Macondo

Macondo – la città dei libri

Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ L’insurrezione dopo l’insurrezione ∞
di Roberta Paraggio

Tre uomini non fanno una guerra, tanto meno un’insurrezione. Tre uomini non fanno massa, non fanno nemmeno opinione, se non nelle loro proprie singole convinzioni. I tre uomini de “L’anno dell’insurrezione”, poi, Daniel, Cletus, San-Vitto, sono semplicemente uomini. Antichi esecutori o lottatori in congedo. Sono uomini stanchi, batterie esauste dopo l’uso e l’abuso nelle trincee, nelle caserme, nelle fabbriche, equilibristi in pericolo sul filo dell’emotività. Uomini divisi in categorie, vincitori e sconfitti che percorrono boschi e pendii: da una parte Cletus e Daniel, dall’altro San-Vitto. Loro, i primi, hanno la voce alta, hanno un fucile, hanno sulle spalle un carico di dolore di chi, per anni, ha subito il peso di una dittatura. Lui, San-Vitto, è una mosca nella tela che prova a non stuzzicare troppo il ragno: prigioniero. Ai loro piedi, le immagini di una città lontana ancora in fiamme, incendiata dal caldo e dai roghi. Mentre i palazzi bruciano e il vento porta odore di polvere da sparo, mentre aspettano l’arrivo dei comandanti partigiani, loro iniziano a conoscersi, si scambiano esperienze, paure, rancori, chincaglierie estratte dalla cesta del passato recente. Conoscendosi, entrano in contatto con mondi difformi, altri colori, sensazioni divaricate dalle proprie. Ed entrando in contatto con questi vissuti, rimescolano le carte, si scompongono e ricompongono. Si arrabbiano, sentendosi in pericolo mutamento; si tranquillizzano, quando ritrovano ciò che gli è familiare.

Dunque, “L’anno dell’insurrezione” (importato in Italia da Barbes e dato alle stampe a novembre dell’anno scorso), malgrado le promesse politiche della titolazione e scenari da intrichi neorealisti, è piuttosto un romanzo dai connotati psicoanalitici, arricchito da una poesia acre e dolorosa. Un gioco letterario, forse il più riuscito, di Hubert Mingarelli, scrittore francese che nel 2003, con ‘Quatre soldats’ (Nel Bel Paese editato da Nottetempo con il titolo “Un inverno nella foresta”), s’aggiudicò il notevole Prix Médicis.


Nel libro, Mingarelli focalizza l’attenzione sugli attimi minori, scompone il tempo, lo ripartisce in ore; frammenta il macro evento dell’insurrezione (che non data e non localizza) nella semplicità dell’umano; ne immortala un momento a caso e lo seziona con la pazienza di un anatomopatologo della psiche. Crea, in questo modo, un gioco delle parti rigoroso ma mai cristallizzato, una staffetta in cui il testimone delle sensazioni (paura, spavalderia, fatica, scoramento…) passa di mano in mano. Uno scritto forte, a tratti fortissimo, a volte surreale, specie nei dialoghi, infine profondo, riflessivo e finanche delicato. Centotrentasei pagine di umanità pura.

Hubert Mingarelli, “L’anno dell’insurrezione”, Barbes 2011
Giudizio: 3 / 5 – Profondo come una caverna
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∞ Il naso crociato ∞
di Piero Ferrante

Raffaele Licinio e Franco Cardini. Medievisti ortodossi, docenti universitari (di Bari l’uno, di Firenze l’altro), feticisti della verità e 007 (con licenza d’uccidere) alla ricerca perpetua degli spacciatori di leggende propugnate col pedigree di verità. Franco Cardini e Raffaele Licinio, due mondi diversi, con assi diversi, poli diversi. Due uomini con esperienze diverse e portati diversi e mai disconosciuti. Il primo, animatore della destra missina negli anni settanta, indisciplinato nel dogma, inorganico intellettualmente, docente universitario all’estero, prima di sbarcare a Bari e finire a Firenze; il secondo, gramsciano nel midollo, movimentista di sinistra nella Bari Sessantottina, antifascista di partito, quello comunista, di cui fu anche dirigente levantino. Raffaele Licinio e Franco Cardini: per il primo, la storia è una landa a disposizione dello storico, in cui lo stesso, come un avventuriero verniano, può camminare, volare, planare, fluttuare, ma mai conoscerne la totalità. Per il secondo, un rigoroso tracciato in cui vige la forza di gravità: piedi a terra ed occhi aperti, lo studioso deve sondare attraverso il viaggio della ricerca. Franco Cardini e Raffaele Licinio, scrittori e saggisti, a due e a quattro mani. Insieme, hanno da poco dato corpo, per Caratteri Mobili, a “Il naso del templare”.


Per capire (essenzialmente, molto essenzialmente) cosa sia questo che Giuseppe Losapio, in prefazione, definisce “uno scrigno come ogni libro che si rispetti”, basta leggere, senza troppi sforzi, il sottotitolo: “sei saggi storici su templari, corsari, viaggiatori, mastri massari e monstra medievali”. Ovvero, un dibattito a due (potenti) voci, uno scambio di storie, particolari, profili, metodologie d’indagine, finanche di amenità e di strafalcioni. Mezza dozzina di rapidi trattati di micro storia che non pretendono di fornire risposte complesse, ma che, piuttosto, accentano argomenti atoni della ricerca sull’Età di Mezzo. Ma se dei templari s’è detto e ridetto, e se molte scempiaggini sono state abbondantemente scoperte e depennate, e la prospettiva del duo Cardini-Licinio aiuta una volta di più a spostare l’asse dalla mitizzazione alla verità storica (dall’illibatezza mitica all’ardimento banditesco), ben meno noto (e forse meno stimolante) è – ad esempio – il ruolo dei mastri massari alla Agralisto da Bari, chiamato ad inventariare la domus regia di Orta in periodo angioino. Licinio lo richiama dal passato, lo spolvera della noia del ruolo, lo immagina fumettisticamente come un vecchissimo zio Tibia (italica trasposizione dello statunitense Uncle Creepy, ossuto e grottesco vecchietto dall’alto tasso di satira), sfondato dagli secoli e dall’età. Lo eleva da mera fonte a uomo, con tanto di gusti, emozioni, vissuti ed idee. Racconta il vero attraverso il vero. Senza la boria imparruccata dell’esperto (nel 2002, lo stesso intervento lo aveva fatto, di fronte ad una platea di sbigottiti medievisti, in occasione delle Giornate normanno-sveve), senza la codificazione del linguaggio tecnico, senza la dimensione asettica che, spesso, caratterizza la narrazione storica.

“Il naso del templare” è, sin dalla copertina, un manualetto accattivante, geniale e curioso, preciso e particolare, che chiarisce il passato ma che lo fa attraverso la riflessione nel presente. Una torta spartita in due, una maglia di due colori, una partita giocata su due tempi. Il primo arbitrato da Cardini, il secondo da Licinio, referees impeccabili ed incorruttibili della verità storica, scopritori impietosi di paccottiglia pataccara svenduta da rigattieri di una storia improbabile. Ironico come solo le cose intelligenti (discorsi, battute, scritti…) sanno e possono esserlo. Evviva.

Franco Cardini-Raffaele Licinio, “Il naso del templare. Sei saggi storici su templari, corsari, viaggiatori, mastri massari e monstra medievali”, Caratteri Mobili 2012
Giudizio: 3.5 / 5 – Pieno giorno della ragione
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SCELTO DA MAMMEONLINE
di Donatella Caione

IL CAMPO DI NESSUNO (di Daniel Picouly, Feltrinelli)

Che bello che è questo libro! La trama è molto semplice: la storia di un ragazzino di dieci anni e della sua infanzia felice e stracciona nella francia degli anni cinquanta, sullo sfondo del boom economico e della guerra d’Algeria. La storia si svolge nell’arco di una giornata: dal risveglio mattutino, passando alle esperienze della giornata di scuola, ai giochi nel campo di nessuno, fino al ritorno a casa la sera sulla canna della bici del fratello maggiore. Ma raccontando la sua giornata racconta un po’ tutta la sua vita, le sue difficoltà scolastiche, le sue piccole avventure quotidiane e soprattutto la sua variointa famiglia, essendo il terz’ultimo di tredici fratelli. Variopinta in tutti i sensi essendo la mamma francese e il papà originario della Martinica. Lui in particolare è di un colore che gli piace ricreare col cappuccino del mattino, unendo il caffè del colore del papà e il latte di quello della mamma!

Una storia molto autobiografica, a cominciare dalla famiglia del piccolo protagonista. Una storia che fa subito pensare ai libri di Pennac sia nelle descrizioni del quartiere dove il bambino/protagonista/scrittore abita sia per le sue vicissitudini scolastiche. E infatti con Pennac l’autore non condivide solo il nome proprio, ma soprattutto il modo di raccontare i ragazzi e credo anche l’essere stati ragazzi, divisi fra passione e disagio scolastico. Ed è stato proprio Pennac che ha aiutato a conoscere questo scrittore che ci affascina per la sua capacità di raccontare il suo essere stato bambino con una spontaneità ed una immediatezza che colpiscono per la facilità con cui descrive il pensiero bambino. Un libro che fra le altre cose ci fa pensare come sarebbe bello se tutti riuscissimo a conservare il modo di ragionare, di osservare il mondo con gli occhi dei bambini. Lo consiglio appassionatamente, peccato solo che mi sembra non sia facile trovarlo.
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CONSIGLIATI DA STATO E DALLA LIBRERIA STILE LIBERO
MACONDO TV XV PUNTATA


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LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA, pagina fb: qui)
1. Miriam Toews, “In fuga con la zia”, Marcos y Marcos 2011
2. Raffaele Licinio, “Il naso del templare. Sei saggi storici su templari, corsari, viaggiatori, mastri massari e monstra medievali”, Caratteri Mobili 2012
3. Pallavi Aiyar,“L’incredibile storia di Soia e Tofu”, Feltrinelli 2012

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI IN ITALIA (fonte: ibs.it)
1. Gianluigi Nuzzi, “Sua Santità. Le carte segrete di Benedetta XVI”, Chiarelettere 2012
2. Andrea Camilleri, “Una lama di luce”, Sellerio 2012
3. Massimo Gramellini,“Fai bei sogni”, Longanesi 2012
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ADDIO RAY… ARDI IN PACE.
Lo scritto seguente è uscito, il giorno successivo alla dipartita di Ray Bradbury, sul quotidiano la Repubblica e porta la firma del giornalista e critico musicale Ernesto Assante.

“Immaginate un bambino di quasi nove anni che, seduto sulla soglia spalancata di una notte estiva, sparpaglia attorno a sé la sua raccolta di fumetti di Buck Rogers, con Buck e Wilma sul Pianeta Rosso. Il ragazzo raccoglie e legge un altro capitolo degli “Dei di Marte” di Edgar Rice Burroughs (…) Ora spalanca gli occhi e le labbra muovono silenziose parole pronunciate in un sussurro. “Marte. Oh Marte, portami a casa!”. E dal suo corpo, l’anima scivola via silenziosa per navigare dolcemente verso Marte e non tornare più. Chi era quello strano e curioso ragazzino fermo nella distesa notturna di quel vuoto 1930? Potreste essere voi, posso essere io. Sì, io Raymond Bradbury, nato il 22 agosto del 1920 a Waukenag, Illinois, destinato a viaggiare su Marte e da quella notte non tornare più”. Ray Bradbury ci ha lasciato, ma in tanti, in milioni, per tantissimi anni, hanno viaggiato nel tempo e nello spazio con lui, hanno visto mondi lontani, hanno vissuto avventure fantastiche, attraverso i suoi libri e in tanti, per moltissimi anni ancora, continueranno a farlo, perché le sue storie continueranno ad essere lette.

Bradbury aveva 91 anni. Quando ne aveva compiuti 85, amava dire, ridendo: “Non sono molti se usciamo da una prospettiva terrestre. Quando mi guardo allo specchio, la persona che ho di fronte è un giovane ragazzo, con la testa ed il cuore pieni di sogni ed eccitazione e un inarrestabile entusiasmo per la vita. Certo, ha i capelli bianchi, e allora? Spesso la gente mi chiede come faccio a restare così giovane e la risposta è semplice: basta vivere una vita in cui ti mescoli con qualsiasi tipo di attività, qualsiasi tipo di metafora, qualsiasi tipo di amore. E nella quale trovare il tempo di ridere, trovare ogni volta qualcosa che ti rende veramente felice, ogni giorno della tua vita. E questo è quello che ho fatto io, dai miei primi giorni ad oggi. E per mia fortuna sono stato sostenuto dalla passione, soltanto passione. E’ un dono divino, non ha nulla a che vedere con la disciplina o con qualche regola. Io scrivo senza regole precise. Credo che proporsi preventivamente un piano uccida la creatività. Io le storie le voglio vivere mentre le scrivo”.

E’ stato uno straordinario scrittore Ray Bradbury, uno dei più importanti e influenti del secolo scorso. Ci ha fatto sognare, viaggiare nel tempo e nello spazio, ci ha parlato di noi raccontando il futuro, ha immaginato cose che sono diventate realtà, ha capito prima e meglio di altri l’evoluzione delle tecnologie e come avrebbero cambiato la nostra vita. Non ha mai avuto paura delle cose sconosciute, non ha mai temuto il diverso, il nuovo, l’inatteso. E ha trasformato tutto questo in racconti, romanzi, articoli, studi e soprattutto in storie. Storie che, badate bene, non erano di “fantascienza”: “Quei romanzi li leggi quando sei giovane, e io all’epoca ho divorato H. G. Wells. Poi cresci e leggi Shakespeare. Io ho scritto solo un libro di fantascienza, Fahrenheit 451. Il resto, i miei romanzi, i miei racconti, sono fantasy. La fantasy racconta cose che non possono accadere. La fantascienza racconta cose che possono, invece, accadere. Fahrenheit 451 è l’unico libro che ho scritto in cui parlo di cose che sono accadute o che possono accadere davvero. Per questo è un libro ancora attuale, e non solo per i temi legati alla censura, alle dittature che ancora nel mondo pensano di poter controllare il pensiero umano, decidendo cosa i cittadini possono leggere e cosa no. Lavorai a Fahrenheit 451 mentre Joseph McCarthy stava facendo vivere un brutto periodo a molta gente e la sua commissione non lavorava davvero secondo i dettami della nostra democrazia. Finii di scrivere il racconto e, visto che avevo bisogno di soldi perché la mia famiglia stava crescendo, pensai di venderlo a qualche rivista, prima della pubblicazione su libro, ma tutti quelli a cui la feci leggere avevano paura a pubblicarla per timore di finire proprio sotto le grinfie di McCarthy e della sua commissione. Finché venni contattato da un giovane editore. Mi disse che stava lanciando una nuova rivista, che aveva bisogno di materiali interessanti e che stava contattando una serie di scrittori. Mi disse anche che aveva poco, pochissimo denaro, ma che aveva letto quello che scrivevo e amava molto il mio stile. Poi fece una pausa. E aggiunse che poteva spendere solo 400 dollari. Io gli dissi che per quella cifra poteva avere un mio nuovo racconto, prima che lo pubblicassi su libro. Così Fahrenheit 451 uscì sul secondo, sul terzo e sul quarto numero di Playboy”.

Avesse scritto anche soltanto quel libro Bradbury avrebbe meritato il successo che ha avuto. Ma di libri ne ha scritti molti di più, diverse centinaia, dall’esordio nel 1938 fino ad oggi. Libri che non sono fatti di robot, di macchine speciali, di invenzioni fantasiose, ma piuttosto di sentimenti, di passioni e di tensioni: “Il mio lavoro, in realtà, è quello di aiutarvi a farvi innamorare. Innamorare della vita, delle meraviglie del mondo che abbiamo attorno, delle persone che incontrate, delle scoperte meravigliose che ognuno di noi fa nel corso della sua vita”. E infatti Bradbury non era legato alle tecnologie, non possedeva un’automobile, per molti anni non è salito su un aeroplano, non ha mai amato i cellulari e tantomeno Internet. Della tecnologia ha raccontato i rischi e i pericoli, non insiti nella tecnologia stessa ma nel modo in cui l’uomo tende ad usarla: “Ricordo una notte, nell’estate del ’46 o del ’47, quando i nostri scienziati stavano per fare il primo esperimento di superbomba in un atollo e nessuno, nemmeno i tecnici che l’avevano messa a punto, conoscevano tutte le possibili conseguenze di quella esplosione. Quella notte mi convinsi che lo sviluppo tecnologico ci stava portando dalla parte sbagliata. Molti dei miei pensieri di allora sono finiti nelle Cronache marziane. Certo, con gli anni ho cambiato idea, le cose sono migliorate, e molte scoperte sono state utilissime per l’uomo. Oggi ho un buon rapporto con la tecnologia. Insomma, non è la tecnologia il problema, ma il modo in cui la si usa”.

E’ stato un pensatore creativo, un conservatore in politica, un polemista accanito. I suoi pensieri sono raccolti in un libro, una raccolta di saggi intitolata Too Soon from the Cave, Too Far from the Stars, titolo ricavato da una frase che Bradbury diceva spesso, riferita all’uomo e all’esplorazioni spaziali: “Siamo usciti troppo presto dalle caverne e siamo ancora molto lontani dalle stelle. Andare nello spazio, cercare di scoprire parti sempre più grandi dell’universo fa parte del nostro sforzo per diventare immortali. Non ci fermeremo. Noi siamo figli di questo universo, non solo della Terra, di Marte o del nostro sistema solare, ma di tutto l’universo. E se siamo interessati a scoprire com’è questo universo è solo perché conosciamo il nostro passato e ci preoccupiamo terribilmente del nostro futuro”. E aggiungeva “Predire il futuro è troppo facile, basta guardare la gente attorno a te, la strada dove vivi, l’aria che respiri, e predire che sarà ancora così. Al diavolo! Voglio di meglio”.

Chissà se qualche abitante di un pianeta lontano arriverà mai sulla terra. Bradbury ha immaginato più volte che altri esseri, di galassie lontane potessero arrivare, prima o poi sulla terra. “Il problema è sapere quanto tempo, dopo la nostra scomparsa, arriverà qualcuno a scoprire chi siamo stati. E a seconda di quello che troverà penserà di noi che siamo stati grandi o pessimi. Se troverà solo le scorie nucleari il ricordo che ci sarà di noi non sarà granché. Se troverà i libri, l’arte le costruzioni, potrà dire che gli esseri umani hanno fatto il loro tempo sul pianeta terra”. Se troverà i libri di Ray Bradbury saprà che l’essere umano sapeva davvero sognare.

PER SAPERNE DI PIU’
Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”, q.e.
Ray Bradbury, “Cronache Marziane”, q.e.
Ray Bradbury, “Viaggiatore del tempo”, q.e.
Ray Bradbury, “L’uomo illustrato”, q.e.
Ray Bradbury, “Addio all’estate”, q.e.
Ray Bradbury, “Il cimitero dei folli”, q.e
Ray Bradbury, “L’albero di Halloween“, q.e.
Ray Bradbury, “Addio all’estate“, q.e.
Ray Bradbury, “Tangerine”, q.e.
Ray Bradbury, “Il popolo dell’autunno”, q.e.
Ray Bradbury, “Constance contro tutti”, q.e.
Ray Bradbury, “Paese d’ottobre”, q.e
Ray Bradbury, “Accendi la notte”, Gallucci 2011 (qui recensione Stato)

[In collaborazione con la Libreria StileLibero di Foggia]
Per consigli, precisazioni, indicazioni, suggerimenti, domande, curiosità, collaborazioni, dubbi, potete scrivere a macondolibri2010@gmail.com



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