In altre zone della Città c’erano altre “bande”, come quella “de sopa a triune” (zona Scaloria) e quella “di Quatte Vocchele” in zona stazione città

Manfredonia. Ricordi della mia infanzia al Sacro Cuore (I) (VIDEO)

"Dovevamo stare sempre attenti quando scrivevamo e non fare macchie d’inchiostro sul quaderno, specialmente quando il pennino “ce scugnove” si spuntava bisognava subito cambiarlo, altrimenti venivamo redarguiti dalla suora"


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Manfredonia . RICORDI della mia infanzia al “Sacro Cuore” e con il Maestro G. A. Gentile al “De Sanctis”.

HO frequentato dal 1950 (per tre anni), l’asilo “Sacro Cuore”, all’epoca ubicato in un salone al pianoterra dell’antico seminario arcivescovile, poi nel tempo sala “Santa Chiara”, e dopo il restauro di alcuni anni fa, auditorium dedicato al compianto Mons. “Valentino Vailati”. Successivamente, fino alla 3^ elementare, sono andato a scuola presso l’Istituto Sacro Cuore (con ingresso di fronte al Campanile Orsini). Sia l’asilo sia la scuola elementare erano gestiti in quel tempo da severissime e preparate suore, alle quali ogni tanto facevo qualche scherzo. Tre sono gli episodi che mi sono capitati in quegli anni, che vale la pena ricordare.

I primi due, mi sono accaduti nell’ultimo anno di Asilo nel 1952.
Ricordo che era prima di Natale, e come ogni giorno verso le dieci e mezza mangiavamo la merenda che portavamo nel cestino da casa. Ogni tanto le suore, ci regalavano un pezzetto di banana che tagliavano con un coltello. Siccome vicino al mio banco era seduto il figlio di un medico, notavo che ogni volta la suora gli offriva un pezzo più grande di quello che dava a me. Un giorno, la stessa religiosa, che aveva tra l’altro il compito di educatrice, aveva appena tagliato la porzione di banana per quel bambino che non fece in tempo a portarla alla bocca, perché gliela tolsi “ce le sciuppete da mmene” di mano e me la mangiai. Per quel gesto la suora mi mise in castigo in classe con i ceci sotto le ginocchia di fronte al muro alla gogna di tutti gli altri bambini.

Lo stesso giorno, prima di andare a casa, la suora in classe davanti a tutti, mi fece chiedere scusa a quel bimbo che avevo sottratto il pezzo di banana, e nel contempo mi costrinse a dire ad alta voce: “Non lo farò mai più”. Il secondo episodio, più serio, è quello che mi è accaduto negli ultimi giorni di asilo sempre al Sacro Cuore nel mese di giugno, insieme a mia sorella Gina, (quando avevamo rispettivamente cinque e quattro anni). Come altri bambini che abitavano nella zona di Monticchio, quando uscivamo dall’asilo, tornavamo da soli a casa, perché sapevamo bene la strada. Ricordo che da via Arcivescovado giravamo subito per via Tribuna, e con mia sorella mano nella mano, facevamo ritorno a casa. Quel giorno del mese di giugno, venne a trovarmi un amichetto, il figlio del fioraio Gagliardi, che frequentava la prima elementare al Sacro Cuore, che mi convinse, appena uscito dall’asilo, di andarci a farci un bagno a mare.

E così, insieme a mia sorella, ci incamminammo tutti e tre verso la stazione città, percorrendo prima corso Manfredi, e poi ci allontanammo dal paese. Questo ragazzo, ci portò sul lungomare di Siponto in zona denominata “u trone a mmere” (sita nei pressi dell’attuale Centro di Riabilitazione Motoria “Andrea Cesarano”). Siccome mia sorella piangeva, perché voleva tornare a casa, dissi al mio compagno di accompagnarla alla stazione, fino all’ingresso di Corso Manfredi.

Intanto, si era fatto tardi, e mia madre non vedendoci arrivare a casa, chiamò subito mio padre, il quale allarmò tutta la famiglia, parenti e vicini da casa, guardie municipali e carabinieri in una ricerca frenetica per trovarci. Mio padre si rivolse persino al banditore “u bbannajùle” cittadino “Ndònje Melòne”, che a voce allertò tutta la città, nel tentativo di sapere dove eravamo. Intanto, accompagnai mia sorella all’inizio di corso Manfredi, e da incosciente gli dissi di andare sempre dritto per ritornare a casa. Mentre io con l’amichetto tornammo a mare per farci il bagno. Mia sorella, che non era mai andata per corso Manfredi, poverina si perse, e girovagava senza sapere dove andare. Fortunatamente incontrò un maresciallo dei carabinieri in servizio all’epoca presso la caserma sita a Palazzo dei Celestini, che la portò a casa sua. La moglie di questo bravo gendarme, per non farla piangere, la fece giocare con le bambole della figlia.

Lo stesso milite avvertì subito il comando della polizia municipale e accompagnò poi mia sorella a casa di mia madre. “Mò venemecinne a nnuje”. Io e quel “mascalzone” dell’amichetto mio dopo aver fatto il bagno, avevamo la roba addosso tutta bagnata e per farla asciugare rimanemmo al sole ancora per ore sulla scogliera vicino al mare. Intanto tutti i parenti, non solo miei ma anche del mio compagno, ci cercavano. Nel pomeriggio ci siamo incamminati verso casa, e in corso Manfredi, incontrammo mio zio su una vespa, il quale, appena mi vide, la prima cosa che mi disse fu: “Mo ca ve càstete, patete tua fè nu nu pandummine a nùmbre june”, e così avvenne, perché a casa presi un sacco di botte.

Ad onor di cronaca, voglio ricordare ancora che, sempre nel 1952, verso la fine di maggio, crollò il soffitto nell’aula dove stavano facendo lezioni le bambine e i bambini (40 scolari) della prima classe del Sacro Cuore, di fronte al Campanile. Ci furono parecchi feriti e qualcuno anche grave. Mia sorella Lella, che era in quella scolaresca, mi raccontava, che chi richiamò, gridando, l’attenzione dell’insegnante di classe suor Augusta fu una scolara, che guardando la volta notò che si stava aprendo. La coraggiosa suora, immediatamente aprì la porta della classe, e fece uscire velocemente tutti gli scolari e le scolare, mentre cadevano dal soffitto, polvere e calcinacci, salvandoli da morte certa, se fossero rimasti in classe. Infatti, dopo la loro evacuazione, cadde l’intero solaio. Mia sorella, che era fuggita con tutte le altre compagne e compagni di classe, venne subito a prendermi all’asilo in via Arcivescovado, portando ravvolto in mano il suo grembiule sporco di polvere e di sangue, per via di taglio alla testa che aveva subito, causato da un calcinaccio. Intanto era arrivata anche mia sorella grande Elena, che lavorava in quegli anni come apprendista presso la sartoria di “Catnaz” nei pressi del mulino-pastificio D’Onofrio.

E così insieme, spaventati per l’accaduto ritornammo a casa. Mi diceva il dott. Nino Beverelli (ex direttore di Banca) che andava a scuola con mia sorella Lella e con Adolfo Frattarolo, che molti bambini di quella classe, dopo l’evacuazione, andarono a casa del loro compagno di classe Frattarolo, in Piazza Duomo, dove la madre di Adolfo, una gentile nobildonna li fece lavare e rifocillare.

L’ultimo fatto personale che voglio raccontare è quando frequentavo la terza elementare, sempre dalle suore. In quegli anni il “Sacro Cuore” era considerato “a scole i figghie di segnùre” (la scuola dei figli dei signori, della Manfredonia bene). Infatti, gli scolari e le scolare che la frequentavano erano tutti molto educati, puliti e diligenti. Rigorosamente, tutti i giorni, dovevamo indossare a scuola un grembiule nero con colletto bianco. Io ed altre due o tre compagni di classe eravamo un po’ più smaliziati degli altri ragazzi perché abitavamo a Monticchio e “cambàmme alla strede” stavamo sempre per strada insieme agli altri coetanei di quartiere, tra la popolare taverna di Taronna, l’area di fronte la scuola De Sanctis, (sulla quale nell’agosto del 1955, il cardinale Giovanni Roncalli pose la prima pietra per la costruzione della Chiesa di S.Michele), e il campo sportivo di calcio denominato “la fossa dei leoni”, oggi “Stadio MIramare”. A proposito di ragazzi di strada, vale la pena ricordare, che in quel rione, in quegli anni, c’erano tre o quattro “bande” di adolescenti, una particolarmente agguerrita denominata “a bande Tarònne” dal cognome del suo capo; poi c’era “a bande de sope u Parche”, un gruppo di ragazzini che stazionavano solitamente nella zona denominata “u Parche”, dove adesso è sito l’ospedale civile San Camillo De Lellis; poi c’era “a bande de veciune u lavandine” (che stabilmente si riunivano nei pressi del lavatoio pubblico in largo dei Baroni Cessa) capeggiata dai “Scepiune”; un altro gruppo di ragazzi molto vivaci figli di pescatori, erano i componenti “da bande de sope u stritte de Sammarchicchje” (che abitavano dietro la chiesa Stella Maris), ed infine “a bande i Macechine”, che erano più piccoli d’età, ma molto discoli “figghie de ndròcchie”, ed avevano come punto di incontro vicino “a baracchelle”, tuttora ubicata nei pressi della scuola “De Sanctis”.

In altre zone della Città c’erano altre “bande”, come quella “de sopa a triune” (zona Scaloria) e quella “di Quatte Vocchele” in zona stazione città.

Tra le “bande” (comitive di ragazzini) c’era molta rivalità, e spesso facevamo a botte e ci prendevamo a sassate “u scariche di chiangune”, con la conseguenza, che alcune volte, ahimè, tornavamo a casa “pi chepe spacchete” con le teste rotte. Ritornando alla terza vicenda, quando frequentavo il Sacro Cuore, rammento che era un giorno del mese di maggio. Quella mattina prima di entrare in classe, avevo catturato una piccola “mamangiulecchie” (lucertola piccolissima), tra le piante, dove tuttora c’è una edicola a devozione, di una copia del dipinto della Madonna di Siponto, posta sotto il campanile Orsini. Chiusi il minuscolo rettile in una carta e lo portai a scuola. Appena entrai nella mia classe, approfittando di un momento di distrazione di una suora che era particolarmente severa con me, gli misi nella tasca del suo grembiule il pezzetto di carta con la lucertola viva accartocciata dentro. (Le suore erano solite mettere in classe una sorta di grembiule, per non rovinare l’abito talare, che aveva le tasche laterali molto larghe).

La malcapitata, appena mise la mano in tasca, e mosse la carta, lanciò un urlo che lo ricordo ancora e per la paura prese “na jòcce” che per poco la poveretta stramazzava a terra tramortita. Tradito dai miei compagni di classe, che ridevano a crepapelle, mentre io ero serio, fui subito scoperto. Per punizione, la stessa suora, mi fece mettere le mani sul banco e me le bacchettò dolorosamente con u righello. Poi mi prese per l’orecchio, e per poco me lo staccava, e mi portò in una stanza al buio, dove mi mise in ginocchio per ore con i ceci sotto le ginocchia di fronte al muro. Quando andai a casa e raccontai il fatto a mia madre, presi “il resto” per quello che avevo combinato a scuola.

Devo essere sincero, è vero che le suore erano molto severe, però devo riconoscere, che erano molto brave dal punto di vista didattico.
Ricordo, che se in una classe c’erano degli scolari “ciucciarille” che non volevano studiare, li costringevano a uno alla volta a mettere un cappello di cartone in testa con grosse orecchie e un cartello appeso alla gola sul quale c’era scritto “asino” e li mandavano per tutte la classi dell’Istituto. Insomma, le suore “jevene triste” erano rigidissime !.

Uno dei giochi preferiti, prima di entrare e quando uscivamo dal Sacro Cuore, era quello di salire sullo stretto cornicione alla base del campanile, che si trova a più di un metro da terra. Rivolti verso il campanile, con le mani vicino alla parete e gambe divaricate, dovevamo girare intorno senza cadere. Vinceva chi riusciva a fare il giro completo senza cascare dal muro. Il parapetto sul quale camminavamo, era scomodo e scivoloso e, ogni tanto qualcuno si faceva male, perchè perdeva l’equilibrio e cadeva malamente a terra.

Un altro gioco lo facevamo in piazza Duomo, ed era quello di correre “sopa a linje bbianghe” sul tracciato di pietra bianca, che stava su tutta la piazza. Sempre quando uscivamo dalla scuola “Sacro Cuore”, avevamo l’abitudine di andare a correre anche all’interno della fontana “Piscitelli”, all’epoca senz’acqua, e gareggiare a chi andava più veloce sul marmo liscio posto in posizione inclinata, che stava sul perimetro alla base della bellissima fontana. Altre volte, sempre nella fontana Piscitelli, rischiando di spezzarci l’osso del collo, ci arrampicavamo sulle statue e andavamo in cima “ndu vacile vacande” (vascone vuoto) del monumento. I tre putti e il fascio erano stati tolti, dalla fontana nel dopo guerra.

Sempre dalle suore, in prima elementare, ci insegnavano a scrivere con penna con alla punta un pennino che si bagnava nell’inchiostro tenuto in un calamaio sul banco. Tutti gli scolari, rigorosamente, dovevamo scrivere con la mano destra. Se qualche bambino era mancino, gli vietavano di scrivere con la mano sinistra e la legavano al busto, perché gli dicevano che quella era la mano del Diavolo.

Dovevamo stare sempre attenti quando scrivevamo e non fare macchie d’inchiostro sul quaderno, specialmente quando il pennino “ce scugnove” si spuntava bisognava subito cambiarlo, altrimenti venivamo redarguiti dalla suora.

Un altro scolaro molto discolo, che faceva disperare le suore, e con il quale sono andato insieme al Sacro Cuore fino alla terza elementare era il mio amico Giuseppe Gelsomino. Questi, spesso, volutamente, compiva intemperanze in classe, e si faceva mettere in castigo, in una stanza al buio, dove le suore tenevano le derrate alimentari, che Gelsomino mangiava a suo piacimento. (I – continua)

(A cura di Franco Rinaldi, cultore di storia e tradizioni popolari di Manfredonia)

(In copertina: 1956, III^ elementare “Sacro Cuore”; nella foto Franco Rinaldi in prima fila seduto a terra, secondo scolaro da sinistra)

VIDEO

franco rinaldi from Stato Quotidiano on Vimeo.

FOTOGALLERY (COPYRIGHT A CURA DI FRANCO RINALDI, TUTTI I DIRITTI RISERVATI)

(prima pubblicazione: giugno 2014)

Manfredonia. Ricordi della mia infanzia al Sacro Cuore (I) (VIDEO) ultima modifica: 2017-09-09T09:11:27+00:00 da Franco Rinaldi



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