Cultura
A cura di Ferruccio Gemmellaro

Ritratti Tiziano Tintoretto e artisti veneti del XXI secolo


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Foggia. Villa Giovannina è un esempio di architettura veneta sorta al tramonto del XIX secolo. Il progetto fu affidato all’architetto Luigi Zabeo, noto in Trieste quale autore progettista del Palazzo Geringer delle Assicurazioni Generali. Committenti Giovanna Minto e Giovanni Uccelli. Dal 2006, dopo alcuni passaggi privati, la villa è passata all’amministrazione comunale di Villorba. L’edificio, circondato da un vasto parco oggi pubblico, è dovizioso di decorazioni ed è stimolante il soffitto del salone al primo piano.

Nell’affermare che questa esposizione di Villorba (Tv), in sede di Villa Giovannina, sia davvero originale non si pecca di troppa lode.

I curatori, Daniel Buso e Walter Zuccolotto, assieme a Giuliana Ericani e Ettore Merkel nel comitato scientifico, vi hanno operato con meticolosità nel proporre il periodo artistico che spazia dal XVI al XXI secolo, per collocare straordinariamente in un confronto ravvicinato alcuni ritratti di grandi del passato, quali il veneziano Jacopo Robusti detto “Il Tintoretto”, il trevigiano Paris Bordone, il bassanese Jacopo Da Ponte alias “Jacopo Bassano” e i cadorini Cesare e Tiziano Vecellio, con opere di giovani contemporanei, insomma un incontro tra ritrattisti del passato e del presente con prospettive futuribili.

La fotografia ha certamente oscurato la convenzione pittorica ma la nuova generazione, già dal secolo scorso, ha individuato un percorso che pur tenendo sovente fede alla tradizione, offre immagini innovative riconciliandosi col pensiero corrente. L’esposizione conta quattro sezioni: Ritratto Ufficiale, Ritratto di famiglia, Ritratto di genere, Autoritratto.

Certo, i ritratti appartengono alla storia, minima o grande che sia, alla società, e gli autori, antichi e moderni, si sono cimentati nel racchiudere nei soggetti e nelle composizioni la sintesi delle avventure umane.

Nella prima sezione, infatti, nella tela del Tintoretto “Sebastiano Venier Capitano Generale da Mar”, il settantacinquenne comandante della flotta veneziana, coadiuvato da Agostino Barbarigo, partecipe della vittoria a Lepanto e futuro doge, è effigiato in uniforme di battaglia, in posa fiera e con sguardo lucido, malgrado l’età, ma con una tenue nota di melanconia, forse il ricordo, volutamente accennato dal ritraente, dell’amico e compagno d’armi Barbarigo, caduto in battaglia.

L’immagine della “Gentildonna in abito rosso della fam. Barbarigo (?) già detta Violante” di Paris Bordone, raffigurata in atteggiamento civettuolo, è fonte di discussione poiché pare, tra l’altro, associabile a diversi ritratti di Violante, l’avvenente figlia del bergamasco Jacopo Negretti, detto Palma il Vecchio, e amante del giovane Tiziano.

Di Jacopo Da Ponte è presente il “Ritratto di Alessandro Campisano”, un giovanile bassanese docente di giurisprudenza, che osserva il visitatore con sguardo penetrante lievemente sghembo, a mo’ di superiorità confacente al suo ceto, indossante il saione sotto il lucco, ovverosia toga e mantello, emergendo da un fondo scuristico.

Tre grandi, quindi, ad accompagnare il destino artistico di Mattia Balsamini (1987) che esibisce il ritratto fotografico-digitale di “Bebe Vio” la campionessa delle paraolimpiadi, di Stefano Bullo (1985) con l’olio “Tronisti” dal cui volto cangiante traspira tutta il suo sentire beffardo per gli spettacoli televisivi chiaramente insulsi ma ugualmente riproposti poiché ricercati da una fascia di teleutenti. Opere entrambe dal sapore di Pop-Art.

Poi ancora di Walter Davanzo (1952), il più anziano dei moderni presenti, che con la tela in tecnica mista “Royal Wedding” apre una coreografia onirico-impressionistica in radice fotografica, in cui la cromia evanescente dei personaggi è plasmata in grigio rispetto alla coppia principesca lui in rosso e lei in giallo. Infine, del regista Giulio Boato (1988) il quale, nel cortometraggio “Jean Fabre Beyond the Artist” in chiave di realismo, ritrae il sessantenne belga artista visivo durante il suo lavoro.

In seconda sezione, Cesare Vecellio, figlio di Ettore cugino di Tiziano, nel “Ritratto di Giorgio Piloni con il figlio Odorico (?)” mostra un distinto sessantenne con accanto il presunto discendente; l’adulto è in ambito scuristico mentre il bimbo è irradiato di più luce e dalla finestra a lui sovrastante appare lo scorcio di vegetazione a ridosso di un fiume e il tutto si spalanca in estremo livello verso un agglomerato urbano non riconoscibile. Giorgio Piloni apparteneva a una facoltosa famiglia bellunese, assidua committente dell’artista.

Al cospetto di Cesare Vecellio si susseguono Alessandro Bedin (1976), concettualista, con la stampa fotografica matt-bright “My parents” in cui le figure appaiono in trasparenza da uno spazio sigillato, nel significato per l’osservatore di cercare e trovare ciò che vuol vedere; Fabio Ranzolin (1993), qui installazionista concettuale, con “Mio padre è sempre stato un uomo senza fede”, composizione cubica minimalista di listelli impilati, divelti da un vecchio parquet, tenuti assieme da un paio di cinture usurate. L’impianto cela nel suo imo l’anello nuziale del padre, la tropologia della fede dissociata dal genitore.

Giunti nella terza sezione “Ritratto del genere”, essa, con formula concettuale e allegorica, è del tutto dedicata ai contemporanei. Antonio Guiotto (1978) s’ispira al biblico Adamo ebraico, Golem, fatto di terra e animato da Dio. All’opera, pertanto, è dato il nome di Adam(à), un gioco lemmatico ipocoristico dove Adam è l’uomo e Adamà la terra. L’alito che lo anima è qui “soffiato” dall’energia tecnologica.

Pamela Breda (1982) in un vecchio casolare scampato alla furia del Vajont aveva scoperto, restandone polarizzata, quattro scarpe tutte spaiate con le quali, dopo aver fatto realizzare da un ciabattino quelle mancanti, ha creato l’opera “Re-make” qui in esposizione. Quattro paia di scarpe da riconsegnare virtualmente ai legittimi possessori, in una sorta di flash-back riordinativo della memoria devastata.

Di Marco Disarò (1982) è in visione “A.Social”, stampa fine-art per interpretare una condizione giovanile d’oggi, i cui volti sono distinti esclusivamente mediante i social. L’opera mostra un volto rischiarato in un contesto buio.

Serena Osti (1985) con quattro brevi video “La noia” va ben oltre poiché vuole evidenziare, a loro insaputa, il comportamento e la postura di giovani tediati, in perdurante attesa di essere chiamati per una intervista sulla noia, che mai avverrà, La tela “Prospectus sea with clouds” elaborata da Riccardo Costantini (1981) offre infine una coreografia realistica di bagnanti in battigia; dai portamenti individuali si potrebbe ricavare delle storie. Dall’immagine traspare comunque una vena nostalgica di fotografia.

Ed ecco, nella sezione finale Autoritratto, il “San Girolamo penitente” di Tiziano Vecellio. La tela pare non indicata nella semantica di questa mostra ma lo è individuando nel volto del santo le fattezze di Tiziano.

Al seguito del Tiziano, si contano espressioni e installazioni psico-concettualistici, in cui i soggetti delineano gli stessi autori o le loro proiezioni. Andreas Senoner (1982) è con la scultura in legno “Deep Sleep”, materia oramai significativa del suo lavoro, qui in custodia vitrea. Nel sonno profondo sarebbe ricaduto il capo umano riprodotto, dal quale si riparte una sorta di antenna a certificare la ricezione di sogni che forse gli giungono da ignote fonti.

Marco Buziol (1975) presenta la stampa digitale su vetro “Equilibrio esteriore”. Immagine d’impressione tridimensionale, sorta di scultura mentale per trarne gli elementi di equilibrio tra teca e spirito, utile per il benessere. Di Elisabetta Di Sopra (1969) scorre il video “Legami”, dove una donna nuda, visibilmente seduta, regge sulla propria natura di femmina un cuore figurativo che infilza senza soluzione di continuità alla maniera di cucito con filo rosso. Una metafora a indicare che l’amore non può essere estraneo alla sofferenza.

Da una performance di Andrea D’Arsiè (1996), rimane il rettangolo di specchio appoggiato alla parete, sul quale è riprodotta la didascalia “Sarò sempre troppo ingenuo”, una sorta di mero autoritratto verbale.

Chiara Tubia (1982) con la stampa pigmentata “I am present?” auspica una confluenza ideologica di elementi già considerati incompatibili, a beneficio di comuni bisogni pratici e, nello specifico, una insiemistica o mutuazione fra religioni diverse.

Antonino Busà è con la tempera all’uovo “Contrapponibili ossimori”. Il ritratto del volto maschile disperato narra di aver egli risolto in sogno il mistero dell’ordine celeste e morale dell’uomo ma che al risveglio il tutto sarebbe stato cancellato nella mente. Il significato che l’umano può oltrepassare frontiere invalicabili dalla coscienza ove si alieni dalla propria teca. Una teoria questa descritta dall’Omologismo in riferimento artistico-culturale.

Francesca Piovesan (1981) dipana la performance e installazione “Ottocentoventisette”, una teoria iconografica che racconta la sua pianificazione di giungere a tratteggiare sulla propria pelle 827 immagini, annotazioni, conteggi, promemoria e altro, nell’intento di ostentare la correlazione tra il proprio corpo e il mondo che lo circonda. La differenza con Busà, in una visione omologistica, è che il primo tende a un “mondo altro”, fonte di creazioni originali date da istintive spinte energetico-spirituali, mentre Piovesan resta saldo nel “mondo questo”, a soddisfare l’attestatasi opzione energetico-muscolare.

I Santissimi – Sara Renzetti (1978) e Antonello Serra (1977) – espongono l’installazione scultorea “Migrants – Self Portrait”, due torsi umani così verosimiglianti da trasmettere inquietudine – testa, petto e braccia – appollaiati su una sorta di trespolo. Modelli, questi, a detta degli autori, dell’eccesso, degli esercizi mentali, delle poesie visive.
Di Marzia Avallone (1985) si evidenzia l’installazione “In Carne Sancti”, segmento questo del progetto “In Carne Sancti, il chiasmo degli sguardi”. L’allegoria tratta il dramma delle sofferenze terapeutiche, richiamandosi alle torture di San Sebastiano, che l’autrice vuole però ricondurre in un percorso positivo, esaltante, del trattamento medico anticipatorio del risanamento.

Dario Lazzaretto (1975), in chiusa descrittiva, si pone con l’installazione “M.O.A.N.” su ispirazione della citazione gandhiana “Ogni sera vado a dormire e muoio”, Una branda con coperta e guanciale donde si diffonde un respiro grosso, un russare con apnea. Si tratta della registrazione durante il sonno dello stesso autore, una sorta di esorcizzare la naturale difficoltà di quiete in ogni aspetto della vita. FG

Ritratti Tiziano Tintoretto e artisti veneti del XXI secolo ultima modifica: 2017-12-07T12:33:20+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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