ManfredoniaRicordi di storia

Manfredonia, pantaloni alla zuava e gonne a pantalone (54-56)

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Manfredonia – INDOSSAVO pantaloni alla zuava e un paio di stivaletti, com’era d’uso a quel tempo, ma immagino fosse più una preferenza paterna che una tendenza. Papà, infatti, aveva trovato convenienza in un certo rifornitore ambulante dei pescatori e che posteggiava sul marciapiede della villa, di fronte alla Stella, indicato dai paesani col nomignolo di “maradoss”.

Così abbigliato, mi scarpinavo ogni giorno il lungo tragitto che dalla casa in via Palatella conduceva al Mozzillo, dove ho frequentato prima e seconda media durante una breve permanenza a Manfredonia per l’itinerante professione paterna; il ciclo l’avrei concluso all’Oriani di Lecce, dove però non più ritrovai le stesse considerazioni dei professori e l’amichevole affezione dei compagni.

Cero, allora, nemmeno si pensava a uno scuolabus, o almeno alla circolare, e pertanto il risveglio al mattino doveva tener conto di quei venti minuti sprecati a camminare. Più delle volte, però, si tramutava in una sorta di marcialonga quando, dopo il ripasso dei compiti e la pur frettolosa ma concitata colazione (latte troppo caldo o troppo raffreddatosi, povera mamma!), il tempo rimasto era assai ridotto per essere in orario alla lezione.

Sui gradini della scuola c’era il temuto bidello che afferrava per orecchie il malcapitato ritardatario e lo conduceva in presidenza; bene che andava, era punito col non usufruire della ricreazione ma sovente col rimanere per un bel po’ in aula dopo il suono del campanello d’uscita. Un inciso per riflettere sull’episodio di mio fratello minore, che frequentava le elementari al Sacro Cuore: famiglia in allarme poiché era in ritardo di oltre un’ora dal consueto rientro. Fui spedito di corsa verso la scuola per capire che cosa poteva essere successo.

Mi introdussero nella sua aula dove lo ritrovai tutto solo, tremante e piangente, punito a restarci chissà fino a quando. Oggi, grazie alle leggi, non è certo possibile simili condotte da tortura; c’era però di peggio, generalizzati strumenti educativi, sia a scuola che in famiglia.

Non era solo il bidello a preoccupare: ogni aula aveva il proprio capoclasse, il quale, in attesa del professore, era incaricato di annotare sulla lavagna i nomi dei compagni indisciplinati. Il docente, appena entrato, rivolgeva una prima occhiata alla lavagna; se non c’era alcun nome elencato tra i “cattivi” e aveva sentito dal corridoio la classe in subbuglio, l’unico a pagare più di tutti era giusto il capoclasse. Ragione per cui, il poveretto, sovente, non poteva esimersi dall’essere additato quale “spia” dai compagni.

Non era permessa nessuna digressione, neppure a carnevale.

Quel giorno di martedì grasso, una nostra compagna entrò gioiosamente in aula ed ebbe l’ardire di lanciare coriandoli sulle nostre teste, provocando l’ilarità collettiva, influenzati dall’allegra ricorrenza. Fummo tutti obbligati a ripulire il pavimento dall’intervento autoritario e stizzoso del bidello; sul registro, poi, ci fu segnata una sfilza di miseri voti in condotta. L’unica a comprenderci e a perdonarci, se non si esagerava, era l’amabile professoressa di Lettere, signora Fedora Amicarelli.

Una volta, però, forse mai più, si arrabbiò nei confronti di un’alunna “insufficiente” poiché, nonostante ripetuti inviti, non era riuscita a incontrare uno dei suoi genitori. Maturò così l’idea che io, capoclasse, la accompagnassi a casa sua al finis e di invitare il padre o la madre a presentarsi con premura da lei. La novità dell’evento incuriosì la classe intera e pertanto mi ritrovai a incedere trepidamente entro un anonimo quartiere, in coppia con la poverina piagnucolosa in capo ad una processione di studenti ansiosi di conoscerne l’epilogo.

La madre non attese che arrivassimo alla porta, comprese la situazione, ci venne incontro e alle mie semplici e timide parole mi congedò frettolosamente con un “va bene, va bene…” e si rinchiuse in casa con la figlia tra gli sguardi allibiti del vicinato e la delusione dei compagni. Chissà che cosa si aspettavano e che cosa io mi aspettassi.

La professoressa era consorte dell’ufficiale Stocchetti responsabile del porto e una coincidenza volle che l’avrei ritrovato comandante dell’Arsenale a Venezia quando, questa volta per la mia carriera, fui dislocato nel Veneto. Di contro, avevamo il professore di Matematica, terrore dell’istituto, al quale pochi di noi e di rado riuscivamo ad articolare risposte alla lavagna. Alla fine dell’anno, m’investì verbalmente arrabbiato perché sarei stato promosso grazie al benevolo volere del collegio dei docenti ma se fosse dipeso da lui, sarei stato bocciato in pieno; in realtà avevo tutti voti eccellenti, eccetto le carenze nella sua materia.

Reminiscenza indelebile è che sollevai per un istinto gli occhi sulla parete dell’atrio, dove in grossi caratteri era riportato un verso del Cantico delle Creature di S. Francesco d’Assisi “Laudato sie mi’ Signore cum tucte le tue creature…”. Il professore seguì sorpreso il mio sguardo, fece un’incomprensibile smorfia e si eclissò. Spero che qualcuno non abbia avuto l’idea di ritinteggiarci sopra.

Alle medie leccesi, in ogni caso, allora famose per un’atmosfera severa, avrei trovato di peggio. Il docente di Lettere non volle mai credere agli ottimi voti che avevo ereditato dal Mozzillo di Manfredonia e fece di tutto per abbassarmeli. Roba da non crederci, risultai tra i primi in matematica e appena sufficiente in Lettere.

Ci fu però un episodio che non ho mai dimenticato.

A metà di un mattino, il professore decise di non interrompere la lezione per l’intervallo e la continuò imperterrito, aspettando che giungesse il docente della successiva materia, il quale giammai ci avrebbe donato parte del suo tempo perché noi studenti consumassimo la colazione.
A quell’età la fame è insostenibile e cominciammo a sbocconcellare il panino che avevamo già estratto dalla cartella e sistemato sotto il piano “portaoggetti” del banco. Il professore si accorse solo di me e, senza un minimo di rimprovero, socchiuse la porta, chiamò il bidello chiedendogli ironicamente se avesse fatto colazione. Al suo diniego, lo indirizzò al mio posto, dove avrebbe trovato da mangiare. E così seguii la mia pagnottella sparire fuori dell’aula tra le mani del bidello, non nuovo a tali eventi.

Oggi, per un simile comportamento, sia il docente sia il non docente sarebbero incappati in un’echeggiante denuncia; credo tra l’altro, però, che nessuno studente si arrenderebbe passando inerme il panino al bidello.

Tornando in tema M0zzillo, il percorso “ufficiale” per raggiungere la scuola era Corso Manfredi, che, dopo il Miramare e l’edificio elementare Ciano, il suo proseguo terminava tra rocce ed erba e dove essa si erigeva solitaria, da poco passata statale, forse proprio da quell’anno.
Se la memoria non m’inganna, dal “Polipo” partivo in compagnia di un Vittorio, il quale, poco più in là con gli anni sarebbe stato travolto dalla caduta di un muretto in zona Acqua di Cristo durante una giornata di intense raffiche di vento, fortunatamente senza irreversibili traumi.
La notizia aveva scosso l’intera cittadinanza.

Lungo la strada, poi, si associava Renzo, essenzialmente amico mio e compagno di compiti e di scorribande clandestine nella “lontana” Siponto, futuro dirigente scolastico, il cui papà aveva un’edicola nel corso all’altezza della piazzetta del pesce. Ogni giorno, prima di recarsi a scuola, si levava all’alba per andare a ritirare i quotidiani alla stazione o a consegnarli agli abbonati e non solo. Dopo la prematura morte del genitore, per mantenere la famiglia s’impegnò in prima persona a gestire la rivendita e, nonostante le fatiche, è riuscito a laurearsi e a dirigere un liceo. Doppiando Via Stella, ci raggiungeva il compagno Raffaele, dove aveva casa a un paio di usci dal corso, giusto dove avrebbero girato la scena dell’attentato nel film “Il sole scotta a Cipro”.

Ragazzo intraprendente e fu lui che in un miracoloso mattino di neve che cadeva con bei fiocchi, si alleggerì del maglione e rimase quasi a dorso nudo ai piedi dei gradini della scuola, per dimostrare un ardimento da “maschio” al cospetto delle compagne della nostra classe mista.
Molti di noi, presi da euforia, fummo costretti a imitarlo per non essere da meno.

Una stupidaggine?

Oggi, però, per documentarlo, l’ardimento, si rincorrono ben tre “super”, di tracannare cioè superalcolici, filare in auto a supervelocità e gironzolare oziosamente sino all’aurora con il solo fattore stimolante di superare la notte… e se basta pure. Tutte le ragazze erano amabili alla loro maniera, c’era la “mediterranea” Maria, che avrebbe dato origine a un rinomato negozio di pasta fresca con “giangularie”, e l’aggraziata brunetta futura mamma di un valente calciatore.

La classe mista restava tale anche durante l’ora di Educazione fisica e le compagne si presentavano virtuosamente vestite con camicette bianche e gonne a pantalone, di colore blu mi pare, ma che, essendo queste larghe abbastanza, lasciavano intravedere parti scoperte appena sopra il ginocchio durante i salti a lungo o in alto. Noi maschietti in pantaloncini, in attesa del nostro turno, ci accosciavamo innanzi alla pozza sabbiosa apparentemente indifferenti ma in realtà intenzionati a vederle ricadere con le gonne sventolanti.

Oggi il Mozzillo è asfissiato dagli edifici di un popoloso quartiere ma un passaggio a piedi intorno all’edificio non me lo sono fatto mai mancare durante i saltuari soggiorni e, sbirciando dall’inferriata lo spazio aperto del cortile, scorgevo la pozza sabbiosa ancora lì.
Anni fa, grazie alla presidenza e di un amico docente, riuscii a entrare in quell’aula che mi aveva visto studente un’eternità d’anni addietro e, sarà stata l’immaginazione, un’apertura temporale, ma sono convinto di aver notato la tacca che dal banco addossato alla parete avevo insistentemente, non volendo, lasciato su di essa con il mio stivaletto.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro – ferrucciogemmellaro@gmail.com)

Redazione Stato@riproduzioneriservata

Manfredonia, pantaloni alla zuava e gonne a pantalone (54-56) ultima modifica: 2014-11-07T12:07:20+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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Commenti


  • Michele


  • maria

    bello…………….
    ma siamo sicuri……………………………………..


  • Paki63

    All’inizio degli anni settanta frequentavo le elelemntari con il maestro Paride Perillo, ci distinguevamo dalle altre
    classi dal nostro fiocco tricolore su un grembiule nero.
    Credo che gli episodi di cui narra l’autore risalgono
    a 18, 20 anni prima, i metodi di insegnamento non
    erano cambiati molto, il maestro aveva ancora l’autorità
    di prenderti a calci nel fondo schiena ed a usare la
    la fatidica bacchetta, non quella magica.
    Non nascondo di aver assaporato anch’io quel tipo di
    coccole e per questo credo di essere nella posizione
    di poter dire che facevano male, ma era solo male fisico,
    che passava dopo 5 minuti, e giammai mi sognavo di
    andarle a raccontarle a casa perchè come si diceva una
    volta avevi il resto.
    Con questo tipo di educazione ho fatto il percorso di studi,
    sono cresciuto senza complessi e ho imparato il rispetto
    che si deve alle persone preposte all’educazione, alle
    persone più anziane, all’autorità leggittimamente costituite,
    e sempre lo stesso rispetto ed educazione non mi ha impedito di protestare per le cose che io credevo fossero
    sbagliate.
    Non so se centra niente con quello che ha scritto Gemmellaro, ma ho preso spunto dalla prima parte dell’articolo in cui si faceva riferimento ai metodi educativi molto severi e che oggi farebbero aprire ogni telegiornale e
    avere figli e genitori maleducati insesibili al bene comune,
    alcolizzati e drogati.
    Pertanto un saluto al mio maestro Paride che nonostante
    i calci in culo l’ho sempre stimato e quando lo incontro lo
    saluto con grande affetto.


  • Paki63

    Non avevo letto il tra parentesi del titolo dell’articolo
    che faceva riferimento agli anni.


  • L'anticristo si è fermato a Manfredonia

    Altri tempi, bei tempi.


  • rita fusilli

    Con grande emozione mi sono vista nella foto della classe in cui facevo parte, Grazie Ferruccio Gemellaro, ho un ricordo bello di te e di tutti gli altri miei compagni . Il mio vissuto a Manfredonia fa parte dei miei ricordi che piu’ ho in fondo al cuore vivendo adesso in un’altra citta’ del settentrione. Pero’ non manco di tornarci per ri edere il mio bellissimo paese e recarmi a visitare i miei genitori al cimitero.


  • GianBurrasca

    Chissà se hanno patito la punizione con la genuflessione con i ceci sotto il ginocchio e le bacchettate.

  • ciao Rita, che bello averti letto: anch’io ho un indelebile ricordo di te e della classe tutta.


  • AntonioAbbatescianni

    Bell’articolo, grazie. Il professore in foto è mio padre. Grazie ancora!


  • silvio costa

    Ho trovato questo articolo per caso, ma non sai il piacere che mi ha fatto: la professoressa era mia nonna (è venuta a mancare nel 2007) e mi ha sempre raccontato che grande affetto provasse per i suoi alunni e la passione per il suo lavoro.
    Sono una precisazione: l’ufficiale Stocchetti che nomini è il fratello della professoressa Fedora (Stocchetti). Amicarelli infatti è il cognome che assunse la professoressa quando sposò il tenente di vascello Raffaele Amicarelli, conosciuto appunto tramite il fratello Sergio Stocchetti.

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