L’imbarazzante e colpevole silenzio (III): Marina Mazzei e la Tomba della Medusa
di Agostino del Vecchio
Pubblicato il 9 novembre, 2009
Manfredonia – LA tomba della Medusa rappresenta, senza dubbio, uno dei monumenti funerari più imponenti finora ritrovato ad Arpi, il principale e più esteso centro della Daunia preromana, posto a pochi chilometri dal capoluogo dauno. Questo monumento doveva infatti rappresentare, in un certo senso, il punto di inizio del recupero dell’imponente e vastissimo patrimonio storico dauno, ma anche la rivincita dell’archeologia legale sugli scavi clandestini, e sul commercio illegale di inestimabili oggetti storici, mentre invece è diventato il simbolo del degrado e della indifferenza delle autorità locali.
La valente e instancabile archeologa Marina Mazzei prematuramente scomparsa (Foggia, 18 maggio 1955 -1 agosto 2004) aveva scelto, infatti, la Tomba della Medusa come primo nucleo del parco archeologico di Arpi, per l’indubbia straordinarietà del monumento funerario, appartenuto ad una ricca e colta famiglia del III secolo a. C, espressione dell’alto livello raggiunto dall’architettura e dall’artigianato artistico promossi dall’aristocrazia arpana, sotto la forte influenza della cultura greca e specificamente macedone di età
ellenistica. Marina Mazzei ha assunto la carica di ispettore archeologo nel 1985 ed ha diretto l’Ufficio di Foggia della Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia per poi assumere il ruolo di Direttore Archeologo coordinatore. Nel 1993 è stata direttrice del Museo Nazionale di Manfredonia e referente della soprintendenza nei rapporti con il Comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio archeologico, incarico affiancato ad una politica di vincoli ed espropri di aree di interesse archeologico. “Quando si chiedeva a Marina Mazzei come riuscisse a conciliare il suo impegno di studioso con quello di direttore archeologo del Centro Operativo per l’Archeologia della Daunia, e quindi di donna, rispondeva essenzialmente con un sorriso; quindi aggiungeva di avere accanto a sé collaboratori preziosi: assistenti di scavo, restauratori, fotografi, disegnatori, che la affiancavano con passione nelle moltissime iniziative di cui era inesauribile promotrice. È però nella premessa a L’Oro della Daunia che, credo, abbia espresso più precisamente quanto sentisse impellente la necessità di mettere a disposizione di tutti la storia del suo impegno di archeologo, la sua personale esperienza pluriventennale nell’ambito della ricerca, dello studio, della divulgazione e della tutela, definendo quindi al contempo la storia dell’archeologia di questo territorio” (Tratto da Bibliografia degli scritti di Marina Mazzei di Laura Maggio).
Mazzei ha diretto scavi a Mattinata, Arpi, Siponto, Lucera ed altre località del territorio. Relatrice in convegni e seminari internazionali, dal 1996 è stata socio corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma. È autrice e curatrice di circa 230 scritti, tra cui 8 monografie tra le quali ‘Siponto Antica”, Foggia 1999 e “Arpi, l’Ipogeo della Medusa”, Bari 1995.
Proprio a quest’ultimo, così come ad altri ipogei arpani, Marina Mazzei ha dedicato anni e anni della propria esperienza professionale. Le case aristocratiche e le tombe a camera del tempo attestano le condizioni di grande ricchezza della città proseguita per alcune famiglie fino al II sec. a. C.
In base ad alcuni riscontri effettuati dalla stessa Mazzei si ritiene che nel 279 a. C., durante la guerra contro Pirro, Arpi contasse circa su 30 000 abitanti.
Tra le meraviglie della cultura dauna finora recuperate si segnalano, inoltre, la casa del mosaico, dei griffi, delle pantere e l’ipogeo di Ganimede. La casa del mosaico, tuttora in fase di scavo, presenta più ambienti con mosaici ed un un impianto termale provvisto di un bagno. La casa è di evidente stile greco. I mosaici e le pitture su parete ne fanno una delle testimonianze abitative più significative del rapporto tra mondo ellenico e mondo italico nel periodo compreso tra il IV e il III sec. a. C..
Individuata nel 1980 dai «tombaroli», la tomba della Medusa fu completamente saccheggiata del suo corredo: i fori nelle volte delle celle sono ancora visibili. Gli scavatori clandestini, dopo averla svuotata dei pregevoli corredi, finiti in chissà quale collezione privata o museo straniero, tornarono all’opera nel 1984, questa volta con un escavatore meccanico, distruggendo la copertura del vestibolo e riuscendo a trafugare il frontone con la raffigurazione della Medusa, che ha dato il nome all’ipogeo, e i capitelli figurati. In seguito ad un casuale controllo stradale della polizia, i pezzi architettonici rubati furono recuperati su un camion diretto a Napoli.
Dal 1989 iniziarono i lavori di scavo e di recupero, che riguardò anche le vicine Tombe del Ganimede e delle Anfore, da parte della Soprintendenza Archeologica, con la direzione di Marina Mazzei.
La Tomba delta Medusa, per la sua eccezionalità, conquistò l’interesse degli studiosi a livello internazionale e anche degli appassionati con una mostra a Foggia, visitata da migliaia di persone. Contemporaneamente all’indagine archeologica si avviarono le procedure di tutela e valorizzazione. Nel 1998 la Regione Puglia stanziò 3 miliardi di lire, cui si aggiunse un contributo di 555 milioni del Comune. Nonostante questi finanziamenti, i lavori restarono bloccati per anni a causa di una serie infinita di pratiche burocratiche. Si arrivò così alla sospensione dei lavori nel luglio 2002 a seguito dell’ennesima richiesta di revisione prezzi. Nel giugno 2003, a causa dei ritardi dei lavori, il Comune si affrettò nella rescissione del contratto, ma in seguito al alcuni errori formali la rescissione fu annullata. Nel frattempo una ditta interessata ai lavori fallì, mentre un’altra impresa coinvolta sempre nelle opere di restauro dichiarò la propria disponibilità a portare a termine l’opera, previo aggiornamento dei prezzi. In seguito furono assegnati al parco archeologico della Medusa oltre un milione e mezzo di euro nel quadro dell’Accordo di Programma tra Regione Puglia e Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Nell’ultima fase (e dunque di recente attualità) la storia della Tomba della Meduse ha toccato il suo massimo squallore: il cantiere è stato del tutto abbandonato, la recinzione divelta, le strutture del cantiere sono state, con il passare del tempo, smontate e rubate: tubi, impalcature, pannelli, addirittura il capannino prefabbricato utilizzato dagli operai come spogliatoio e magazzino. Oggi la tomba daunia, visibile dagli automobilisti che percorrono l’A14 a nord di Foggia, a metà strada con San Severo, privo di copertura, è diventato in una specie di imbuto che raccoglie le acque piovane. La situazione di abbandono ha favorito atti di vandalismo: le colonne del vestibolo sono state abbattute, una base è stata addirittura rubata. Gli affreschi, dei mosaici a ciottoli, restaurati sotto la direzione della Soprintendenza, per un costo di 588 milioni di lire, sono risultati gravemente compromessi. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati ulteriormente i scavi clandestini dei tombaroli che hanno garantito loro ingenti profitti, grazie all’imbarazzante e colpevole silenzio delle autorità locali che preferiscono infatti “altre forme d’investimento” forse più rapide, forse più redditizie.
Si è calcolato che siano stati oltre 200.000 reperti archeologici trafugati nell’ultimo ventennio ad Arpi, sufficienti per creare uno dei più grandi musei al Mondo. Una volta mi è capitato di scoprirne alcuni al Brittish Museum a Londra e mi è sembrato surreale vedere ammirare vasi di Salapia, Siponto e Arpi a migliaia di Km da dove erano stati recuperati. Probabilmente, per tanti altri,questo non è così.
(foto tratte da: www.forum.meteonetwork.it)
Parole chiave: Arpi, ipogeo di Ganimede, Manfredonia, Marina Mazzei, Tomba della Medusa
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mi chiedo come vogliano quelli delle alte sfere che ci amministrano fare del turismo se permettono la distruzione del patrimonio artistico e culturale e storico che vantiamo rispetto ad altre località!O pensano che si tartti solo di vecchie pietre impolverate?
Non conoscevo affatto questa realtà archeologica a pochi km da Manfredonia. Abbiamo un patrimonio storico e artistico che sta crollando sotto i nostri occhi e quasi nessuno se ne rende conto. Quanti posti di lavoro sommerso abbiamo.che peccato!
Il fatto è che non esiste da queste parti una politica di valorizzazione archeologica perchè è un tema che non porta voti subito a differenza di altri come urbanizzazione.P.S. su google Earth si vede l’anfiteatro romano di Siponto dall’alto. E’a sinistra della stabilimento Silac.
Il fatto è che non esiste da queste parti una politica di valorizzazione archeologica perchè è un tema che non porta voti subito a differenza di altri come urbanizzazione.P.S. su google Earth si vede l’anfiteatro romano di Siponto dall’alto. E’a sinistra della stabilimento Silac.