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"Come in sardo sono chiamate le pecore che non figliano"

Lunàdigas

L'obiettivo delle due autrici è quello di far riflettere e discutere senza pregiudizi su una scelta che nella morale comune è ancora considerata “egoistica”

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Due registe, Nicoletta Nesler e Marilisa Pigahanno realizzato un documentario sulle donne che vivono senza diventare madri. Donne, coppie, che sempre più spesso lo fanno per scelta piuttosto che per costrizione. Il progetto s’intitola Lunàdigas (come in sardo sono chiamate le pecore che non figliano). Non è solo un film, ma una raccolta di contenuti multimediali: testi, articoli, idee, interviste, per ampliare il dibattito su una condizione che è ormai tutt’altro che minoritaria, in Italia. Come ha raccontato l’Espresso, il nostro paese, infatti, ha il primato europeo di “childfree”: tra le donne nate nel 1965, circa il 24 per cento non ha figli. In Francia sono solo il 10.

L’obiettivo delle due autrici è quello di far riflettere e discutere senza pregiudizi su una scelta che nella morale comune è ancora considerata “egoistica”, “strana”, non facilmente accettabile. Per farlo, hanno attraversato il paese e incontrato persone come Maria Rosa Cutrufelli, Maria Lai, Veronica Pivetti, Geraldina Colotti, Melissa P, Lea Melandri Margherita Hack, Lidia Menapace. Donne giovani, donne avanti
con gli anni, ma anche alcuni uomini, come Moni Ovadia e Claudio Risè.

Per il documentario, Nicoletta Nesler e Marilisa Piga hanno anche commissionato una ricerca Eurisko, dalla quale emerge che le donne che tra i 18 e i 55 non hanno figli e non li vogliono avere hanno un livello d’istruzione più alto della media, redditi proporzionalmente più elevati e che in larga maggioranza lavorano, spesso da imprenditrici. Per il 56 per cento vivono in coppia, per il 40 sole. Sono professioniste, con molti progetti, prospettive, convinte della loro scelta, tendenzialmente salutiste e ben informate. Insomma, dati fuori dai cliché che volano sopra le nostre teste.

La non-maternità è ancora uno stigma socialeche spesso costringe molte donne, soprattutto le meno emancipate, a non scegliere liberamente se avere o meno dei figli. Soprattutto al sud. “Ok, la natura non ti concede di riprodurti?” “Sei assolta (con commiserazione partecipe)”, “Scegli deliberatamente di non farlo, e nemmeno adduci motivi economici o altri? “Sei piuttosto strana ed egoista”. Questo il tribunale sociale spesso implicitamente, se non esplicitamente, implacabile.

E’ possibile che la percezione che si ha della presunta ‘libertà di scelta’ procreativa nella cultura occidentale sia in realtà non realmente conquistata: ma a parte, e oltre, le difficoltà economiche, che pesano sulla vita delle giovani donne quando si tratta di decidere se essere o non essere madri, c’è la questione della solitudine, culturale e sociale, che circonda il tema della maternità.

In superficie è tutto un fiorire di messaggi e immagini stereotipate e rassicuranti sul materno: dalla pubblicità tv, nei giornali così come nei social il merchandising prolife impazza, mentre l’interruzione di gravidanza viene spesso dipinta come il sintomo dell’egoismo femminile, frutto dell’emancipazione che ha lacerato la naturale, naturalissima nonché ovvia, propensione delle donne all’essere madri, accoglienti, oblative. Non è tutto così semplice e lineare.

In tutto questo rumoreggiare su natura, istinto e festa della mamma, il silenzio è di tomba su cosa sia nel concreto la messa al mondo, cosa comporti l’essere responsabile di un’altra vita umana, sul come ti cambia per sempre, nel corpo così come nella vita quotidiana, il diventare madre (e padre). La società è decisamente più attrezzata a stigmatizzare la sottrazione delle donne dal destino materno piuttosto che aiutare a capire cosa realmente vuoi e puoi fare della tua vita. L’egoismo e l’autocentraturasono, nell’immaginario comune,le caratteristiche di quelle che, senza spiegazione razionale o ragionevole, non prolificano; come se la scelta di maternità fosse tout court una palese manifestazione di generosità. Ti assolve, amen.

Qualche tempo fa, in un negozio si finì a parlare di bambini e la proprietaria se ne uscì con un “Sì, penso questo, anche se non lo posso affermare con certezza, perché non sono mamma”. Io sono trasecolata, per il dispiacere. Non so se per quella donna non essere madre fosse una libera scelta, oppure una costrizione, ma cosa vuol dire che “se non fai parte del club, in fondo non puoi comprendere?”. Ma chi lo dice? Il comune sentire o pensare?Le donne non si dividono in “pecore fertili e pecore sterili, per scelta o costrizione”, non si riconoscono tra loro in questo modo e nemmeno hanno piacere ad essere discriminate o evidenziate, anche, per questo.

Troppi ancora i pre-giudizi (di valore), i malintesi, il dato per scontato elegittimato culturalmente, le non libertà, travestite da finte libertà.

Non (solo) mimose ma identità libere e cristalline che si comprendono e compenetrano, che ci si sia riprodotte biologicamente o anche no. Si può essere donne non madri stupefacenti e riconoscersi pienamente senza il dogma, molto indotto, della maternità. Imparare a discriminare, sin da piccole, “la parte che scegli tu” e quella che gli altri sceglierebbero per te (e vale anche per tutti i cliché tirati appresso ai maschietti) farebbe parte di quell’educazione all’affettività ancora allegramente bypassata in questo rozzo, non avanzato paese che fa sulla scuola gran propaganda (autoreferenziale) e sulla formazione consapevoledegli individui silenzio tombale e legislativo.

“Non sono madre e non posso comprendere” non si può sentire, non lo vogliamo più sentire: è una ferita autoinflitta ed ingiustificata alla dignità femminile che basta a se stessa ed esiste a prescindere. L’Otto marzo, che è di tutti, sia anche condivisione di questo contro tabù ammazza stereotipi troppo semplificati per essere veri e corrispondere alle persone.

(A cura della dottoressa Vittoria Gentile)

Lunàdigas ultima modifica: 2015-03-07T19:33:47+00:00 da Vittoria Gentile



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