nel vuoto solo quando seminata e concimata nel resto del film.

I punti deboli di questa pellicola risultano, in poche e riassuntive parole, nella povertà del soggetto e in una non compensante definizione dei personaggi e delle reciproche dinamiche, la quale, non assolta, sarebbe comunque passata in secondo piano all’attenzione dello spettatore medio dove la storia fosse risultata quantomeno molto coinvolgente. Il film di Harrah è un buon esercizio, ma siamo ben lontani dal grande lavoro di Boyle, che in tal senso insegna tantissimo; in questo si resta incollati attorno ad un unico personaggio per un’ora e mezza grazie ad un ricamo meraviglioso delle emozioni, in The Canyon i protagonisti umani sono tre, ma la somma dei disegni non lambisce neanche quello del James Franco/Aron Ralston.
Finale terribile ed efficace.

Valutazione: 6/10
Spoiler: 8/10

altreVisioni

May, L. McKee (2002) – horror psicologico fallimentare su tutti i fronti: prevedibile, semplicistico, inutile * 2
Ma quando arrivano le ragazze?, P. Avati (2005) – dopo Bix, ritorno al jazz per Avati. Commovente, ispirato e nostalgico, efficace oltre la somma dei singoli meriti * 7
Hobo with a Shotgun, J. Eisener (2011) – pulp DOCG, manca del carattere per elevarsi oltre la goliardata, nonostante qualche spunto felice sul finale * 4
L’ora nera, C. Gorak (2011) – fantascienza che promette ma non mantiene. Originalità mal sfruttata * 6
Il castello nel cielo, H. Miyazaki (1986) – esordio per lo studio Ghibli, efficace più per la liricità di singoli momenti che per il complesso. Genuino come tutto il cinema di Miyazaki * 7

In Stato d’osservazione

Hunger, S. McQueen (2008) – esordio del regista di Shame. Da vedere * 27apr
Chronicle, J. Trank (2012) – * 9mag
Dark Shadows, T. Burton (2011) – * 11mag

The Canyon – R. Harrah, 2009 ultima modifica: 2012-05-06T18:24:03+00:00 da Alessandro Cellamare



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