Manfredonia

Devanna su eolico offshore Corriere della Sera: no a disinformazione

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Impianto eolico (archivio - ftvlec@)

“SCORGO un’implicita adesione dell’articolista agli impianti eolici offshore. Trovo che così questo sia un contributo parziale all’informazione sul tema e forse anche una disinformazione.

Le aziende che operano cercano il loro interesse, ma ove questo cozza con altri interessi per categorie di soggetti che pure vivono sul mare, sul paesaggio, sul turismo, il conflitto diventa una prepotenza gratuita, una fonte di incoerenze e di danni enormi di cui le aziende interessate all’energia non si curano minimamente.

Il Ministero dell’Ambiente, perciò, dovrà essere ben più cauto sul tema, anziché concedere permessi devastanti per il paesaggio e per il turismo, che restano una delle più grandi industrie del Paese. E’ esemplare al riguardo, in negativo, la vergogna di ipotizzare a poche miglia dalla costa nel Golfo di Manfredonia una massa sterminata di pale eoliche, davanti alle bellezze del Gargano che sono fra le bellezze più interessanti al mondo turisticamente, solo pochi mesi dopo che si è inaugurato il grande e bello porto turistico ‘Marina del Gargano’.

L’articolista avrebbe reso un miglior servizio al Giornale ed ai lettori valutando ogni aspetto per una tematica così coinvolgente per un territorio come il nostro”.

Così replica l’Architetto Carlo Devanna di Manfredonia sull’articolo del Corriere della Sera “Eolico offshore: in Europa a gonfie vele. Ma in Italia stenta“,a firma di Roberto Rizzo, pubblicato in data odierna e che si riporta integralmente.

http://www.corriere.it/ambiente/14_gennaio_05/eolico-offshore-europa-gonfie-vele-ma-italia-stenta-8d8d66e4-762a-11e3-b130-d13220de9ace.shtml

IL TESTO. L’eolico offshore in Europa non conosce la crisi, visto che la nuova capacità installata nella prima metà del 2013 è stata infatti doppia rispetto allo stesso periodo del 2012. Al 30 giugno scorso in Europa erano connesse alla rete 1.939 turbine marine, per una capacità di 6.040 MW in 58 impianti distribuiti in dieci Paesi.

In base alle stime di Ewea (European Wind Industry Association), la potenza al 2020 potrebbe raggiungere i 40 GW e soddisfare il 4% della domanda europea di elettricità. Per il 2030 si parla addirittura del 14%. Ma non tutti i tecnici del settore sono convinti che il futuro dell’eolico offshore sarà così roseo.

London Array, il più grande parco eolico offshore del mondo

DUBBI – Uno fra di essi è Jim Platts dell’Università di Cambridge, che in un recente articolo pubblicato sul portale accademico inglese The Conversation ha espresso seri dubbi sulle reali possibilità di ridurre i costi di installazione dell’eolico offshore, oggi circa doppi rispetto all’eolico a terra.

«Dopo più di un decennio di sviluppo industriale, il numero di turbine offshore cresce in maniera erratica, senza uniformità e standardizzazione. Gli sviluppatori usano differenti tecnologie in Paesi diversi, con progetti non correlati fra di loro e non è certo questa la strada per rendere più competitiva questa fonte e favorire le economie di scala», scrive Platts. «Realizzare gli impianti in mare è assai costoso e lo sarà anche in futuro. L’eolico offshore rimane al più un ambito di ricerca e sviluppo: è un mercato di nicchia, pregno di difficoltà tecniche».

TECNOLOGIA GIOVANE – «Platts ha un approccio che si discosta di molto da quello che è il reale potenziale di sviluppo dell’eolico offshore», commenta Alessandro Totaro, responsabile settore eolico di AssoRinnovabili.

«Diversi studi mostrano come nel medio periodo sarà possibile ridurre i costi della tecnologia dal 30 al 40%, operando sul lato delle fondazioni e riducendo l’uso dell’acciaio, questo ovviamente senza intaccare la sicurezza. Dell’articolo di Platts bisogna prendere per buono che i costi siano elevati, ma questo è vero per tutte le tecnologie agli albori, che proprio per tale motivo devono essere aiutate nella loro maturazione».

POCO PIÙ DI VENT’ANNI – Il tema di un’industria che sta muovendo i primi passi è condiviso da Michael Hannibal, responsabile a livello globale del settore eolico offshore di Siemens, fra i maggiori operatori al mondo in questo ambito.

«L’eolico in mare è un’industria molto giovane: è stata proprio Siemens a installare la prima centrale eolica offshore in Danimarca nel 1991, soltanto due decenni fa, con l’impianto di Vindeby, che è pienamente operativo ancora oggi.

Siamo stati uno degli attori più importanti nel passaggio da un’industria immatura a una più solida, che nei prossimi anni diventerà assolutamente competitiva con le altre fonti energetiche. Il costo del MWh prodotto dall’eolico offshore è diminuito del 40% per decennio negli ultimi 20 anni, un risultato eccezionale per un’industria così giovane, e dobbiamo anche ricordare che altre fonti, come il nucleare, godono di incentivi non altrettanto trasparenti quanto quelli delle rinnovabili: sarebbe necessario fare un vero confronto».

PARCO GIGANTE – Siemens ha realizzato il parco eolico offshore più grande al mondo, il London Array, formato da 175 turbine da 3,6 MW, inaugurato lo scorso luglio in prossimità dell’estuario del Tamigi, a circa 20 chilometri dalle coste del Kent e dell’Essex (Regno Unito). Con una potenza complessiva di 630 MW, l’impianto è in grado di soddisfare il fabbisogno elettrico di 500 mila famiglie inglesi. L’azienda fornirà le turbine anche per il primo impianto eolico offshore di tipo commerciale degli Stati Uniti, che entrerà in funzione nel 2016: 468 MW complessivi a 20 km dall’isola di Nantucket, nel Massachusetts.

POTENZIALE DI MIGLIORAMENTO – Oggi il MWh prodotto dagli impianti nel mare del Nord costa circa 140 euro e l’obiettivo dell’industria è stare sotto i 100 euro per megawattora nel 2020. Ma affinché questi valori si possano concretizzare, secondo Ewea saranno necessari una cornice legislativa favorevole e ulteriori miglioramenti nella tecnologia, soprattutto per quanto riguarda le fondazioni e la realizzazione di turbine in acque profonde (oggi le tecnologie consentono di sfruttare fondali di 50 metri al massimo di profondità).

«Fino a un certo livello, è vero che c’è una mancanza di standardizzazione», spiega Hannibal. «Germania e Regno Unito dovrebbero cooperare di più per armonizzare le loro linee guida e i processi autorizzativi e per creare standard comuni, come nel caso della connessione alla rete elettrica. Questo sarebbe uno spunto positivo per far diminuire i costi di installazione».

IN ITALIA – «In Italia per ora è stato autorizzato un solo progetto che è possibile definire realmente in mare, proposto da Mediterranean Wind Offshore (Gruppo Termomeccanica), da 136 MW nel golfo di Gela con turbine da 3,5 MW», afferma Totaro.

La Valutazione d’impatto ambientale è stata rilasciata dal ministero dell’Ambiente nel 2012, ma il progetto è bloccato a causa di un ricorso al Tar da parte di alcuni Comuni dell’area interessata. Gli altri progetti italiani in mare sono di tipo near shore, come quello da 30 MW in Puglia, che ha vinto la prima asta eolica a fine 2012».

Fra gli altri progetti italiani, c’è da segnalare quello proposto da 4Power al largo di Rimini, con l’adesione concessa in via informale dall’assessorato al Turismo della Regione Emilia-Romagna. «Confrontare i costi dell’offshore nei mari del Nord Europa con quelli del Mediterraneo è difficile, primo perché nei nostri mari non sono stati ancora installati impianti e, secondo, perché non conosciamo con esattezza i costi di permitting», afferma Totaro.

INTERESSE BASSO – «Sono tanti i motivi per cui l’interesse in Italia per l’eolico offshore è basso. Innanzitutto, le caratteristiche dei fondali marini, molto ripidi soprattutto sulla costa tirrenica, che gode di un potenziale maggiore rispetto a quella adriatica. Nel loro complesso le ventosità medie delle nostre coste non sono allettanti come quelle del mare del Nord, tranne che in Sicilia e sulla costa occidentale della Sardegna.

Ci sono poi elementi come la mancanza di linee guida nazionali, l’incertezza normativa (nazionale e locale), la scarsa accettabilità sociale (la vocazione turistica delle nostre coste è senz’altro maggiore di quella nel Nord Europa).

Il contingente previsto nelle aste per l’eolico offshore era di 650 MW, ma questo valore si è dimostrato troppo elevato: allo stato attuale, sarebbe quindi opportuno dirottare questo contingente verso ambiti più affollati, come l’eolico onshore».

(A cura di Roberto Rizzo)

Redazione Stato



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Commenti


  • gionnyjolly

    Lettore del Corriere della Sera (o del Nord e relative lobby legate agli impianti eolici?):Anc’io leggendo l’articolo di fondo del Corriere ho fatto una simile deduzionw.Mi chiedo e chiedo al Corriere ed i suoi adepti:Perchè al Sud ed alla Puglia in generale sono destinate industrie sporche o deturpanti?Perchè gli impianti eolici,che in parte ,hanno già deturpato paesaggi collinari pugliesi e storici,non l’impiantano nelle regioni del Nord,dove di venti,a dire il vero ,non manca?Perchè al Sud ed in Puglia,la maggior produttrice di Energia elettrica in Italia,se non sbagli,si continuano a deturpare le campagne e le piazze di città,tipo Manfredonia, con pannelli fotovoltaici,a favore delle Aziende agricole del Nord?Forse i nostri contadini,cafoni erano e cafoni vogliono restare,anche a danno del tessuto lavorativo del Sud?Le domande sono troppe,e mi chiedo:In tutto ciò le colpe della POLITICA,a tutti i livelli e di tutti gli orientamenti,quali sono?Rispondete se potete,cari,per modo di dire,politici!


  • matteo

    L’arch Devanna è contrario. L’arch Sammarco del Comune di Manfredonia è favorevole? (secondo il lettore, dato non confermato,ndr). Il indaco stà in mezzo. Direi di sentire il parere di due ingegneri e di due geometri e mettere il tutto a votazione per alzata di mano. La maggioranza stabilirà se a Manfredonia ci dovrà essere l’eolico o meno.

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