MANIFESTO per Monte Sant’Angelo (contributo alla rinascita della città)


Di:

MANIFESTO per Monte Sant’Angelo (contributo alla rinascita della città)

Indice

La città pag. 2
L’urbanistica pagg. 3-4
La mobilità/viabilità pag. 5
I servizi pagg. 6-7
La scuola pagg. 8-9
La cultura pagg. 9-10
Le attività produttive pagg. 11-12
Funzionari e ceto politico pagg. 13-14

Antonio Nasuto

La città

La città è il territorio circoscritto in cui gli esseri umani decidono di abitare per intrecciare relazioni affettive, culturali ed economiche. Dunque la città è il luogo delle relazioni. Anzitutto quelle affettivo-familiari entro cui si nasce, si cresce e si muore. Poi quelle culturali nelle quali si forma la sensibilità e il pensiero. Infine, le relazioni economiche che forniscono le risorse materiali e immateriali necessarie a vivere insieme.

Qual è la forza di gravità che tiene unite le relazioni umane dentro la città? Una volta era la stirpe, il gruppo familiare, piuttosto largo, in cui un discreto numero di individui si riconosceva e da cui si affacciava alla società degli altri gruppi. Poi fu la legge, che diede le regole perché i gruppi non prevaricassero gli uni sugli altri. Nell’epoca della democrazia la forza di gravità della città è l’apertura a tutti i soggetti che vi abitano e che cercano la strada migliore per costruire la propria identità e il proprio destino.

Oggi, nel tempo della democrazia informatica, dove le relazioni sono globali, fluide, e la rete abbatte tutte le barriere, la città resta la dimora in cui le relazioni mantengono ancora la loro dimensione materiale, dove gli esseri umani possono ancora guardarsi negli occhi, ascoltarsi e toccarsi fisicamente. Perciò è luogo prezioso da difendere con cura perché in essa ci incontriamo col corpo, generiamo figli o semplicemente proviamo la gravità dei sentimenti, elaboriamo idee, produciamo ricchezza e la distribuiamo.

Dunque, oggi non può esserci città dove manchi: lo spazio per l’apertura ai soggetti umani; la libertà per costruire la propria identità e sviluppare il proprio destino, provare sentimenti e incrociare affetti; la capacità di pensare idee, elaborare cultura, creare oggetti, coltivare interessi, produrre ricchezza e condividerla. Non c’è città dove tutto questo sia minacciato da chiusure dovute a chi persegue i propri interessi sopra e contro quelli di tutti gli altri, a chi vive le relazioni politiche in maniera non trasparente, a chi rompe l’ordine e la bellezza e a chi, potendo o dovendo, non lo impedisce; a chi non ha capacità di ideazione, a chi non contribuisce a produrre beni e a chi non si preoccupa di suddividerli equamente, abbattendo la povertà.
Ecco un manifesto-disegno per la nostra città in vista del rinnovamento da tutti atteso.

1. L’urbanistica

La nostra città è costituita di tre nuclei abitativi antichi: il centro storico (lo Junno), sulla cui sommità svetta l’area della Basilica, il quartiere sant’Oronzo-san Giuseppe del ‘600-‘700 con lo snodo del corso centrale e la cerniera di via Giuseppe Verdi, e il quartiere Carmine di formazione post unità d’Italia. A questi si sono aggiunti dopo la seconda guerra mondiale il quartiere “Via nuova”, poi il “rione C”, quindi l’“Ingrasso”, e più recentemente “il Fosso” sulla demolizione di indimenticabili commoventi abitazioni, e più recentemente si sono aggiunti ancora “Sant’Antonio abate” e il “Galluccio”, insieme al pre-esistente “Poggio del sole”.

Si tratta di un tessuto urbano molto eterogeneo, com’è normale che sia, ma, per la natura del territorio e a causa di una programmazione poco attenta alla coerenza urbanistica, anche abbastanza incongruo. Gli errori fatti sono tanti. Il valore del patrimonio urbanistico, dopo l’ultimo intervento al “Galluccio”, è crollato e forse ci vorranno 20 anni per riprendersi. Non si è mai costruito avendo come punto di riferimento l’andamento demografico, ma altri criteri discutibili. La popolazione tra qualche anno scenderà sotto i 10 mila abitanti e l’eccedenza di abitazioni sarà impressionante.

Oggi è necessario capire tre cose: 1. come è possibile trovare un amalgama tra le parti incoerenti della città; 2. come risolvere i problemi conseguenti al suo allungamento dovuto alla nascita del “rione C” a est, del “Fosso” a nord, di “Sant’Antonio abate” a sud e del “Galluccio” a ovest; e infine 3. cosa immaginare per creare luoghi nuovi, più funzionali e più attrattivi per la vita sociale ed economica.

1. La ricerca dell’amalgama non è facile. Bisogna però quantomeno impedire che la distribuzione della popolazione non crei zone vuote destinate all’abbandono e al degrado, e zone piene destinate alla solitudine. Oggi abbiamo 3 aree dormitorio (rione C, sant’Antonio abate e Galluccio) senza vita di quartiere e ad alta intensità abitativa, mentre le rimanenti aree antiche sono a bassa intensità abitativa ma con qualche residuo di vita di quartiere. E’ possibile rivitalizzare i quartieri antichi dove l’invecchiamento demografico procede inesorabile, e nello stesso tempo impedire che i nuovi insediamenti diventino delle neoplasie urbane, dei “non luoghi” privi di vita sociale e di senso?

2. L’allungamento della città pone grandi problemi quali la perdita di densità, la mobilità, la viabilità e l’impatto sulla spesa in generale e su quella energetica in particolare. Una popolazione in costante diminuzione che si disperde in un’area sempre più lunga crea fenomeni singolari come la perdita del senso di comunità e di appartenenza civica. I comportamenti passano da un tono urbano, quello che la vita di quartiere garantiva, a un tono facilmente irritabile quando non aggressivo. Ci sentiamo sempre più estranei e ostili gli uni agli altri. E se nel passato i quartieri esprimevano una conflittualità rituale che potenziava l’identità della città, oggi l’allungamento crea tante escrescenze periferiche che impediscono la formazione di quell’identità.
Quanto alla mobilità e alla viabilità vedremo in seguito. Intanto l’aumento della spesa delle famiglie è un problema primario strettamente connesso alla lunghezza e alla forma della città. Sarebbe importante dettagliare tali aumenti di spesa e mostrare come essi siano dovuti tanto alla posizione montana della città quanto alla sua dispersione urbanistica. La spesa energetica, per esempio, risente delle salite e discese, ma soprattutto della lunghezza delle vie e della diversa altitudine ed esposizione agli agenti atmosferici. C’era molta sapienza nell’addensamento abitativo dei quartieri antichi, mentre oggi la corsa è stata al diradamento abitativo. Ecco perché non bisognava costruire più di quanto l’andamento demografico esigesse.
3. La creazione di nuovi luoghi per la vita sociale è necessaria alla nostra città per formare nodi di densità urbana che contrastino la dispersione in atto. In parte il fenomeno di nuovi luoghi si è verificato spontaneamente soprattutto ai “palazzi gialli”, dove la vita sociale si è recentemente aggregata intorno al mercato e all’apertura di alcuni pub. Bisogna continuare a creare spazi nuovi con la valorizzazione delle uniche tre “prospettive urbane” di cui la città dispone: la prospettiva di corso Giannone, quella del corso centrale (via Garibaldi, via Reale Basilica, corso Vittorio Emanuele), quella di via Giuseppe Verdi con l’adiacente area del Palazzo comunale.

La prima, corso Giannone, è una prospettiva in senso vero e proprio perché dispiega davanti allo sguardo lo spazio uniforme e lineare che va dall’edificio scolastico al cimitero vecchio. La sua valorizzazione urbanistica sarebbe una rivoluzione della città. Urgono idee valide e audaci per trasformare corso Giannone in luogo per locali di aggregazione, per nuovi eleganti negozi e per centri delle nuove tecnologie.

Il corso, con le sue linee curve, si presta meno a essere prospettiva, ma in compenso rappresenta uno snodo storico della città e la sua valorizzazione è, pertanto, essenziale.
Via Giuseppe Verdi con l’area del Palazzo comunale, infine, è una cerniera fondamentale fra i quartieri antichi, e dunque anch’essa esige di essere rilanciata nel quadro di una nuova urbanistica.
Questi tre spazi rinnovati formerebbero il centro di gravità della vita urbana.
L’idea degli orti peri-urbani con cui cingere il lato sud della città fino alla strada per Pulsano può essere realizzata utilmente e nel giro di pochi anni.
2. La mobilità-viabilità

Monte Sant’Angelo ha solo tre lunghe direttrici per la mobilità-viabilità: la strada che dal Belvedere attraversa il corso e scende giù fino alla “via nuova”, il giro esterno a sud-est, e il giro a nord-ovest (sotto l’olmo). Costruita sul crinale della montagna, essendo perciò lunga e stretta, la città presenta problemi di mobilità-viabilità non facili da risolvere. Non sono possibili altre direttrici. Si tratta, dunque, di intervenire sulle tre esistenti. Per quanto riguarda la direttrice centrale tre sono i problemi da affrontare:
1. l’eccessivo numero di auto che l’attraversano;
2. la mancanza o la discontinuità-impraticabilità dei marciapiedi;
3. l’insufficienza dei parcheggi.

Tutti e tre questi problemi si risolvono o semplicemente si gestiscono:
1. disincentivando l’uso eccessivo che si fa dell’auto con programmi di educazione stradale e forme di “moral suasion”;
2. facendo circolare, a brevi intervalli di tempo, piccole navette che favoriscano l’accesso al centro della città, con tariffe agevolate concepite come ticket annuale familiare per la mobilità;
3. regolando il traffico con le norme in vigore in tutte le città e facendole rispettare.

Queste misure consentirebbero, con la riduzione del traffico, di sostenere l’insufficienza dei parcheggi (comunque da riordinare), e di sopperire alla mancanza di marciapiedi (da mettere con urgenza in sicurezza) dando modo ai pedoni di camminare al centro-strada.

Quanto alla seconda direttrice, il giro esterno sud-est, bisogna riconoscere che la sua costruzione è stata concepita in maniera opportuna e funzionale. Questa è una ragione in più per averne cura e garantire una continua e attenta manutenzione.

La terza direttrice (panoramica nord) sembra la meno frequentata perché la maggior parte del traffico si scarica sul corso della città. Bisogna, invece, dirottare il flusso dei veicoli sulle due arterie laterali che sono l’unico modo di decongestionare l’arteria centrale. Anche la direttrice nord-ovest ha necessità di continua manutenzione.
Infine, appare evidente che la soluzione migliore per il capolinea dei mezzi pubblici debba essere lo spazio antistante “Palace Hotel”, all’estremo, come accade ovunque, e non al centro della città. Il giro esterno dovrebbe avere un congruo numero di fermate con comodo accesso da tutti i quartieri. Tale capolinea va dotato di pompa di benzina.

3. I servizi

La città senza i servizi è un “non luogo”. Con i servizi che non funzionano in un certo senso è anche peggio: è una giungla. I servizi vanno creati, quando non ci sono, vanno gestiti e rinnovati periodicamente quando ci sono. Nelle fasi di grandi trasformazioni della società vanno ideati e costruiti in maniera radicalmente diversa.
I servizi di una città devono essere concepiti come rete di un sistema ben integrato. Non separabili ma interdipendenti, in modo che la qualità di ciascun servizio determini la qualità di tutti gli altri. Essi sono creati per sostenere i bisogni dei cittadini. I principali sono: i servizi sociali, il servizio sanitario, il servizio scolastico, la raccolta dei rifiuti, i servizi di sicurezza.
I servizi sociali. La nostra città ha bisogno urgentemente di pensare a nuove politiche sociali e, quindi, di rivedere i servizi sociali. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento della povertà e il fenomeno dell’immigrazione richiedono una loro nuova organizzazione. La prima e preliminare necessità è quella di fare un’accurata rilevazione dei nuovi bisogni sociali. Definire il quadro preciso del numero e della situazione degli anziani e dei poveri, e prevedere l’eventuale afflusso di immigrati. Preparare quindi piani di intervento per la gestione ordinaria delle domande sociali, e straordinaria per le emergenze sempre più numerose e incalzanti. Acquisito il quadro generale, sarebbe bene che l’assessore ai servizi sociali visitasse qualche città meglio organizzata per imparare idee e iniziative valide da attuare da noi. Basta qualche mese per la rilevazione dei bisogni, e una settimana di viaggi per apprendere idee e iniziative. Bisogna ormai immaginare e realizzare forme nuove di gestione degli anziani che integrino la presenza dei familiari con quella dei servizi, in un quadro in cui le tecnologie giochino un ruolo importante: spazi abitativi privati e vicini in un buon rapporto con la mobilità-viabilità e connessi in maniera moderna al servizio di assistenza (badanti e familiari), al sistema sanitario, ai servizi sociali e a quelli amministrativi.

Il servizio sanitario. Il servizio sanitario non è organizzato dalla città ma dal sistema sanitario nazionale-regionale. In genere funziona bene e le sue prestazioni sono di buon livello. La nostra città ha tutti i presidi previsti dal sistema: i medici di base con le guardie mediche notturne e quei tre corpi intermedi che sono il 118, il Pronto Soccorso e l’Unità mobile di infermieri che si recano a domicilio. Avrebbe anche l’unità ospedaliera che ormai funziona solo per la RSA, per l’hospice dei malati terminali, per i prelievi e poco altro. Bisogna riconoscere che i tre corpi sanitari intermedi fanno un gran lavoro e almeno due di essi (118 e Unità mobile di infermieri) un ottimo lavoro. Un loro potenziamento migliorerebbe ancora di più il servizio. La presenza dell’ospedale, con la disponibilità di grandi e validi spazi al suo interno e di personale qualificato ancora in età performante, è un’occasione imperdibile per ospitare non solo l’RSA, l’hospice per malati terminali, gli ambulatori, il 118, il Pronto soccorso, l’Unità mobile di infermieri e gli uffici amministrativi, che non è poco, ma anche per sperimentare altre forme di accoglienza di anziani e malati.

Il servizio scolastico. Vedi punto 4.
La raccolta dei rifiuti. La città è assai sporca. Cacche di cane dappertutto (persino all’ingresso della Basilica e davanti al monumento ai caduti) e mozziconi di sigarette oltre il limite tollerabile. I bambini senza freno usano la piazza per gettare pacchetti di plastica o lattine per bibite. Urge per adulti e bambini una campagna di educazione al rispetto dell’ambiente. E, se non basta, il ricorso alle multe. La mancanza di rispetto delle regole ha raggiunto un punto critico tale che la soglia della sua percezione si è abbassata fino all’insolenza.

La raccolta differenziata procede ormai da anni ma i cittadini non sanno nulla sugli obiettivi raggiunti, né vengono informati sul programma di innalzamento degli stessi. E’ nell’interesse della città, anche economico, che la raccolta differenziata si faccia bene e raggiunga risultati sempre più avanzati: i cittadini devono conoscere quanto attualmente la raccolta rende e quanto potrebbe rendere ai livelli medi, buoni e ottimali. Non è solo un fatto di decoro e di trasparenza politica. E’ anche un incentivo al miglioramento degli obiettivi: una raccolta efficiente, infatti, ha ricadute favorevoli sulle risorse finanziarie del Comune e sulla diminuzione delle tasse. L’introduzione di meccanismi premiali per quei cittadini che hanno comportamenti corretti è una pratica diffusa nelle città virtuose.

I servizi di sicurezza. Il senso di sicurezza di una città è nella percezione che ne hanno i cittadini. L’invecchiamento della popolazione fa alzare la soglia di tale percezione. Dunque per la nostra città, vissuta ormai più dagli anziani che dai giovani, occorre una gestione più attiva della polizia municipale e una presenza più rassicurante delle forze dell’ordine.

4. La scuola
La scuola di Monte Sant’Angelo era un vanto per la città. La Fondazione Agnelli ha rilevato che negli anni 2009-2011 il Liceo scientifico è stato uno dei primi quattro del Sud Italia, e negli anni 2012-2014 il migliore della Puglia. La scuola primaria ed elementare ha mantenuto un buon assetto qualitativo senza quei problemi che affliggono altrove questo grado dell’istruzione. La media presenta gli stessi limiti del resto d’Italia ma con minore evidenza. Certo, qualche anno fa si è persa la grande opportunità di unificare le due scuole medie e con essa l’occasione di una razionalizzazione utile e necessaria. Si sono sprecati dieci anni di tempo.

Oggi la situazione è in progressivo, grave, declino per le scelte fatte e sbagliate. Il declino è iniziato nella scuola superiore. L’incapacità di sostenere l’indirizzo Tecnico-industriale, insieme al trasferimento del Liceo scientifico fuori le mura nel 2015, hanno inferto un colpo decisivo al sistema della scuola superiore della città. La fine del Tecnico-industriale, favorita da una pessima gestione nel decennio precedente, ha avuto ripercussioni destabilizzanti su tutto il sistema. Il confinamento del Liceo scientifico fuori della città non solo ha leso gravemente questo gioiello della scuola montanara, ma ha distrutto la comunità liceale tutta intera, che era il presupposto di quell’eccellenza.

La comunità liceale di Monte Sant’Angelo ha una storia antica. La sede storica della comunità liceale era il Palazzo degli studi con l’annessa villa comunale, a cui si accedeva dai quartieri, attraversando il corso principale come un fiume di giovinezza e di gioia. Con un solo colpo quella comunità è stata disintegrata. E’ scomparso il contesto sociale che fa la comunità degli studenti e quindi la scuola, è venuto meno quel flusso di vita comunitario, intristendo gli studenti e la città. La conseguenza è stata il dimezzamento delle iscrizioni allo Scientifico e l’aumento inutile e dannoso delle iscrizioni al Classico e al Commerciale. La colpa viene attribuita erroneamente a qualche docente non all’altezza del suo compito invece che alla miopia delle scelte fatte.
Ho raccolto i dati della popolazione scolastica dei prossimi 9 anni . Da essi appare chiaro che con un buon governo delle iscrizioni sarebbero possibili 4 indirizzi (Classico, Scientifico, Scienze umane e Tecnico-commerciale). Ma non accadrà per difetto di “governance”. Quel che vedremo sarà la residuale sopravvivenza di Classico, Scientifico e Scienze umane o Tecnico-commerciale. In tutto 15 classi, 5 per ogni indirizzo. La scuola superiore di Monte Sant’Angelo perderà la sua autonomia. La città vedrà la fine di una storia scolastica lunga e gloriosa. La colpa sarà attribuita falsamente al calo demografico e le vie di uscita proposte saranno pasticci senza fine.

Di fronte a questo scenario due sono le vie di uscita positive per rilanciare l’istituzione scolastica della città: la riorganizzazione dell’assetto dei tre gradi dell’istruzione e il ricompattamento della scuola media e di quella superiore. In una città come la nostra, con un quadro demografico precario ma semplice, si devono cancellare i pasticci delle scuole comprensive e/o verticalizzate. Scuola dell’infanzia e scuola elementare da una parte, scuola media dall’altra, scuola superiore infine, devono avere la loro netta e distinta configurazione organizzativa e didattica. In una città montana è possibile (vige la deroga a 400 studenti per mantenere l’autonomia). In una in crisi è una scelta necessaria. Tutti gli altri giochi sono pasticci irresponsabili.
In tale riorganizzazione gioca un ruolo essenziale la logistica scolastica. I luoghi in cui si fa scuola non sono contenitori neutri, ma spazi sociali con alto valore simbolico aggiunto che conferiscono alla scuola identità, forza e assetto stabile. Gli edifici che ospitano le aule non sono scatole vuote da riempire in qualche modo. Sono luoghi di comunità scolastiche in cui fluisce in maniera prepotente la vita, il pensiero, le relazioni e le infinite emozioni dell’età dell’apprendimento.zo degli studi. L’andamento demografico lo consente. La crisi lo impone. Non si può permettere di tenere per le scuole superiori tre plessi semivuoti, disgregando la comunità scolastica e indebolendo l’identità degli indirizzi. Se i dirigenti non lo capiscono, la politica deve intervenire con forza.

La scomparsa dell’indirizzo Tecnico-industriale, e già prima del Professionale, arrecano alla città un danno incalcolabile. La loro funzione strategica per l’assetto della scuola e per il futuro della città è del tutto sfuggito a coloro che ne hanno voluto la chiusura. Ora è impossibile fare marcia indietro e far rinascere almeno uno di quei due indirizzi, a meno di non chiudere le Scienze umane. Possiamo solo sperare che un po’ di ragazzi (ma non più di 15 all’anno) frequentino le scuole tecniche delle città vicine.

Intanto bisogna contrastare la tendenza, in corso nella scuola Superiore della città, a rendere periferiche e marginali le aule, dove risiede la scuola viva e reale di studenti e docenti, a vantaggio degli uffici burocratici che si stanno espandendo in modo indecente.

Infine va detto che la rivoluzione tecnologica e le continue innovazioni digitali cambieranno radicalmente il volto della scuola nei prossimi 10-20 anni. La città deve riflettere, discutere e prepararsi a quei cambiamenti. Abbiamo bisogno di politici, dirigenti e intellettuali capaci di prevedere e anticipare il futuro.

5. La cultura
La nostra è una città piena di intelligenze e con una tradizione culturale ammirata e invidiata. Negli ultimi anni buona parte di quell’intelligenza si è dispersa altrove in Italia e nel mondo. Quella che si ostina a rimanere è in difficoltà e talvolta in confusione. La lunga tradizione culturale, che dovrebbe essere patrimonio prezioso da amministrare accortamente, ha la tendenza a cristallizzarsi e a dare di sé un’immagine immobile e priva di attrattive per le nuove generazioni. Lo sguardo rivolto prevalentemente al passato non riesce a dialogare col presente né col futuro. Gli intellettuali montanari, che costituivano un riferimento importante per tutto il Gargano e oltre, non sono più in grado di vedere la realtà né di darne un quadro analitico all’altezza dei tempi.

Avremmo dovuto continuare a coltivare quei “cento fiori” delle varie esperienze culturali e del fiorente associazionismo che dagli anni ’70, seppure con confusioni e improvvisazioni, ci hanno accompagnato fino al declino del millennio. Il quadro era variopinto e le dinamiche mai uniformi. Il dibattito era continuo, vivo, fervido, e del tutto privo di quella ritualità infeconda e narcisista che oggi appesta gli incontri e le conferenze. I tentativi di creare un’egemonia culturale si scontravano con la presenza di una molteplicità di soggetti irriducibili a qualsiasi uniformità.

Negli ultimi 15 anni siamo come finiti nei pressi di un buco nero che tende a divorare tutta la materia circostante in un vortice inesorabile e informe. Si è creata un’egemonia non utile alla vita della città e sicuramente dannosa alla sua autonomia immaginativa e creativa. Si è imposto un soggetto culturale che dall’ambiente all’enogastronomia, dalla musica al teatro, dal cinema alle tradizioni, dalla scuola ai beni culturali, dalla filosofia alla letteratura, e recentemente alla cultura religiosa, tiene tutto in una stretta tenace, fumosa, esibizionista, ricca solo di “movida” e frastuono, che non lascia spazio a nient’altro e a nessun altro.

A tale dominio purtroppo non ha corrisposto alcun beneficio: l’ambiente urbano e territoriale è degradato in forme insopportabili, la creatività culturale non è stata affatto stimolata, i linguaggi sono diventati aggressivi e gli stili di vita dispersivi e inconcludenti. Il nostro piccolo centro non ha visto alcun rinascimento culturale ma è finito sotto una coltre opprimente che uccide la fioritura di ogni altro fermento. Si sa che l’egemonia fa danni irreparabili. Per fortuna le società pluraliste tendono a contrastarla fino a distruggerla.
Ora che questa egemonia si sta definitivamente consumando, come appare evidente, in che direzione bisogna andare per sanare i danni arrecati e iniziare il percorso di ripresa dell’autonomia e dell’iniziativa? La produzione culturale è un fatto spontaneo e non può essere preordinata. Bisogna augurarsi che sorgano nuovi intellettuali e artisti capaci di elaborare, organizzare e invadere la città con la ricchezza della propria intelligenza creativa. I cittadini devono offrire sensibilità e attenzione. La politica abbattere gli ostacoli e promuovere il rinnovamento. L’assessorato alla cultura è bene che sia solo il centro della promozione culturale, non un soggetto culturale esso stesso. Deve riconoscere, facilitare e far girare gli eventi culturali, non produrli né usarli.
Il nostro territorio è ricco di beni culturali: biblioteche, musei, monumenti, istituzioni e centri di studio. E’ arrivato il momento di rimetterli in gioco nelle forme che le nuove tecnologie consentono e secondo visioni adeguate ai tempi.

Le biblioteche, già consorziate da qualche anno (è fuori dal consorzio solo quella comunale, mentre quelle di Pulsano, della Basilica e delle scuole sono già collegate da un patto stipulato 6 anni fa) devono essere riordinate e riorganizzate come tanti nodi di un’unica rete materiale e digitale con relativa collocazione online.

La valorizzazione dei musei e monumenti esistenti passa attraverso il loro rinnovamento e una migliore visibilità in vista di una fruizione sinergica. A essa va affiancata la ricognizione dei tanti beni culturali sparsi per il territorio ancora dimenticati, mediante inventario e descrizione, in attesa di immetterli nel circuito museale e monumentale. L’alternanza scuola-lavoro potrebbe dedicarsi, specie negli indirizzi liceali, proprio a queste attività. Occorre poi salvaguardare i centri di studio esistenti, renderli più attivi e vicini ai bisogni culturali dei cittadini; e favorire la creazione di nuovi, attenti al presente e al futuro, rivolti ai giovani avidi di esperienze musicali, letterarie e audiovisive.

Quanto a quella grande realtà religiosa e culturale che è la Basilica di san Michele, bisogna stare attenti a non cadere nella tentazione di volerla musealizzare. E’ vero che si tratta di un immenso giacimento culturale che attira studiosi da ogni parte, ma non è un museo. E’ un luogo di fede e di culto, meta di pellegrinaggio da secoli, dunque centro vivo di esperienza religiosa. La gran parte dei visitatori sono ancora oggi pellegrini, e gli stessi turisti ne sentono la suggestione perché avvertono che è ancora luogo vivo di spiritualità. Musealizzarlo significherebbe cancellarne il senso profondo e ridurlo a un sito neutro e a monumento morto. La città tutta si ribellerebbe a tale destinazione riduttiva. Lo stesso discorso vale per le tradizioni religiose popolari: o esse mantengono vivo il senso religioso di riferimento o diventano reperto antropologico morto.

Bisogna anche stare attenti a non investire la Basilica di troppe aspettative economiche. L’economia della città deve girare anche intorno al turismo religioso, ma non può esaurirsi in esso. L’economia a una sola dimensione trascinerebbe la città verso un declino inevitabile.

6. Le attività produttive
Tutti e da sempre considerano il turismo come risorsa principale, se non unica, della città. Non considerando che senza infrastrutture (logistiche e viarie), senza un’economia di base (agro-forestale e manifatturiera), senza servizi (generali e di accoglienza), senza un terziario avanzato e senza una cultura urbana dell’accoglienza, il turismo è come pioggia di superficie che non raggiunge lo strato profondo del terreno.

Sulle infrastrutture logistiche e viarie siamo in ritardo. L’accesso alla parte storica della città va rivisto completamente. Il giro esterno deve essere anche una vetrina urbana per i turisti che arrivano da sud, non solo uno snodo viario essenziale. L’accesso da nord è sciatto e dissestato. Non siamo in grado di ospitare più di 100 mila turisti all’anno (se poi questi si concentrano in 6 mesi non siamo in grado di riceverne neanche la metà) mentre ne arrivano molti di più. Né siamo in grado di servire più di poche centinaia di pasti al giorno (il pranzo, perché per 10 mesi all’anno non si trova un ristorante aperto per la cena). Manca una semantica moderna dei luoghi che renda chiara la mappa della città, mentre le insegne commerciali sono arretrate e squallide.
Il settore agro-forestale è abbandonato a se stesso (con l’eccezione della Foresta Umbra), e a quelle poche iniziative private che lo tengono ancora in vita. Ciascun operatore agricolo si arrangia come può. Coltivatori e allevatori diffidano della cooperazione e la competizione tra loro non è quasi mai a migliorare la qualità e l’efficienza dell’impresa. Le loro aziende sono isolate e spesso mancano di quelle infrastrutture necessarie (strade, elettricità, autosufficienza idrica) per operare come aziende moderne. L’abbandono di terreni, una volta grandi risorse economiche della città (Macchia, le Falcare, Carbonara, Cassano, Campolato, e tanti altri), è uno spreco inconcepibile. Non solo il Comune di Monte Sant’Angelo, ma anche le altre istituzioni (Parco del Gargano, Gal, Consorzio di bonifica ecc.), devono guardare a tutte queste risorse con uno sguardo nuovo e stimolatore. Devono smetterla di produrre eventi autoreferenziali e dedicarsi alla cura, manutenzione e promozione del territorio. Una parte della generazione di mezzo vorrebbe tornare a queste attività (agricoltura, allevamento, agriturismo), ma chi facilita e favorisce queste coraggiose intenzioni? Sarà possibile un uso più dinamico e produttivo della piana di Macchia senza devastanti impatti ambientali e mire speculative, essendo una preziosa risorsa agricola, marittima e turistica?
Le attività manifatturiere (trasformazione dei prodotti agricoli e pastorali, produzioni artigianali e professioni specializzate in fabbro-ferreria, falegnameria, infissi, edilizia e manutenzioni varie) sono residuali. Si sono perse molte specializzazioni e gli operatori che hanno resistito hanno visto cadere la loro professionalità a vantaggio di laboratori dei paesi vicini. La città ha ancora bisogno di queste professioni soprattutto in vista di un rilancio urbanistico, di restauri e ristrutturazioni. Quanto ai prodotti agricoli (soprattutto ortaggi ma anche frutta) non possiamo continuare a dipendere totalmente da altri paesi con l’enorme disponibilità di terre vicino alla città e intorno a essa.

Sui servizi in generale si è già detto prima. Su quelli per l’accoglienza è evidente a tutti che alberghi e ristoranti devono fare un salto di qualità se vogliono intercettare il flusso imponente di pellegrini e turisti, che altrimenti rimarrà flusso di passaggio. La recente diffusione del Bed & Breakfast non ha ottenuto tutti i risultati attesi. Cosa manca per essere attrattivi rispetto ai centri costieri e all’altro polo vicino del turismo religioso? Non serve costruire altri nuovi alberghi in città. Sicuramente servirebbe destinare ad alberghi antiche e abbandonate case signorili presenti nei pressi della Basilica. Ce ne sono almeno tre o quattro che, adeguatamente ristrutturate senza rovinare l’originario profilo architettonico, potrebbero incontrare la domanda di ospiti esigenti. In generale serve innalzare, e di molto, la qualità dell’offerta che rimane bassa e adeguata solo a turisti poco esigenti e di passaggio.
Il terziario della nostra città è ormai vecchio e consunto. Di nuovo e di continuo c’è solo l’apertura di ennesimi bar (lungo i 900 metri di piazza se ne contano 20), panifici e localini irrilevanti. Mancano le idee e manca il coraggio di investire. I trentenni dovrebbero farsi carico delle prime e assumersi i rischi del secondo. C’è ancora una più che discreta ricchezza privata che aspetta un destino migliore del deposito bancario. Gli investimenti un po’ più spinti di quelli che vediamo fare, e puntualmente fallire, sono l’unica via di uscita. Gli uffici devono facilitare e non affliggere con la loro scoraggiante e opprimente burocrazia le iniziative d’impresa. I giovani che studiano fuori e che girano il mondo devono dare contributi essenziali alla ideazione e realizzazione delle imprese.

Soprattutto quelle generazioni formate ai processi digitali devono suggerire o addirittura dirigere, anche da lontano, piccole start up con cui far girare in modo moderno nuove imprese agricole, manifatturiere, commerciali, di servizio e del terziario per il turismo e per la vita urbana (abbiamo già casi di successo a Mattinata e Manfredonia). In giro per il mondo ci sono tanti giovani montanari con competenze economiche, ingegneristiche, informatiche, manageriali e di marketing che possono e vogliono offrire il loro contributo alla rinascita della città. La politica deve solamente costruire una struttura di collegamento e coordinamento per accogliere e organizzare in modo efficace i contributi di idee, di progetti e di iniziative che giungerebbero da quelle sicure competenze.

Quanto alla cultura dell’accoglienza i cittadini devono tornare a quello spirito di apertura che li spingeva a interagire nei commerci e nello scambio culturale con altre città (Napoli, Bari, Foggia, Manfredonia ecc.), abbandonando diffidenze e chiusure.

7. Funzionari e ceto politico
Abbiamo una struttura tecnica capace di capire, raccogliere ed eseguire/implementare tutti questi nuovi scenari politici per la città? Con le recenti disposizioni (legge Bassanini di circa vent’anni fa) la migliore idea politica e il miglior programma amministrativo devono fare i conti con i funzionari che hanno il compito di predisporre l’apparato tecnico per la loro realizzazione. Dunque è essenziale per la città essere dotata di funzionari all’altezza del compito. Se essi non sono tecnicamente preparati, intelligenti, veloci, forniti di competenze manageriali e digitali, se non sono leali, onesti, fuori dalle “camarillas” locali e dai consociativismi atavici, la città non va da nessuna parte, anche con i migliori propositi politici.
Fino a qualche anno fa gli amministratori più accorti si servivano di un “city manager” per dirigere la tecnostruttura. Oggi si fa sempre più ricorso a consulenze esterne e onerose. La nostra città deve rinunciare a entrambe queste soluzioni per mancanza di risorse e per senso politico. Bisogna, invece, intraprendere un percorso diverso e avveniristico, diffidato dalle generazioni più anziane per attaccamento al campanile, ma da sperimentare con coraggio e audacia. Occorre aprire la città a forme di associazione, consorzio e condivisione (sharing) con le città vicine, le più avanzate e innovative, per uscire dalla solitudine e dall’isolamento. Questa soluzione si proietta nel futuro inevitabile e provvidenziale di società aperte alla collaborazione, alla divisione dei compiti e alla condivisione. Peraltro, tra qualche anno, se la città scende sotto i diecimila abitanti, questa prospettiva sarà obbligatoria per legge. Facciamo, dunque, di necessità virtù e anticipiamo il futuro. I vantaggi saranno tanti e inimmaginabili.

Il ceto politico della città è sempre lo stesso da vent’anni. I pochi nuovi innesti non hanno dato frutti apprezzabili. Si tratta, dunque, di un gruppo immobile, e incrostato o su interessi indicibili (e miserabili) o su ideologie e programmi consunti. E benché i partiti si siano sostanzialmente ritirati dalla scena, il ceto politico residuo continua a brulicare e a girare intorno a obiettivi particolari senza orizzonte generale, ad ambizioni personali o a confuse aspirazioni prive di visione. Abbiamo bisogno, invece, di una partecipazione politica capace di visione della città e di ideazioni audaci, di urgenti programmi da realizzare e di progetti fattibili da implementare. Con queste figure politiche non si va lontano. Solo l’arrivo di giovani soggetti, interessati al bene della città, leali, animati da grande energia e da aperture ideali e concrete, guidati da competenze aggiornate, e perché no dalla saggezza e dall’esperienza politica degli anziani, si esce dalla crisi. La loro autonomia politica va riconosciuta e difesa per la rinascita della città. Ma dove sono questi giovani? Chi li seleziona come nuovo ceto politico? Chi li forma?

(Comunicato stampa)

MANIFESTO per Monte Sant’Angelo (contributo alla rinascita della città) ultima modifica: 2017-05-06T09:59:09+00:00 da Redazione



Vota questo articolo:
9

Commenti


  • Alessandro

    Mai lette tante stupidaggini, ma chi c’è dietro? Il capolinea all’hotel? Ma non sanno che questa ipotesi è stata bocciata dalla polizia stradale? Ma andate a chiedere ai Commissari!
    Città sporca??? Mai stata così pulita!!!
    Non si hanno dati sulla differenziata??? Ma siete ciechi, basta andare sul sito del comune!!!
    E via dicendo….
    Chi ha scritto queste cose sicuro non vive a Monte ma su un altro pianeta!!!!!


  • Alessandro

    E’ un comunicato stampa anonimo, non hanno neppure avuto il coraggio di metterci la faccia ed è comprensibile viste le c…..e che ci sono scritte.


  • Matteo

    Che manifesto lungo e inutile. Peraltro non veritiero. Ma chi l’ha scritto?


  • Ale contro la mafia

    La città sta rinascendo e grazie ai commissari! Raccolta differenziata, più pulizia, iniziative di grande richiamo, maggiore sicurezza, spiaggie pulite, nuovi musei aperti, restauri in centro storico terminati entro i tempi previsti, nuovo capolinea fuori dal centro storico con eliminazione del caos, ecc ecc.
    Il resto solo chiacchiere, vorrei vedere cosa sarebbero stati capaci di fare quei signori in solo un anno e mezzo!


  • MICHELE

    giusto ALE CONDIVIDO. PER QUANDO RIQUARDA IL MANIFESTO MI RITORNA IN MENTE LA CANZONE DI MINA,PAROLE, PAROLE ,PAROLE ,PAROLE MA SOLO PAROLE AH AH AH MONTE A BISOGNIO DI FATTI VERI?TUTTI I PARTITI CON LISTE DI STESSI NOMI ,SEMPRE L’ORO COM LI VULT E LA GIR SEMPRE L’ORO STAN.A FATTO BENE FORZA ITALIA DECIDENDO DI STARE A CASA,MA SOPRATTUTTO A FATTO BENE 5STELLE,TANTO CHE IERI I MAL CONTTENTI SONO SCAPPATI A CHIEDERE AD ALTRI DI ESSERE ACCOLTI, E QUESTO E IL BENE PER LA CITTA’?OGNIUNO VA PER SISTEMARSI I PROPI FATTI AH AH AH

  • la città sta morendo altro che rinascere!!! si svuota e penso tra poco scenderà sotto le diecimila anime sul serio!!!! io sono da poco fuori e ho una nostalgia pazzesca ma devo ammettere che non vedo futuro roseo per la nostra cittadina per colpa della politica per la mancanza dello stato e di politici locali poco avvezzi a progettare un futuro per giovani montanari !!!!


  • Quitadamo Michele

    bravo prof Nasuto, anche se su alcuni punti la mia visione può essere differente, l’analisi che fai è seria e spero che apra un dibattito sereno e profondo senza divisioni preconcette.


  • pessimista

    Non si fa menzione dell unico grave cancro di Monte: la mentalità omertosa che si tramanda di generazione in generazione…. base della inciviltà.


  • Matteo

    L’accoglienza turistica è migliorata e i turisti sono in forte aumento. Lo dicono albergatori e ristoratori.
    Sono state fatte iniziative promozionali in televisione e sui giornali, hanno ultimato i restauri nel centro e hanno aperto i musei che erano chiusi. Inoltre è stato finalmente spostato il capolinea dei bus dal centro storico, che sembrava di essere a Beirut per il caos che provocava.
    Sono stati fatti dei passi avanti e si cominciano a vedere i risultati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati

Pin It on Pinterest

Condividi