Cultura
Treviso Ca’ dei Carraresi sino al 10 aprile 2016

EL GRECO in Italia (metamorfosi di un genio)

Nell’isola convivevano e si amalgamavano le due culture europea e orientale per cui era sorto un particolare patrimonio linguistico e tradizionale post-bizantino e che impregnava l’arte in generale

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Meolo. L’esposizione trevigiana in Ca’ dei Carraresi, meglio definirla europea, raccoglie venticinque opere, alcune inedite del grande artista, ovvero per la prima volta esposte al pubblico. Doménikos Theotokópoulos nacque nel 1541 a Heraklion, allora chiamata Candia capitale dell’isola greca Creta, dominio della Serenissima dal 1204 dopo che l’avevano strappata a una sorta di emirato che si reggeva con la pirateria; sarebbe poi passata all’impero ottomano nel 1669 e Candia avrebbe mutato toponimo nel turco Kandiye. Nel 1913 dopo un breve periodo di indipendenza passò alla Grecia. Il nome Candia, infatti, viene dall’arabo al-khandaq che significa “il fossato” e sarebbe l’omologa del toponimo Foggia che deriverebbe dal latino fovea, cioè “fossato”.

Nell’isola convivevano e si amalgamavano le due culture europea e orientale per cui era sorto un particolare patrimonio linguistico e tradizionale post-bizantino e che impregnava l’arte in generale. Del periodo cretese, infatti, appartengono in siffatta tecnica Domitio Virginis (cattedrale di Ermopoulis), San Luca ritrae la vergine col bambino e L’adorazione dei Magi (entrambi al Museo Benaki di Atene). Nel ’67, ad appena ventisei anni era già a Venezia, nella capitale di quella vasta repubblica multietnica e ospitale, dove sarà riconosciuto quale artista, il primo gradino della sua ascesa nei dieci anni italiani. Di questo periodo italiano è una Veduta del Monte Sinai, Trittico di Modena in collezione oggi nella Galleria Estense di Modena. Il momento veneziano sino al ’70 è testimoniato da opere di formato ridotto a soggetto religioso quali un’Adorazione dei Magi (Museo Galdiano di Madrid), Adorazione dei pastori (Museo di Frederikssend), La Deposizione nel sepolcro (Gallery of Greece di Atene), Le Stimmate di San Francesco (Istituto Sant’Orsola Benincasa di Napoli), L’Ultima cena (Pinacoteca di Bologna). Un’espressione artistica la sua che evidenziava una “religiosità di confine” dove cioè si articolano elementi cattolici e ortodossi. Infatti, germinò come pittore d’icone bizantine per poi riversarsi nel manierismo, pungolato dal confronto con le botteghe di Tintoretto, Tiziano, di cui frequentò la scuola, e di altri celebrati artisti coevi quali Bassano e Veronese.

Nel ’70 partì per Roma e quasi certamente dopo aver visitato alcune città venete, romagnole e toscane. Nella città dei papi, il “candiotto allievo del Tiziano” fu introdotto presso il cardinale Farnese da Giulio Clovio, fiduciario del porporato e nipote del Clovio capitano della Serenissima. A Roma, adottato dalla cerchia del Farnese, sarebbe stato identificato con El Greco e individuò a riferimento il colto bibliotecario, e segretario del cardinale, Fulvio della famiglia degli Orsini. Per conto di tale nobile dipinse ben sette opere tra le quali il capolavoro Ritratto di Giulio Clovio, conservato oggi a Capodimonte, che risente del Tiziano e della vicinanza con gli artisti conosciuti a Venezia. Del periodo romano fanno testo La cacciata dei mercanti dal tempio dipinto subito dopo il suo arrivo, di richiamo alla Controriforma, il primo di sei versioni, due in Italia e quattro in Spagna, Cristo guarisce il cieco (Galleria nazionale di Parma) e Annunciazione (collezione privata a Madrid) databili tra il ’71 e il ’76. Fu a Roma che certamente restò affascinato dal gruppo scultoreo “Laocoonte”, del I sec aC, rinvenuto nel 1506 e custodito in Vaticano.
Il marmo raffigura il mitico sacerdote troiano divorato assieme ai figli da una coppia di serpenti marini, punito dagli dei per aver dato l’allarme alla vista del colossale cavallo di legno dono dei greci.

Un fascino che lo condurrà nel nuovo secolo (1610 – 14) a dipingere, tra altre mirabili opere, quel suo imponente Laoconte, oggi proprietà della National Gallery of Art di Washington. E fu a Roma, al cospetto del “Giudizio Universale”, che osteggiò l’ordine e quella maniera di coprire con le “braghe” le nudità michelangiolesche per mano di Daniele Ricciarelli detto da Volterra alias Braghettone appunto, imposto a seguito del Concilio di Trento che aveva proibito ogni nudità nell’arte religiosa. Un’indigesta critica che gli valse il disamore dei Farnese, l’inimicizia con gli artisti che li attorniavano, tra essi Giorgio Vasari, e un calo sulle commesse, pertanto si pose come miniaturista iscrivendosi con tale mestiere all’Accademia di San Luca. Nel ’76 raggiunse la Spagna, a Toledo, dove ritrovò tramite il Marchese di Villena lo spazio e una degna clientela per la sua produzione. El Greco, ancora, non manca di stupirci per quella sua capacità di essersi articolato geograficamente in una metamorfosi fucina di quei capolavori che ci ha lasciati, in tecnica sia bizantina e post-bizantina sia manieristica.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro, storico critico, Meolo 08.02.2016)



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