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V.Rizzi: la guerra globale contro la biodiversità


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Di seguito un articolo di Vincenzo Rizzi, naturalista oggi impegnato in politica come consigliere comunale a Foggia. Buona lettura e profonda riflessione.

SPESSO capita di registrare domande del tipo “Ma per quale ragione dobbiamo preoccuparci dell’estinzione di una specie?Ci sono molti modi di rispondere, ad esempio potremmo immaginare le specie come una biblioteca, dove attraverso la lettura degli oltre 50 milioni di libri riusciremmo a comprendere i tanti misteri legati alla vita. Forse qualcuno ostinato però potrebbe controbattere che sarebbe come voler conservare tutte le edizioni difettose di un dato autore, ad esempio Pirandello…. A questo ostinato si potrebbe rispondere che in un cromosoma di un topolino ci sono più informazioni di tutte le edizioni dell’enciclopedia Treccani messe insieme. Tenuto conto che sulla terra probabilmente sono vissute 5 a 50 miliardi di specie e che attualmente ne sopravvivono da 5 a 50 milioni (cioè meno del 1%), che l’uomo, la specie più recente, ha attivato la sesta estinzione di massa e visti gli attuali tassi d’estinzione, è probabile che gran parte delle restanti specie si estinguerà nel giro di 1-2 secoli. Purtroppo è evidente che c’è ancora una incapacità di comprendere la gravità di quanto stia succedendo, se ancora oggi c’è gente che può pensare che sia un sacrilegio chiedersi se le 626 opere di Mozart non siano troppe, ma può invece domandarsi se abbiamo veramente bisogno di 100 milioni specie”.

Anche in risposta a quanto scritto in premessa, e in risposta agli organizzatori del Game Fair Italia, nel Parco Nazionale del Gargano, mi sono ricordato, con qualche giorno di ritardo, che nello zoo di Cincinnati, alle 17 del pomeriggio del 1° settembre 1914 all’età di 29 anni moriva Martha.

La domanda spontanea è “Chi era Martha?” .La risposta è semplice: Martha è la dimostrazione concreta che la guerra infinita alla biodiversità può (purtroppo) essere vinta dall’Uomo.

Ma oltre i simbolismi, chi era materialmente Martha? Marta fu l’ultimo esemplare di colombo migratore (Ectopisters migratorius), la specie di uccello più numerosa sulla Terra. Si stimava che da sola essa superasse il 40% del numero di esemplari totali di uccelli del nuovo continente. Alexander Wilson, che era un valente naturalista, ci ha lasciato un’importante testimonianza che ci racconta l’imponenza e la forza di cosa doveva essere poter vivere lo spettacolo della migrazione del più grande piccione dall’inconfondibile colore grigio sulla testa e sul dorso, con il petto macchiato di rosa che tendeva al bianco sul ventre, il becco nero, le zampe rosse e gli occhi arancioni.

Il suo areale principale corrispondeva a tutta la parte centrale e orientale degli Stati Uniti, fino al golfo del Messico mentre a nord comprendeva anche il Canada.

Tornando agli studi di Wilson, egli nel 1800 osservò uno stormo che si spostava tra il Kentucky e l’Indiana che valutò di una lunghezza di 390 Km con una larghezza di oltre un km e mezzo. Egli stimò, per difetto, che tale stormo contenesse non meno di 2.230.272.000 di uccelli. Pertanto è lecito pensare che questi uccelli potessero consumare una quantità pari a circa 633.690 m3 di semi e nocciole al giorno.

Anche il noto ornitologo e illustratore naturalistico James Audubon nel 1813, durante un viaggio che lo stava riportando a casa a Louisville sul fiume Ohio nel Kentucky, dopo che aveva percorso circa 88 Km. si trovò quasi in trance ad ammirare la vista di un incredibile spettacolo come la migrazione della colomba migratrice. Da bravo artista estrasse il suo fedele taccuino e cercò di immortalare quel momento di stordimento, circondato da milioni di uccelli in volo, mentre il cielo improvvisamente si oscurò malgrado fosse mezzogiorno, per cui sembrava di assistere ad una eclissi totale, in realtà era uno stormo di colombi.

Probabilmente Audubon poté osservare l’avvicinarsi dei rapaci allo stormo, che reagiva compattando i ranghi come a formare un’enorme unica massa. In un immenso fluire vitale, un ordinato brulicare di esseri che si butta ora in cielo ora verso il suolo, formando linee per poi rapidamente trasformarsi in una successione di onde, che si lanciavano in vorticose forme impalpabili sfiorando in un baleno ora il suolo, per poi tornare a risalire in alto quasi perpendicolarmente, come a formare una immensa macchia di uccelli che oscurava l’orizzonte. Questi instancabili acrobati con sorprendente velocità riprendevano a volare in spirali riconquistando il cielo e sfuggendo in mille forme serpentiformi. Audubon sicuramente fu profondamente colpito da tutto questo, notò come simili assembramenti si susseguivano senza interruzione di continuità, praticamente era una nazione che stava migrando. Il sole non aveva ancora lasciato il passo al crepuscolo, quando il naturalista pittore entrò nella sua città. Il cielo era ancora ammantato dallo stormo in migrazione. Per tre giorni i colombi continuarono a migrare ininterrottamente oscurando il cielo, ma al contempo le loro evoluzioni riempivano il cielo colorandolo ora di viola e porpora, ora facendo scorgere bagliori dorati o di fulgido verde a seconda di come gli animali viravano in volo e intercettavano i raggi del sole regalando agli osservatori migliaia di sagome blu, rosse, grigie.

Il naturalista calcolò la dimensione di un solo di questi stromi che stimò largo un 1,6 km la cui velocità era di circa un 1,6 km al minuto e che pertanto in tre ore avrebbe contato circa 1.015.036.000 esemplari anche se Il suo collega e rivale Wilson suggerì invece che la popolazione ammontasse a più di due miliardi. Inoltre stimò che uno stormo avrebbe consumato circa 316.844 m3 di cibo. Egli si recò nei luoghi dove questi animali si fermavano per nidificare e rilevò la presenza di moltissimi rami di grosso diametro superiore ai 60 cm spezzati per il peso degli animali. Laddove si posavano, soprattutto nei boschi aperti, con alberi enormi e rado sottobosco, la vegetazione risentiva della presenza di milioni di uccelli concentratisi per dormire, ma tutto questo era nelle cose e rappresentava un elemento fondante di quegli ecosistemi.

Nei giorni successivi Audubon si recò nei luoghi del massacro che si ripeteva ormai ininterrottamente da giorni. infatti da alcune settimane le colombe usavano quell’area boscosa per la sosta e con regolarità ogni sera i cacciatori procedevano al massacro. Alle prime avvisaglie dell’imbrunire, ancora non si presentavano i colombi all’orizzonte, ma già l’area si riempiva di una moltitudine di persone con cavalli e carri, fucili e munizioni. Preparavano i loro appostamenti ai margini del bosco. Addirittura certi allevatori percorrevano oltre 150 chilometri con i loro trecento maiali, per farli ingrassare con le carcasse degli uccelli. Ai margini del bosco Audubon osservava le persone ancora in procinto di spennare e salare le colombe uccise la sera prima in pentoloni pieni di zolfo. Ma con l’approssimarsi dell’arrivo dei piccioni, le torme di cacciatori si armavano, alcuni di bastoni e torce, ma la maggioranza imbracciava i fucili. Aspettavano con crescente agitazione l’arrivo degli uccelli e mentre il sole scompariva finalmente il grido che rivelava l’arrivo dello stormo annunciato dal rumore di milioni e milioni di ali che sbattono producendo un rumore simile all’ululato di una tempesta… poi il vento e gli spari, una apocalisse di piombo, un’immensa carneficina, migliaia di uccelli cadevano uccisi con i bastoni. Scrive Audubon: “Quando si accesero le torce lo spettacolo che si appalesò ai miei occhi era tanto incredibile quanto orrido. Gli uccelli colpiti si ammassavano a terra, intorno ai tronchi, formando grandi mucchi. Qua e lá i rami cadevano per il peso degli uccelli posati, trascinandosi dietro alcune vittime. Tutto intorno a me c’era tumulto, furore e pazzia. Neanche cercai di fermare quelli più vicini a me. Non si notava neanche più il rumore dei fucili. Mi rendevo conto che qualcuno aveva sparato solo quando vedevo il cacciatore ricaricare il suo fucile. Nessuno si azzardava a entrare nel bosco: tutti uccidevano dai margini. Anche i maiali erano ancora nei recinti: il loro intervento era previsto solo per l’indomani. Senza fermarsi altre colombe proseguirono il volo.

Solo poco dopo mezzanotte mi decisi a comprovare fino a dove si poteva percepire il rumore assordante del massacro. Inviai un mio assistente per il bosco, il quale tornò dopo due ore, dicendomi che a quattro chilometri di distanza si poteva ancora percepire chiaramente il frastuono.

Il silenzio si rimpadronì dei boschi solo verso l’alba. Poco prima che il sole spuntasse, le colombe sopravvissute si levarono in volo, proseguendo la migrazione, mentre l’ululato dei coyote, dei lupi ci ricordava che non eravamo gli unici predatori nel bosco. Volpi, linci, puma, orsi, orsetti lavatori e puzzole si muovevano nel sottobosco in cerca delle colombe, mentre astori, aquile e altri rapaci si avvicendavano sugli alberi, intenti a dividersi le prede con gli avvoltoi. A quel punto anche gli uomini osarono avventurarsi nel bosco, fra le colombe morte, quelle ferite, quelle moribonde, quelle mutilate. Gli uccelli vennero raccolti, messi in mucchietti ordinati, finché ciascuno si impadronì di tanti quanti ne potesse ragionevolmente accatastare. Poi si lasciarono liberi i maiali, perché si nutrissero di quelle che rimanevano al suolo.”

Nell’aprile del 1871 i terreni aridi e sabbiosi del Wisconsin centro-meridionale, caratterizzati dalla presenza di radi boschi di querce, furono teatro della massima concentrazione di questo popolo migratore in un sito di nidificazione. Il numero di uccelli stimati fu di ben 136 milioni che ricoprì una superficie di 2000 Km2. Grazie alla recente invenzione del telegrafo tutti i cacciatori della nazione furono informati, per cui chiunque avesse avuto un’arma, fosse anche stato un bastone raggiunse il Wisconsin per dare seguito alla mattanza. Il risultato fu che migliaia di cacciatori uccisero milioni di piccioni che furono venduti e spediti grazie alla ferrovia al prezzo di 15-25 cent la dozzina (Matthiessen 1959).

Può sembrare inverosimile che una specie così numerosa potesse venire cancellata per sempre dalla faccia della terra, ma purtroppo gli esemplari adulti erano facili da sparare e i piccoli erano una leccornia. I ventrigli, le viscere, il sangue e persino gli escrementi di questi uccelli venivano venduti come rimedi medicinali contro i calcoli biliari, mal di stomaco, dissenteria, coliche renali, infezioni agli occhi, febbre e, dulcis in fundo, potevano curare l’epilessia. Il piumino veniva utilizzato per coperte e cuscini. Venivano catturati anche per il mercato dei richiami vivi. i cosiddetti sportivi dediti al tiro al “piccione” compravano non meno di un milione di uccelli l’anno visto che per una gara di una settimana venivano sacrificati fino a 50.000 uccelli. Ovviamente la sopravvivenza di questi animali nelle mani degli “sportivi” era nulla in quanto oltre a quelli colpiti direttamente, il semplice esercizio del lancio con l’apposito strumento provocava lesioni tali da comportare la morte degli animali.

Nelle competizioni sportive per poter aspirare ad eventuali premi bisognava superare la soglia dei 30.000 uccelli abbattuti.

Verso il 1855 un commerciate di New York smerciava giornalmente 18.000 colombe. Nel 1869 ne furono catturate in una sola località sette milioni e mezzo.

Ovviamente visto il mercato, la caccia al Colombo divenne un’attività professionale per molte migliaia di persone. E grazie al telegrafo e alla ferrovia nessuno stormo era al sicuro, nessun sito di nidificazione fu al sicuro.

Per completare lo sterminio furono perfezionate apposite armi come cannoni e percussori per le mitragliatrici.

La guerra fu totale, spietata, gli stormi venivano localizzati e annientati con qualsiasi mezzo, persino con l’artiglieria pesante. Centinaia di carri merci venivano inviati con le carovane di cacciatori per essere riempiti con i cadaveri. Furono realizzate trappole con reti in grado di catturare oltre 2.000 esemplari alla volta. Nel 1878 nel Michigan e precisamente a Petoskey i cacciatori individuarono un sito di nidificazione lungo ben 64 km e largo da 5 a 16 km. Gli “sportivi”, si avventarono con feroce efficienza in un’unica partita di caccia, furono sterminati un miliardo di esemplari. Nel 1896 rimanevano solo 250.000 mila Colombi Migratori. Questi ultimi giunsero per l’ultima volta in un unico stormo per nidificare nell’Ohio nella foresta del Green River nei pressi di Mammoth Cave. I cacciatori avvisati mediante telegrafo arrivarono da tutti gli stati, il risultato furono circa 200.000 carcasse di animali raccolti 40.000 esemplari feriti e mutilati, 100.000 non ancora svezzati, che non valeva la pena che venissero catturati, furono abbandonati. Forse meno di 5.000 esemplari sfuggirono alla strage. Ironia della sorte, gli animali uccisi dovevano venire trasportati con la ferrovia ma in seguito ad un deragliamento tutto il carico di 200.000 carcasse fu abbandonato e lasciato putrefare sul terreno, in un profondo vallone a pochi km dal deposito ferroviario.

Nel 1857 vi fu chi saggiamente suggerì di mettere sotto tutela la specie, ma l’istanza fu rigettata perché: “la specie é estremamente prolifica e possiede boschi sconfinati come siti di riproduzione, non c’é nessuna forma di persecuzione che può metterla in pericolo”. Quarant’anni dopo la specie era ormai condannata all’estinzione: si calcolò che più di 3 miliardi di individui erano stati uccisi nel corso di un secolo. Forse sul finire dell’800, ne erano rimaste ancora alcune migliaia. Le si osservava ancora in piccoli stormi dispersi fra il Michigan, il Wisconsin, l’Indiana e il Nebraska. Ancora venivano implacabilmente cacciati, certo non più in maniera industriale con l’uso dello zolfo, delle reti, delle trappole delle mazze, questi mezzi di distruzione di massa erano ormai inutili, le si abbatteva ormai solo con i fucili. Questa specie un tempo era stata padrona dei cieli americani, uno spettacolo così grande come una delle piaghe d’Egitto, ora grazie alla caccia era stata annientata. La sua scomparsa avrebbe cambiato il volto della natura americana. La profezia sulla scomparsa della natura dei nativi si avverava. Gli enormi stormi era stati ridotti in infinitesimali frattali. Questi uccelli, che si erano evoluti per vivere fra migliaia di loro consimili, non riuscirono ad adattarsi a questa nuovo status. Non più in grado di rispondere alle pressioni ambientali a partire dai loro predatori attraverso il meccanismo dello stormo, colpite da incendi boschivi ed epidemie, le ultime centinaia di colombe rinunciarono semplicemente a riprodursi e si abbandonarono nel mistero dell’estinzione.

Nel 1900, l’anno in cui il Lacey Act divenne legge, fu osservato un solo piccione migratore selvatico, in Ohio.

L’epopea del popolo migratore libero si conclude il 24 marzo 1900 sempre nell’Ohio, contea di Pike, quando un ragazzo di 14 anni uccise una femmina: essa era l’ultimo esemplare libero di Colomba Migratrice.

Martha aveva preso quel nome in onore della vedova di Gorge Washington, era una star, ma deludeva i sui visitatori, era così anziana da avere difficoltà a muoversi. Come racconta Joel Greensberg nel suo recente libro A feathered river across the sky, c’era chi tirava della sabbia nella gabbia per costringerlo a camminare. Ma dal 1° di settembre del 1914 all’età di 29 anni nello zoo di Cincinnati, Martha, che era nata in cattività e che non aveva mai vissuto in uno stormo, simbolo di una guerra vinta vita dall’Uomo, smise di subire queste umiliazioni.

Che dire in conclusione di questo racconto? Mi è capitato di ricevere una telefonata dal prof. Giuseppe Nicoletti che mi ha fatto una domanda secca: “Sai chi è Rachel Carson?”, vuoto totale, il nome lo conoscevo ed ero cosciente che era legato ad un volume… ma niente, non riuscivo a ricordare (maledetti neuroni) ovviamente il prof. secco mi ha detto “Sei bocciato!!! … vergogna”. Aveva ragione… mi sono vergognato…Il contributo di Rachel Carson alla cultura ambientalista è stato fondamentale. Il suo libro, Primavera silenziosa – Silent Spring, era stato pubblicato nel 1962 ed è stato ripubblicato in tutto il mondo, contribuendo alla causa dell’ambientalismo.

Eppure quando la Carson scrisse perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade d’America? E’ quanto cercherò di spiegare in questo libro… Lei era già stata colpita dall’amnesia storica, l’oblio aveva cancellato la memoria degli americani sugli infiniti stormi che oscuravano il cielo, miliardi di ali in movimento che dovevano riempire l’aria di un suono così potente da assomigliare ad un immenso boato… E’ difficile pensare ora ad un cambiamento più grande di questo che possa aver contribuito a trasformare l’America del nord in un paese infinitamente più silenzioso… dalla scomparsa del piccione migratore le primavere del secolo breve diventarono irrimediabilmente più silenziose per tutti noi.

(A cura di Vincenzo Rizzi, naturalista, consigliere comunale Comune di Foggia)

V.Rizzi: la guerra globale contro la biodiversità ultima modifica: 2014-09-08T10:44:16+00:00 da Redazione



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