Cultura

Dauni Settentrionali (X) – Passaparola: nel Treviso gioca un manfredoniano


Di:

La custode delle biciclette - dal libro Usi e Costumi mondo trevigiano - di Ottorino Sottana-1979

Meolo – NON sono mai stato un gran tifoso di calcio, e di tutto lo sport in genere; si pensi che, avendo captato da uno zapping il nome di Manfredonia durante un incontro nazionale, per alcuni minuti, prima d’apprenderne la verità (il cognome del calciatore), andavo a convincermi che l’omonima cittadina, chissà per quale intorcinato campionato, giocasse con una squadra di serie A.

Da scolaro, nondimeno, mi ero cimentato come portiere, d’altronde ricercato per una incosciente tempestività, un’esperienza, infatti, finita male, immobilizzato sul lettino della cameretta per uno spigolo di palo conficcatomi nel ginocchio, e con tanti punti di sutura. L’unica volta che sarei rientrato in un campo sportivo accadde al Miramare, negli anni sessanta, durante un secondo e ancora temporaneo soggiorno a Manfredonia, e solo perché l’incontro era diretto da un mio cugino acquisito, convocato da Taranto.

La squadra di casa fu sconfitta – dal Giovinazzo, se rammento bene, ma si tratta di anni Sessanta – e la scalmanata tifoseria se la prese fatalmente con l’arbitro, che, tra una coreografia di fischi e insulti, dovette rifugiarsi nel mini che occupavo, scortato dalle forze dell’ordine, le quali decisero di piantonare il condominio sino a notte, inibendomi i due passi serali per il corso con l’ospite.
Particolare farsesco è che, il mattino, la sua auto non ne voleva sapere di ripartire. L’arbitro cominciò a imprecare contro i tifosi locali, convinto del sabotaggio, ma gli ricordai che era stato lui stesso, la sera innanzi, a togliere parte della calotta, per ovviare appunto a un cattivo scherzo.L’onore della città fu salvo ma qual lumicino sportivo, che ancora tremulava nel mio animo, si smorzò del tutto.

Si riaccese miracolosamente nel Veneto, anni Novanta, sebbene con un risvolto tra il campanilistico e il nostalgico, grazie al sipontino Di Bari, giocatore acquistato dal Treviso. Non avevo mai – e tuttora – seguito una cronaca sportiva in televisione, eccezione per i mondiali, eppure, allora, mi proposi alla ricerca di canali locali per seguire in diretta o in differita gli incontri della squadra; e solo per sentire pronunciare “Di Bari” dal cronista e per vederlo in opera. Ero accompagnato da un’inconsueta, o ravvivata, emozione sportiva e non certo per la squadra trevisana ma esclusivamente per le azioni del sipontino; infatti, quando era in panchina, cambiavo canale. Scoprii poi, che una buona percentuale di dauni e sipontini aveva preso quell’abitudine, qualcuno affacciandosi nello stadio come mai prima d’allora.

Appresi però troppo tardi della sua presenza e mancò l’occasione d’incontrarlo e presentarmi fuori casa, perché si trasferì altrove. Me ne spiacque assai giacché, guarda guarda la vita, avrei scoperto che è figlio di una compagna di classe del Mozzillo, ai tempi di quella veloce (due anni), ma indimenticata, mia prima permanenza a Manfredonia dovuta alla professione di papà. Abitavo in via G. Palatella, quindi con la famiglia d’origine, agli inizi degli anni Cinquanta, coetaneo e vicino di casa di quel Lucio che sarebbe poi divenuto il grande Dalla. Che il futuro cantante alloggiasse con la mamma in una pensioncina negli immediati dintorni è confermato in una raccolta di bozzetti manfredoniani pubblicata recentemente da Antonio Universi.

L’occasione di incontrare il suo concittadino Di Bari non sarebbe certo mancata a Giovanni, sottufficiale in servizio alla questura di Treviso, manfredoniano verace, che, sportivo com’era, aveva stretto duratura amicizia con un noto calciatore della squadra trevigiana. Giovanni, però, aveva già ottenuto la dislocazione verso casa, lasciando il ricordo della sua rettitudine e di una capacità professionale di rilievo. Lo avevo conosciuto per caso, anzi, fu lui a riconoscermi, addirittura alquanto discostati; mi stavo incamminando in Piazza dei Signori, dopo aver parcheggiato l’auto lungo il marciapiede (bei tempi di spazio, laddove d’isole pedonali non si parlava), quando, dai tavolini del Biffi sotto la Loggia, mi raggiunse un vivace richiamo “Manfredonia!”.

Un bar simbolo della Treviso vecia, il Biffi, destinato alla chiusura come tanti altri storici, prodromi dell’avvento di novità generazionali nella società globale, oggi incalzante dalle ceneri della crisi.


Giovanni non riusciva a togliersi dalla mente la sua città, pur avendo sposato una lumbard-veneta e fatto nascere quassù i due figlioli. Una nostalgia che avrebbe coinvolto tutta la famiglia: la sua compagna, infatti, vive la propria dimensione sipontina, piacevolmente integrata. Si sa, ma forse è un abusato luogo comune, che i forestieri, a Manfredonia, tendano a restarci, cinti dalla simpatia e dalle attenzioni che la gente mostra loro.

L’usanza, se è vero che s’imprime nell’animo dei popoli come in una sorta di genetica – tant’è che talvolta si affronta la questione giuridica del diritto alle tradizioni – l’ospitalità e l’accoglienza etnica dell’antica Siponto lievitano ancora nei suoi pronipoti manfredoniani. Un piccolo inciso fuori tema, riguardante le tradizioni, per rievocare, in un ipotetico lettore insofferente all’ostinazione di molte musulmane nel voler indossare il burka in paesi occidentali, quelle nostre ave che si mostravano in pubblico col volto eclissato dietro la veletta cascante dal cappellino e le nostre nonne che similmente si recavano in chiesa a viso celato, senza parlare poi nelle vedove del tutto avviluppate dal nero del loro abbigliamento, dai capelli ai piedi. Oggi, le moderne mammine hanno rimosso finanche il fazzoletto sul capo di fronte all’altare, ma le loro ascendenti se ne sarebbero scandalizzate assai, considerandole svergognate.

Tornando allo sport, è bene dire che a Treviso, come in ogni cittadina veneta, questa gran passione per il gioco del pallone, diversamente dal Sud, non è poi tanto sentita, esprimendosi piuttosto per ciclismo e basket. – Ti sei mai domandato – volle ribattermi candidamente un esperto veneto al quale ne avevo chiesto la ragione – perché la tifoseria calcistica è più che infervorata nel nostro meridione e nel sud delle Americhe? –

Al mio voluto mutismo, durante il quale andavo a meditare fin dove può spingersi un individuo prevenuto nei confronti del Sud, continuò imperterrito – Perché è lo sport nazionale dei paesi poveri e più lo sono più la loro gente è esaltata. – Poi, ecco che esplosero fatti di violenza allo stadio trevigiano – quindici agenti feriti un 9 novembre, ma già era accaduto qualcosa di simile nel 2000 – e avrei potuto ribattergli che, in sillogismo, la Marca sta tornando a impoverirsi.

Il ciclismo, qui il più amato, si nutre di una vecchia popolarità, che vede bambini, giovani e anziani percorrere le strade su due ruote. Un costume, dicono, ispirato dal vasto territorio pianeggiante che dal Piemonte scende alle foci del Po, simile, per molti versi, a quello olandese, specie in prossimità dell’Adriatico. Più che il terreno favorevole della pianura padana – altrimenti ci sarebbe stata omologia nel Tavoliere, nella Piana di Bari e in quella salentina – sono convinto che abbia tanto influito quell’immenso frazionamento urbano inesistente al sud, dove occorre invece percorrere chilometri e chilometri prima d’incontrare un centro limitrofo, fatte salve eccezioni napoletane e poche altre. Una frammentazione padana ad alta intensità abitativa – per questo, se non si è dei luoghi o non si sta ben attenti ai cartelli, è laborioso assimilare quando si entra in o si esce da un comune, una frazione o località, – che ha causato una pianificata ripartizione di plessi scolastici, servizi, aree commerciali, zone industriali e laboratori artigianali, discoteche, giusto per accontentare tutti i campanili.

Nel porre piede a Silea, alle porte di Treviso, con due figlie nei primi anni settanta, sperimentai immediatamente quel dover correre verso la direzione didattica a Lanzago, il calzolaio a Cendon, la sarta a Carbonera, la palestra di pattinaggio a Treviso, latte e uova a S. Elena; lo facevo in auto, nella logica acquisita altrove, poi, avrei preso l’abitudine, il mattino presto, d’inforcare la bicicletta per raggiungere la fermata del pullman che mi trasportava al lavoro. Alcuni colleghi, addirittura, arrivavano e ripartivano in bicicletta dal coneglianese, una quarantina di chilometri di pedalate quotidiane.

Le ragazze mi chiesero la graziella per essere libere d’andare e tornare senza disturbare il papà. Fuori della stazione ferroviaria e delle corriere, dei cinema, delle discoteche pomeridiane per minorenni, delle osterie, delle scuole, delle chiese, in una certa misura ancora oggi, nonostante l’epoca dei motorini e di un buon servizio pubblico, non era semplice contare il numero delle bici che attendevano i proprietari. Una vicina di casa, ottantenne, in qualsiasi stagione e clima, pedalava pacatamente verso negozi e parrocchia incrociando tantissimi suoi coetanei. A proposito di discoteche pomeridiane per minorenni, credo che l’organizzare servizi d’autobus per il trasporto degli adolescenti abbia persuaso molti genitori a concedere il sospirato permesso d’andarci.

– Se fossimo giù – ammise un pugliese – non avrei mai concesso che mia figlia andasse a ballare fuori paese, in macchina di chissà chi… con l’autobus è un’altra cosa. – Una praticità ecologica questa della bicicletta che ha conquistato i nostri e non è raro scorgerli gironzolare, soprattutto i festivi in gradevole compagnia di mogli e figli. – Sai – mi confessò Franco, originario di Troia – qui lo puoi fare, perché lasci la bici dove vuoi e la ritrovi sicuramente. – Egli, però, da buon meridionale, non ha mai tradito la quattro ruote, al contrario della moglie friulana.

In verità, nemmeno la presenza degli extracomunitari ha modificato granchè questa sicurezza, mentre lo è stato oltremodo per i furti negli appartamenti, per cui è raro scorgere ancora le chiavi infilate esternamente nella serratura, a mo’ d’invito per gli amici ad accomodarsi; ne avevamo parlato la volta scorsa.

(stesura storica novembre 2003)

(Nell’immagine: Parcheggio delle biciclette da Usi e Costumi \…\ del mondo rurale trevigiano di Ottorino Sottana 1979)

(A cura del dott. Ferruccio Gemmellaroferrucciogemmellaro@yahoo.it)

Dauni Settentrionali (X) – Passaparola: nel Treviso gioca un manfredoniano ultima modifica: 2011-12-07T11:28:07+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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