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Scelte non contrapposte

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BRITTANY Maynard, califoniana, a capodanno del 2014 aveva ricevuto una diagnosi di tumore maligno al cervello. Tre mesi dopo era stata operata, ma il cancro era progredito e i medici le avevano dato pochi mesi di vita. Con un video su Youtube, l’annuncio del suicidio. “Voglio godermi ogni singolo giorno, circondata dalle persone che amo“. Dopo la morte, la famiglia aveva postato il racconto delle ultime ore della ragazza. “Ha deciso di andarsene in una piccola casa gialla che aveva acquistato a Portland, nell’Oregon“.

Il commento del Vaticano: Il suicidio assistito è “un’assurdità” perché “la dignità è un’altra cosa che mettere fine alla propria vita”. Così il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Carrasco de Paula che ha aggiunto: “Non giudichiamo le persone ma il gesto in sé è da condannare”. Ancora: “Quello che è successo nella coscienza noi non lo sappiamo. Noi scegliamo sempre cercando il bene, il guaio è quando sbagliamo. La coscienza è come un santuario in cui non si può entrare. Ma riflettiamo – ha detto de Paula – sul fatto che se un giorno si portasse a termine il progetto per cui tutti imalati si tolgono la vita, questi sarebbero abbandonati completamente. Il pericolo è incombente perché la società non vuole pagare i costi della malattiae questa rischia di divenire la soluzione”.

Poi la definizione dell’errore di Brittany: “Questa donna lo ha fatto pensando di morire dignitosamente, ma è qui l’errore, suicidarsi non è una cosa buona: è una cosa cattiva perché è dire no alla propria vita e a tutto ciò che significa rispetto alla nostra missione nel mondo e verso le persone che si hanno vicino”. Mina Welby, moglie di Piergiorgio e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, è intervenuta bollando come “ingiustificabili” le affermazioni del prelato. Concludendo: “In Italia abbiamo bisogno di una legge: la nostra proposta giace dimenticata in Parlamento”.

Mina Welby ancora dice: monsignor Carrasco e come lui molti altri, non comprendono è che il suicidio assistito o l’eutanasia non sono affatto in contrapposizione con le cure palliative e l’assistenza.

I dati di fatto mostrano che le cure di fine vita e il diritto ad una morte dignitosa possono coesistere e rafforzarsi vicendevolmente. Invece che ricorrere alla clandestinità. In Italia, accade il contrario. Le cure palliative trovano ostacoli di ogni genere in una sanità pubblica impreparata e senza strutture, mentre per l’eutanasia il legislatore gira la testa dall’altra parte. C’è una legge del 1999 che ha stanziato dei fondi per la costruzione di hospice pubblici: peccato che in molte Regioni questi fondi siano rimasti inutilizzati oppure messi a disposizione dei privati; di fatto la mancata gestione pubblica della rete determina una discriminazione nell’accesso alle cure”. Conclude la Welby.

Più hospice pubblici, facilità di accesso alle cure palliative e all’assistenza domiciliare; anche sul nostro territorio operano associazioni encomiabili nel loro lavoro con i malati terminali e le famiglie.Non è verosimile che “se un giorno si portasse a termine il progetto per cui tutti imalati si tolgono la vita, questi sarebbero abbandonati completamente.”. Investire seriamente nel pubblico, come nel privato sociale, sulle malattie degenerative, croniche e terminali è una risposta di comunità che, anzi, vuole dare rilievo alla dignità delle persone e alla dignità del morireanche. Una legge sul fine vita, con annesso dibattito serio in merito, in Italia urge. Perché non si può girare la testa dall’altra parte, perché ciascuno, e ciascuna famiglia, ha diritto a gestire il fine vita nel modo che ritiene più dignitoso e valorialmente consono e adeguato, perché la clandestinità non è accettabile.

E’ pur vero che quando balzano agli onori della cronaca casi eclatanti, Italiani o stranieri, si ha l’impressione che la maggior parte della gente tenda all’identificazione empatica tout court, senza un’idea più chiara della materia. Ad esempio, quanti sanno la reale differenza tra coma, stato vegetativo e morte cerebrale? Varrebbe la pena di saperlo; anche tutti quelli che sono fuori dai reparti rianimazione degli ospedali, intendo.

Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo lenuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono unsupplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona. Il punto delicatoè che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato. Non si può mai approvareilgesto di chi induce lamorte di altri, in particolare se si tratta di un medico. E tuttavia non me la sentirei di condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di un ammalato ridotto agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per se”. Lo diceva il cardinale Carlo Maria Martini, a lungo gravemente ammalato.

Il legislatore non può continuare a girare la testa dall’altra parte, l’opinione pubblica deve essere bene informata sulla materia e non reagire solo emotivamente, i servizi di assistenza cronica o terminale efficaci, capillari e “sensibili” e allora davvero si comprenderà che scelte differenti non sono per niente in contrapposizione.L’umano è complesso e differente per sua natura, sino alla fine.

(A cura della dottoressa Vittoria Gentile)



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Commenti


  • L'anticristo si è fermato a Manfredonia

    In questi casi oguno di noi deve poter decidere a proprio piacimento le scelte per la modalità del trapasso!

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