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Il Grande Match, cinema solo apparentemente sportivo

Di:

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Umiliati dal mondo dei media moderno, incapaci di comprendere a pieno i mutamenti che li circondano ma fedeli ai sentimenti più onesti, due anziani ex pugili cercano di rimanere a galla e recuperare le occasioni professionali e familiari perse in gioventù.

Si sono incontrati due volte sul ring e hanno vinto una volta ciascuno, poi la vita privata ha portato uno dei due a non voler più incontrare l’altro, privandolo di quello a cui tiene di più: una rivincita. Ora tutti sembrano di colpo interessati a loro e alla loro rivalità, tanto che l’idea di un nuovo incontro, nonostante l’età avanzata, diventa una gallina dalle uova d’oro della quale, viste le difficoltà economiche, sono costretti ad approfittare riaprendo vecchie ferite.

Nonostante non venga mai detto esplicitamente Il grande match si fa latore di una promessa metacinematografica, ovvero mettere sul medesimo ring gli attori al centro di due dei più importanti film di boxe di sempre (e implicitamente due dei personaggi più importanti del cinema sportivo tout court). E di metacinema il film vorrebbe cibarsi davvero con le sue continue citazioni interne, dagli allenamenti di Rocky (ripetuti, presi in giro e sfruttati) alle smorfie di Jake LaMotta fino ai sobborghi white trash in cui macerano i personaggi, solo lievemente aggiornati da qualche pigro riferimento alla crisi attuale, quello che gli manca tuttavia è il fiato necessario per reggere il peso di tante incombenze, finendo schiacciato dai miti che non sa gestire praticamente subito, a pochi minuti dai titoli di testa.

Tagliato sulle misure del cinema di Sylvester Stallone e adattato ai personaggi in cerca di assoluzione personale, propri della china discendente della carriera di Robert De Niro, Il grande match è sostanzialmente una storia di resistenza alla modernità che solo occasionalmente ricalca il cinema sportivo, non perdendo occasione per mettere i propri personaggi nella condizione di essere sfruttati o di canzonare tutto ciò che è recente e attuale. Siano videogiochi, motion capture, arti marziali miste o iPad, quello che non viene dall’era in cui erano giovani è vissuto con un tangibile senso d’opposizione che facilmente sfocia nello scontro. Esiste un mondo presente e uno passato e non sono conciliabili nella visione di Peter Segal (che sembra più che altro quella di Sylvester Stallone se si guarda alla sua filmografia recente) ma separati da un abisso di onestà sentimentale.

Per i presupposti con i quali è stato concepito Il grande match dovrebbe essere capace di fondere diverse mitologie, di unire visioni poco compatibili (quella di Rocky e quella di Toro scatenato per l’appunto) e forse riuscire a dire qualcosa della maniera in cui la carriera degli interpreti sia al medesimo stallo di quella dei personaggi. Obiettivi totalmente fuori dalla portata di un team realizzativo senza nessuna voglia di impegnarsi. Anche poco.

È così che il film lentamente lascia emergere la sua vera ragion d’essere assieme al pubblico per il quale è pensato, non certo quello del cinema sportivo o d’azione (che comunque è lo spettatore che Sylvester Stallone punta e ogni tanto riesce ancora ad intercettare nella sua ricerca dell’eterna giovinezza filmica) ma quello anziano, folto e bisognoso d’intrattenimento oggi più di ieri, disprezzato dai blockbuster e dal cinema action contemporaneo (che ha in mente solo i più giovani) e assetato di eroi che lo rappresentino. O meglio che gli raccontino quello che gli altri film non fanno: una storia di rivincita generazionale in cui la parte del leone la fanno anziani che si comportano come giovani.

Il disastro di Il grande match è però che oltre questa molto puerile voglia di rivincita generazionale non c’è altro. Lo spunto già risibile non è supportato in alcun modo da una scrittura anche solo ai livelli minimi di decenza e, nonostante un po’ di autoironia all’acqua di rose, il film in ogni momento ribadisce la serietà del proprio unico fine: celebrare la terza età sovvertendone i principi di inabilità e appassimento.

Fonte: http://www.mymovies.it/film/2013/grudgematch/ – Gabriele Niola



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