Macondo

Macondo – La città dei libri

Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Processo al processo. Dieci anni dopo Genova ∞
di Piero Ferrante

La storia del G8 di Genova è una storia che hanno provato a scrivere in molti: ci hanno tentato i vincitori di allora, ci hanno tentato i perdenti. Ci hanno tentato i giornalisti, gli opinionisti, gli storici, redattori momentanei e ciondolanti, spesso partigiani di una parte in causa, decontestualizzati e scollegati dall’ordigno di quei giorni. Giorni gloriosi e funesti, composite articolazioni di tremanti ardori giovanili e reductio a nullium della decenza civile. Giorni in cui fu raso al suolo il senso di vergogna, privi d’ogni candore. Giorni che hanno funzionato da anno zero della democrazia partecipata, da vertice di un segmento, da bandiera a scacchi di una lunga gara avente per traguardi volanti molte conquiste epocali.

Giorni in cui, soprattutto, nelle strade era riversato un popolo. Quello che si era incontrato a Genova e quello che era rimasto incollato agli schermi. Tutti in Piazza Manin, in Via Tolemaide, in Piazza Alimonda, a pestare selciati sconosciuti e familiari. Si era tutti nella Diaz, dove cosa sia realmente avvenuto le cronache ufficiali attendono ancora di saperlo con certezza categorica. Di sicuro c’è quel che ammise, sotto processo, l’allora capo del VII nucleo sperimentale antisommossa (un carro armato umano di celerini e tonfa creato ed addestrato giust’apposta per reggere l’urto della piazza ligure), Michelangelo Fournier. Di fronte ai magistrati della Procura di Genova, Fournier coniò l’espressione “macelleria messicana”. Tanto per capirne l’antifona, in Italia il primo ad usarla pubblicamente fu Ferruccio Parri di fronte ai cadaveri appesi in Piazza Loreto di Benito Mussolini e Claretta Petacci.

Mancava, a livello bibliografico, una fedele ricostruzione del processo Diaz. Ventinove imputati, nessun cucciolo di primo pelo, molte teste grosse della Polizia, protagonisti dell’assalto alla scuola sede del Genoa Social Forum. Li riunisce nelle 300 pagine di “Diaz. Processo alla polizia” (Fandango 2011), pagine piene zeppe di informazioni tali da provocare nausea ed emicrania, Alessandro Mantovani. A dieci anni dai “fatti di Genova”, il giornalista de Il Corriere di Bologna (trascorsi a Liberazione, Messaggero e Manifesto), mette in atto una mastodontica operazione memoria giudiziaria volta a tirare le somme del notturno numero 0 portato in scena dai tutori dell’ordine nella notte fra il 21 ed il 22 di luglio del 2001. Una nottata incerta, dubbiosa, selvaggia, violenta, cui è seguito un lungo fascicolo ed altrettanto estenuante dibattimento.

Udienza dopo udienza, interrogatorio dopo interrogatorio, accise ed accusati, Mantovani scruta con dovizia inesorabile fra i meandri delle parole. Vi si inoltra come un avventuriero che non cerca emozioni diverse da quelle della natura allo stato brado. La verità appare e scompare, alterna come le luci di un abete natalizio. Affiora e torna in agguato sotto pelo d’acqua. Sei capitoli senza fiato (“Il g8 in tribunale”, “Quella notte alla Diaz”, “L’inchiesta: ordini superiori , molotov e carte false”, “Processo”, “Processo al capo”, “Processo al pm”), un climax ascendente, la morfologia di un cambiamento. Ritornano le voci degli sconfitti. Mark Covell, finito per una decina di ore in coma, pestato appena fuori dei cancelli della scuola; Lena Zuhlke, pestata, insultata, trascinata giù per le scale, ha rimediato fratture costali multiple, trauma cranico, pneumotorace e contusione polmonare, perdendo del 30% la capacità respiratoria; Anna Julia Kutschkau, presa a calci in faccia, ha rimediato un indebolimento perenne dell’organo della masticazione. Sono solo tre stelle di una galassia di sangue e dolore, senza colpevoli e con troppi innocenti.

“Diaz” è soprattutto infatti la storia di un’ingiustizia. Della più grande ingiustizia italiana del dopoguerra. Difesa dai baluardi della democrazia repubblicana, assaltata e smontata, pezzo dopo pezzo, da una politica ammiccante e compiacente verso la violenza pura. È la storia di una strategia studiata a tavolino e messa in pratica con chirurgico intervento. È la storia di De Gennaro, Mottola, Canterini e Sgalla. Di Scajola e di Fini che non hanno spiegato, di Carlo Giuliani che è morto e di Mario Placanica che, probabilmente, l’ha ucciso. Ed anche se prova a tenersi alla larga dalla verità preconfezionata, dal dogmatismo di parte, il testo di Mantovani inclina senza troppa dolcezza verso l’accusa dell’intero sistema che, per tre giorni, ha smesso di essere di tutti ed ha assunto le difese di qualcuno in particolare.

“Diaz” è un libro così vero che non si capisce come si possa tenerlo fuori dalla didattica. Dovrebbe entrare nelle scuole come un documento, per essere letto con lo stesso dolore con cui ci si lamenta della rotta italica a Caporetto. E, una volta per tutte, aiutare a spiegare, per capire, come le mammolette siano fuori dai circuiti del potere.

Alessandro Mantovani, “Diaz. Processo alla polizia”, Fandango 2011
Giudizio: 4 / 5 – Nudo. E crudo
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∞ Fine pena mai ∞
di Roberta Paraggio

Ci sono posti in cui la speranza muore ogni giorno sul far della sera, eclissandosi dietro la proiezione di un’ombra inquietante, verticale e metallica: quella delle sbarre. Ci sono sogni assassinati in giorni che si ripetono al ritmo di una straniante litania, quella delle porte sbattute, delle finestre piccole e serrate che non si apriranno mai, quella delle chiavi che chiudono e rinchiudono. Ci sono vite che sono attesa perenne di domani di libertà che non ci saranno, stallo nella palude di un giustizialismo che nulla ha a che fare con la giustizia.

C’è Carmelo Musumeci che racconta e scrive, narra e studia nella sua cella di ergastolano ostativo, senza permessi premio, senza possibilità di reinserimento, che pure, ha compiuto un piccolo miracolo, laureandosi in Giurisprudenza e riuscendo a discutere la sua tesi all’Università di Perugia.

Nato con la colpa di essere povero e ribelle, entrato in cella con la licenza elementare n’è uscito una sola volta per tornarvi il giorno stesso da dottore, con gli occhi ancora pieni dell’amore dei suoi figli e le lancette di un orologio impazzito che corre senza sotterfugi. Fuori è rimasta la sua voce, i suoi racconti raccolti in questo libro edito da Gabrielli, Gli Uomini Ombra, quelli che scontano la pena di morte restando vivi, quelli per cui la pena stessa si conclude con l’ultimo battito di un cuore stanco, in carceri assetate di vendetta forcaiola lungi da ogni pietà.

Musumeci racconta episodi senza lieto fine, commuove e fa arrabbiare, parla di sentimenti e lontananze, di fughe che finiscono in tragedia, di foto sgualcite dal troppo guardarle, di forza di sognare contro la volontà dell’ Assassino dei Sogni. I protagonisti ci sbattono in faccia la natura criminogena del carcere, di un sistema che continua imperterrito nonostante i palesi risultati fallimentari, il fine pena mai è un’isola infelice in un paese infelice, è l’attuazione della tortura fisica e soprattutto psicologica che pure l’Italia ha da tempo ripudiato. Lo Stato punta il dito, e la pena che certo va scontata, diviene punizione disumanizzante, una prova di forza da parte di chi dovrebbe dare la possibilità di reintegrarsi, attraverso un percorso che passa per l’elaborazione del proprio vissuto, che porta al pentimento, ad una seconda possibilità che si chiama dignità.

Carmelo Musumeci, “Gli Uomini Ombra e altri racconti”, Gabrielli 2011
Giudizio: 4 / 5 – Di forte impatto
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∞ Un uomo qualunque ∞
di Angela Catrani

Liam è un uomo grigio. È laureato in filosofia ma ha un lavoro modesto come insegnante in una grigia scuola privata, dove alunni e insegnanti si trascinano in faticose e anonime giornate tutte uguali. Liam, poi, è stato sposato due volte e ha tre figlie, ma di questi importanti e disastrosi rapporti ha uno sguardo solo superficiale, di una irritante arrendevolezza, come se lui fosse solo un burattino nelle mani delle tante donne della sua vita: la madre abbandonata dal padre, la sorella avvocato invadente, la prima moglie depressa, la seconda ex moglie grintosa e piena di vita, lucida e spietata, e le tre figlie, diversissime, noiose, insopportabili, rumorose.

Liam è un uomo tranquillo, senza pretese e senza esigenze. Rimasto senza lavoro a sessant’anni, decide di cambiare appartamento per spendere meno. Ma la sera stessa del trasloco un ladro lo tramortisce con un colpo in testa e Liam si ritrova il giorno dopo all’ospedale senza alcun ricordo dell’aggressione.

Questo avvenimento traumatico porta uno scompiglio, finalmente vitale, nella vita di questo “piccolo” grigio uomo, che nello sforzo di ricomporre i pezzi perduti la notte in cui ha ricevuto la botta in testa conosce Eunice, che di mestiere fa la “ricordatrice” per un vecchio uomo d’affari affetto da demenza senile. Questo incontro sconvolgente, dirompente e allegro è una cura contro la sottile depressione di Liam, contro quel suo espandere negatività intorno a sé. Eunice è una donna strana, piena di manie, divertente senza esserne consapevole, “sfigata” vorremmo dire, bruttina ma interessante, ingenua e inconsapevole.

E bugiarda.

Una possibile chiave di lettura del libro è contenuta nel titolo, “La bussola di Noè”, senza però risultare del tutto convincente. In fondo Liam non è un moderno Noè che deve cercare di salvare uomini e animali, nemmeno in un senso più metaforico. Liam è l’uomo comune, che svolge tutta la vita un lavoro noioso e banale, che avrebbe avuto la possibilità di emergere ma non ne ha avuto la forza, che arriva alle soglie della pensione per accorgersi di non essersi dato la pena di vivere fino in fondo, di non avere amato nel modo giusto. Ecco, forse la bussola sta proprio nel fatto che ora ha capito dove è il suo nord, forse ora può fare in modo di riportare le cose verso una direzione più giusta per lui, più completa. Non tutto è perduto, alla fine.

Anne Tyler, “La bussola di Noè”, Guanda 2009
Giudizio: 2,5 / 5 – Si lascia leggere
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Ángeles Caso, “Un lungo silenzio”, Marcos y Marcos 2011
IL SAGGIO: Walter Benjamin, “Piccola storia della fotografia”, Skira 2011
IL CLASSICO: Giambattista Basile, “Il cunto de li cunti” q.e

L’ALTRO 11 SETTEMBRE: QUANDO FINI’ IL SOGNO DI SALVADOR
Patricia Verdugo, “Salvador Allende. Anatomia di un complotto organizzato dalla Cia”, Dalai Editore 2007
Andrea Mulas, “Allende e Berlinguer. Il Cile dell’Unidad Popular e il compromesso storico italiano”, Manni 2005
Luciano Aguzzi, “Salvador Allende. L’uomo, il leader, il mito”, Ediesse 2003

I LIBRI PIU’ VENDUTI A MANFREDONIA, LIBRERIA EQUILIBRI
1. Umberto Eco, “Il cimitero di Praga”, Bompiani 2010
2. Edoardo Nesi, “Storia della mia gente”, Einaudi 2011
3. Melissa Hill, “Regalo da Tiffany”, Newton 2011

LIBRI… IN EQUILIBRI
Lola Beccaria, “Una donna nuda”, Castelvecchi 2008
di Libreria Equilibri

Lola Beccaria (yahoo.com)

A volte le apparenze ingannano. Quelle dell’autrice, Lola Beccaria, romanziera e linguista di una certa reputazione alla prestigiosissima Real Academia nonché discendente dell’illustre Cesare, che in Spagna ha lasciato tutti a bocca aperta con questo romanzo shock. E ingannano le apparenze della protagonista del libro, Martina Iranco, donna di successo sulla quarantina della borghesia-bene: per tutti avvocato e ministro dell’Interno, per i suoi amanti creatura tormentata e affamata di sesso, che una notte come tante decide di mettersi a nudo. Aggrappata con i denti e con le unghie al piacere, una notte Martina Iranco, ormai donna matura e socialmente affermata, decide di mettersi a nudo e confessare le proprie fragilità, le proprie ossessioni.

Attraverso un alfabeto fatto di lacrime e carne viva, si abbandona alla piena delle emozioni e dei ricordi. Dotata fin dalla pubertà di antenne sensibili e fuori dal comune, Martina si aggira nel mondo degli adulti con torbido candore. Ascoltare il richiamo del proprio corpo e cedere alle tentazioni è per lei una vocazione, di cui Damiàn, l’amico di famiglia, diviene complice, artefice e vittima. Eroina di una via crucis erotico-sentimentale, Martina crescendo fa del sesso la propria valvola di sfogo e il luogo in cui trovare riparo per sottrarsi alla solitudine. I giochi, gli orgasmi, gli slanci rabbiosi diventano allora l’unico strumento per continuare a sentirsi viva. Godere per non pensare, godere centellinando il desiderio fino ad annullarsi, in compagnia di amanti privi di un vero volto. A parte Damiàn: nel ricordo e nelle sue fantasie, l’unico uomo di cui conservi un bacio.

Il risultato è una confessione fiume a luci rosse capace di puntare il dito là dove fa più male, tra i tabù e le ipocrisie della società. Al centro, il delicato tema della sessualità infantile, che ha spinto perfino qualche lettore ad accusarla di fare l’apologia della pedofilia. In realtà, l’intenzione dell’autrice va da tutt’altra parte, e precisamente là dove nascono le pulsioni più recondite dell’essere umano, suggerendo che è proprio il rifiuto di ogni ambivalenza a creare le condizioni per il sorgere della perversione. Con un linguaggio affilato l’autrice ci guida nell’albergo a cinque stelle del piacere, alla scoperta di quelle zone erogene della psiche spesso ridotte al silenzio dalle nostre inibizioni. Coraggiosa Beccaria: fa tremare il castello di carta della morale convenuta e addita i pericoli dell’educazione perbenista, con una scrittura iconoclasta e brutale.

Per contatti, segnalazioni, consigli, comunicazioni, collaborazioni: macondolibri@gmail.com



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