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La canotta del Senatur

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La canotta del Senatur (Vignetta U.Romaniello)

Foggia – NON so se la canotta del Senatur sia la stessa che indossò 15 anni fa, quando ci fu lo storico incontro in Sardegna con Berlusconi. Il colore è lo stesso, la forma e il tessuto sono da verificare.

Ricordate? Correva l’estate 1994.

Qualche mese dopo ci fu il famoso ribaltone, dove la chiacchierata Forza Italia e l’emergente AN erano in minoranza con Lamberto Dini a Palazzo Chigi, sostenuto esternamente dal Carroccio. All’epoca Umberto Bossi era alla ricerca del cavillo politico per farla pagare al Cavaliere, reo di avergli portato via molti voti nelle regioni a lui più care. Ora non c’è questo pericolo ma incalza quello che il Carroccio sia contagiato dal correntismo dei partiti di Governo.

La Lega Nord, a quanto pare, negli ultimi mesi ha ingranato la quarta a un motore revisionato e dai cavalli sfiancati. Una volta si muoveva su un carroccio, ma i tempi cambiano in barba a quell’Alberto da Giussano che se fosse in vita non esiterebbe a disconoscerli. Il partito degli omini in verde sta premendo sull’acceleratore per riportare a regime quel numero di giri, nel caso si voti, che un tempo lo traghettò da Pontida a Roma Capitale. Al volante c’è sempre lui, Umberto Bossi, mentre al suo fianco si alternano navigatori che interpretano a modo loro le carte di navigazione.

Oggi alla destra del Senatur c’è Calderoli, domani Maroni, ieri c’era Castelli, mentre Borghezio (ve lo raccomando quello…) cerca sempre di farsi posto riportando alla luce le idee natie del prof. Miglio. Idee che gli stessi commilitoni del “ce l’ho duro” definiscono di una politica atavica, ma che in realtà non hanno mai smesso di adorare trasformandola a proprio uso e consumo nei momenti di riserva. A quanto pare, questa gente di palude non vuol far uso di quel “navigatore media-satellitare”, quella guida che infondo sorregge la coalizione cui fanno parte.

Non v’è dubbio che la Lega soffre un’alleanza forzata per il potere. E quando parlo di Lega mi riferisco a quel partito che il “popolo padano” ha voluto che nascesse, non quello dei leader che bivaccano a “Roma Ladrona”. Quel popolo oggi vuole la Padania, l’utopica fanta-geo-politica regione di un’Italia costipata da manovre governative suicide e da altrettante idee territoriali antigaribaldine.
Due pesi, due misure, come da sempre accade quando la politica partitica conferisce poteri, non quelli voluti dal popolo.

Alla faccia della democrazia, signori miei!

Colpa di una legge elettorale coniata a misura d’uomo piuttosto che per il benessere della collettività. Insomma, Umberto Bossi si è ripresentato al popolo italiano (e forse non solo) in canotta bianca.

Propaganda? Avvertimento? O semplice caldo corporeo?

Nei tre casi, comunque, Bossi ha lanciato un segnale rivolto ai suoi delfini e al suo storico alleato: a Calderoli, presumo, affinché continui nella sua opera di semplificazione governativa che finirà nel ridurre ai minimi termini un paese prossimo al collasso; a Maroni, sempre più scalpitante, invitandolo a ruminare ancora l’erba romana e concimare quella padana; al Cavaliere, non più “nocchiero ad honorem” del Carroccio ma “gnoccato” dal piacere e dal peccato, di accondiscendere a qualche sua proposta per non rimettersi in canotta.

Una cosa ipotizzo: manca poco che il Carroccio venga spinto da muli che da cavalli di razza, speronato da quel popolo che un tempo gli forniva puntualmente biada fresca. Tuttavia, Bossi indossa la canotta, l’ha mostrata in pubblico: speriamo che in questi vent’anni di leadership l’abbia fatta lavare e stirare sempre dalla massaia padana, per non rimanere ora improvvisamente in brache di tela.

nicobaratta@alice.it



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